L’idea che l’Africa potesse costituire terreno fertile per il tipo nuovo di colonialismo europeo, basato sull’esperienza redditizia delle Americhe, agevolmente sottratte alle popolazioni indigente pre-colombiane soltanto qualche secolo prima, fu il fondamento del conflitto tra potenze cominciato nel diciassettesimo secolo e proseguito fino al manifestarsi della cosiddetta spartizione destinata a compiersi tra il 1880 e la prima guerra mondiale, una rielaborazione pressoché totale della mappa col perimetro del continente sotto l’egida di sette bandiere diverse. Ma mano che gli ambiziosi amministratori tentavano di espandere le proprie sfere d’influenza verso l’entroterra, tuttavia, tendevano a incontrare popoli meno disposti ad accettare l’abbandono dei propri ancestrali sistemi di governo. Tanto da rendere difficile la comoda semplificazione, in qualche modo rassicurante, di stare portando la luce della civiltà a vantaggio di coloro che ne avevano un fondamentale bisogno. In modo particolare verso l’inizio del XIX secolo e nella regione dei Grandi Laghi subsahariani, divenne popolare una definizione utilizzata indipendentemente da due viaggiatori britannici, il colonnello Lambkin e l’esploratore Harry Johnston, i quali soprannominarono un regno locale come “i giapponesi d’Africa”. L’identità collettiva del popolo di Buganda, con un territorio grosso modo corrispondente al paese che oggi ne utilizza il nome in forma abbreviata, poteva a tal proposito beneficiare di una burocrazia centralizzata, radicate usanze religiose e riti culturali molto antichi, complessivamente basati sulla percezione divina del proprio sovrano, il cui titolo ufficiale era Kabaka. In connessione al quale ed in maniera analoga a quanto ancora oggi avviene nell’arcipelago nipponico, era prevista una ritualità complessa, culminante nel trasferimento dei poteri al momento della sua inevitabile dipartita. Con un’importante, simbolica differenza: in base alle credenze della tradizione religiosa Katonda, il culto animistico locale, il sovrano non moriva, ma piuttosto si perdeva in una mistica foresta, da cui non sarebbe mai più fatto ritorno. In tal senso non soltanto il proprio spirito, ma anche il corpo era dotato della dote di essere immortale. E perciò necessitava di essere sepolto in base a procedure attentamente elaborate, nel corso dei lunghi secoli pregressi. Finché nel 1884 e dopo la morte di Muteesa I non venne selezionato a tal fine il suo stesso palazzo completato soltanto due anni prima, vasta struttura architettonica tradizionale sopra la collina di Kasubi, ad appena 5 Km dalla capitale, Kampala. Dove una volta scavato il sepolcro, si procedette a circondarlo con i simboli del potere civile e militare, prima di coprirlo con canne e tronchi in grado di richiamare il luogo simbolico del trapasso dei dinasti regnanti. Ciascun singolo aspetto del Muzibu Azaala Mpanga, edificio circolare del diametro di 31 metri ed un’altezza di 7,5, contribuiva di suo conto a richiamare la natura da cui era stato in ogni sua singola parte costituente. Esso era e sostanzialmente rappresentava, un’approssimazione visitabile del cosmo e della Terra. Costruito sulla base di specifiche fortemente radicate nel territorio…
L’intero complesso della collina, in seguito occupata dalle residenze originariamente costruite con il fango per la casta sacerdotale e le vedove dei successori di Muteesa I, i quali continuarono ad essere sepolti nel vasto edificio centrale per le quattro generazioni successive, non perse mai la propria fondamentale valenza ai fini di proteggere dalla sventura la popolazione di Buganda. Vedendo il prosieguo dei riti solenni, in occasione delle plurime ricorrenze calendariali, in cui veniva evocata la presenza del creatore Katonda, onnipotente origine di ogni forma di vita, gli spiriti Balubaale e gli antenati stessi, depositari di un potere mistico tanto strettamente legato alle necessità dei propri discendenti. Procedure che continuano ancora oggi a trovare il contesto ideale di svolgimento proprio sotto il tetto a cupola del Muzibu Azaala Mpanga, il cui spazio evocativo dimostrava l’applicazione di un chiaro intento simbolico e una vasta serie di competenze. Dalle 52 colonne in legno duro di Muvole (Milicia excelsa) e Musizi (Maesopsis eminii) mirate a rappresentare gli altrettanti clan in cui era diviso il popolo, minuziosamente ricoperte dalla preziosa tela di corteccia, anche detta barkcloth del Ficus natalensis, un prodotto locale dalle molteplici applicazioni nell’arte, nella decorazione e la creazione di capi d’abbigliamento. Fino all’intelaiatura concentrica degli altrettanti anelli di canne che sostengono il tetto propriamente detto, costituito da un fitto strato di paglia realizzata con graminacee appartenenti alla specie Pennisetum purpureum, comunemente detta erba elefante. Creando il teatro di un ambiente “perfetto” entro il quale venivano regolarmente trasportati i sacri tamburi Mujaguzo, per suonarli sopra il pavimento in terra compattata così da scandire i momenti di passaggio e l’occorrenza di episodi rilevanti per la collettività di Buganda. Particolarmente quando connessi alla successione dinastica, che prevedeva l’elezione segreta da parte degli anziani di uno dei molti figli del sovrano a suo successore, ruolo da cui veniva escluso il primogenito per evitare il rischio di eventuali assassinii, ricevendo dal genitore un pezzo di tela di corteccia sacro. Il quale al momento del trapasso, e conseguente raggiungimento della foresta simbolica dell’aldilà, sarebbe stato deposto da costui a coprire la salma del genitore, provando in questo modo il sacro mandato che gli era stato concesso.
