Dietro il più grande aratro sub-oceanico creato per proteggere l’energia del nostro domani

È stata in questi giorni presentata alla stampa, con effettiva produzione prevista nei prossimi mesi, una macchina gigante la cui dimensione sovrasta agevolmente un’intera squadra di automobili, riuscendo ad essere paragonabile a quella di un camion di trasporto minerario. Con una significativa differenza, ancor prima ancora delle altre: la chiara assenza di una postazione di controllo. Giacché il luogo dove opererà l’NKT 3600, nuova creazione in parte automatizzata che proviene dalla collaborazione tra la britannica Helix Robotics Solutions Ltd. e la storica specialista dei cavi sottomarini Nordiske Kabel og Traadfabrik, non risulterebbe facilmente visitabile, né in alcun modo consigliabile da un equipaggio umano. Il che non significa, d’altronde, che possa risultare in alcun modo meno fondamentale dal punto di vista strategico, né per quanto concerne la logistica energetica dei tempi odierni.
La sofisticata operazione di danneggiamento intenzionale dei tubi 3 e 4 dell’oleodotto del gas naturale Nord Stream nel 2022, che ad oggi gli investigatori tedeschi attribuiscono ad una piccola squadra di sabotatori ucraini, mentre questi ultimi accusano ovviamente i russi, ha costituito uno dei risvolti di maggiore risonanza mediatica durante il primo anno del conflitto. Indipendentemente da chi sia riuscito effettivamente a portarla a termine, vista una catena d’indizi tutt’ora difficile da verificare, essa è riuscita ad aprire gli occhi dell’opinione internazionale in merito a quanto sia effettivamente fragile il sistema d’infrastrutture, collegamenti vicendevoli ed approcci tecnologici impiegati dall’approvvigionamento delle risorse necessarie all’alimentazione degli odierni stili di vita. Se era successo nel Baltico, poteva capitare altrove. Ed ogni tipo di contromisura preventiva, allo stato attuale delle circostanze, avrebbe necessariamente comportato l’investimento di copiosi investimenti tecnologici in progetti di durata decennale. Ogni presupposto di procedere in tal senso, dunque, da parte di entità europee risulta ad oggi poco più che una mera ipotesi, nella rassegnata attesa che attentati ulteriori possano verificarsi per fornire presupposti operativi più convincenti. Il che non significa che, nell’installazione delle linee attuali e future, non si possa procedere coi metaforici piedi di piombo, o per meglio dire, cingoli di osmio delle veicolari circostanze operanti.
Volendo a questo punto offrire la risposta per l’implicita domanda relativa a come, in senso pratico, risulti possibile proteggere una condotta o cavo situato a decine, se non centinaia di metri di profondità, l’unico sentiero è riferirsi al collaudato gesto contestuale, che consiste essenzialmente nello scavo di una buca longilinea, onde procedere in maniera conseguente a seppellirlo tra le sabbie del fondale stesso. Ciò che prende il nome di trincea sottomarina, in altri termini, il cui scavo dovrà essere idealmente contestuale alla deposizione stessa, dato il continuo spostamento delle implacabili correnti e relativa sovrapposizione di detriti e sedimenti…

Realizzazione, quest’ultima, databile alla seconda metà degli anni ’70 quando la crisi petrolifera degli OPEC (Paesi Esportatori di Petrolio) portò all’esplorazione di metodologie finalizzate a preservare il sempre più prezioso greggio, fatto transitare lungo il grande spazio dell’Atlantico tramite una serie di condotte necessariamente esposte al più corrosivo e ponderoso degli elementi, l’oceano stesso. Ed il conseguente varo contestuale, da parte di diversi produttori tra Oriente ed Occidente, di una nuova classe di ROV o veicoli a controllo remoto per l’uso specifico presso le sabbie del fondale, per la prima volta non più concepiti ai fini esplorativi e dunque dotati di una certa agilità inerente. Bensì grossi e pesanti, ottimizzati per il movimento in linea retta e dotati, nello specifico, di una serie di attrezzi di lavoro integrati, con il doppio fine di guidare, e conseguentemente seppellire, l’oblungo apparato del tubo e solo successivamente, cavo di turno. Al fine di proteggerlo, per quanto possibile, dall’urto accidentale delle àncore o reti a strascico, ma anche frane causate dai terremoti oceanici o altre tipologie di disastri naturali. Un proposito destinato a diventare ancor più necessario con l’introduzione dei parchi eolici offshore, collegati elettricamente con la costa in tratti di mare frequentati assiduamente da imbarcazioni dotate di equipaggi incauti o, in tempi ancor più recenti, addirittura malintenzionati. Il che ha condotto queste scavatrici, denominate gergalmente sea tractors o sub-sea trenchers, lungo un sentiero di progressivo miglioramento e ingrandimento delle proporzioni, così da garantire una sepoltura delle linee a profondità, e con conseguente livello di sicurezza, ulteriore. Ciò attraverso l’applicazione di una metodologia precisa, consistente nell’abbinamento a navi specializzate, che nel caso della Helix includono ad esempio la Glomar Wave, le due Gran Canyon e la North Sea Enabler, dotate di gru per l’immersione in grado di lasciar discendere i veicoli alla profondità desiderata. Dove una volta toccate le sabbie sempiterne, con i propri cingoli o nei casi più vetusti, degli ancor più semplici dispositivi di scivolamento, potranno conficcare la testa scavatrice, a volte costruita come un vomero se non dotata addirittura di un getto d’acqua concentrato, per la rimozione sistematica del materiale. Allorché un dispositivo posteriore, concettualmente non dissimile dall’ovopositore di un colossale insetto, possa procedere ad infiggere il segmento nella nuda e umida terra sottostante.

Per quanto concerne il colossale NKT 3600, la cui operatività è prevista entro l’anno 2027, non tutti i dati relativi a potenzialità e modalità d’impiego sono stati d’altra parte già rilasciati. Incluso quello, niente meno che fondamentale, relativo a dove troverà l’impiego. Benché sia possibile immaginare, nella maggior parte delle circostanze, la necessità di mantenerlo collegato all’imbarcazione soprastante non soltanto con il fascio ombelicale di controllo, bensì la stessa linea di sollevamento della gru marina sopra menzionata, così da alleviare il peso di una quantità notevole di tonnellate sul fondale non sempre o necessariamente in grado di sostenerlo. Con un notevole ritorno, quanto meno, in termini d’investimento di queste risorse operative: la capacità prevista di seppellire cavi e/o condotte alla profondità di 5,5 metri, contro gli attuali 3 raggiunti dalla Ultra Trencher 1 della Soil Machine Dynamics (SMD) l’attuale trattore marino più imponente mai costruito.
Metodologie al passo dei tempi in un mondo sottoposto a rapidi cambiamenti. Dove l’intento distruttore di qualcuno, dietro la barriera parzialmente protettiva dell’anonimato, ha dimostrato la facilità con cui determinate infrastrutture critiche possano essere istantaneamente disabilitate. A meno che non sia la terra stessa, a offrirgli una barriera ponderosa che soltanto una talpa gigante, fornita tuta da palombaro, potrebbe in alcun modo definire facile da oltrepassare.

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