Difficilmente d’altra parte, le cognizioni raccolte in merito all’autosufficienza del regno bugandese, probabilmente il maggiore per popolazione e più solido dell’intero territorio dell’Africa Orientale, avrebbero potuto salvarlo dalla contaminazione culturale proveniente dal Nord del mondo. Ed in tal senso già verso l’inizio del XX secolo, ampie fasce di popolazione si erano già convertite alle religioni monoteiste del Cristianesimo e l’Islam, sebbene le credenze e riti del proprio patrimonio ancestrale continuassero a venire praticate in parallelo dai sostenitori ed esponenti della monarchia pre-esistente. Un tipo di dualismo destinato a realizzarsi anche dal punto di vista politico, con l’epoca della colonizzazione e conseguente amministrazione britannica iniziata nel 1894. Cui avrebbe fatto seguito, sei anni dopo, il cosiddetto accordo di Buganda: un sistema mirato a riconoscere il mantenimento della carica del Kabaka e dei suoi capi sottoposti, oltre al sistema ereditato di suddivisione delle terre Mailo, come forma di amministrazione interna autonoma tollerata in modo “magnanimo” dai veri controllori della nazione.
Ci sarebbero quindi volute due guerre mondiali, ed una rivisitazione sostanziale del progetto di dominio coloniale dell’Africa da parte delle principali potenze della Terra, affinché l’Uganda potesse guadagnare finalmente l’indipendenza come nazione in senso moderno nel 1962, quando il coévo occupante della carica di Kabaka, Edward Muteesa II, divenne anche il primo presidente, con un ruolo per lo più cerimoniale coadiuvato dal premier Milton Obote. Ciononostante, i conflitti irrisolti da parte di un popolo insoddisfatto dalla persistenza degli antichi privilegi dinastici si ribellò e attaccò il palazzo reale, costringendo il re all’esilio. Dove rimase fino al 1993, quando il presidente Yoweri Museveni emanò una serie di decreti mirati a restituire una parziale autorità ai regnanti. Il che avrebbe permesso alla salma di Muteesa II, perito nel 1969, di essere trasportata ed inumata nel Muzibu Azaala Mpanga, mentre suo figlio e successore Muwenda Mutebi II accedeva in via più che altro simbolica agli onori del trono, con il ruolo che ricopre ancora adesso.
Eventualità non propriamente vista in positivo da ogni singolo cittadino ugandese, se è vero che nel 2010 il grande palazzo d’erba, diventato nel frattempo patrimonio dell’UNESCO, venne intenzionalmente incendiato da ignoti, con conseguenti moti di rivolta che avrebbero portato ad una dura repressione e svariate vittime tra la popolazione civile. Ma anche una rinascita del senso identitario mirato alla tutela collettiva delle tradizioni, da cui avrebbe avuto inizio una precisa e difficile ricostruzione dell’edificio tramite l’impiego di tecniche tradizionali, durata dal 2013 al 2023. Verso l’attuale versione non del tutto priva di rinforzi in cemento e acciaio, capace di assolvere allo stesso tempo alle funzioni di attrazione turistica e importante punto di riferimento religioso come meta d’innumerevoli pellegrinaggi.
Che ancora mirano ad udire il suono degli stessi metaforici tamburi, latori di un messaggio prototipico e fondamentale: i sovrani di Buganda non muoiono mai davvero. Ed è per questo che lo stesso regno, sotto l’inviolabile tutela del sommo dio Katonda, durerà fino alla fine dei tempi.


