Con quattrocchi come protezione, il primo vertebrato nell’oceano popolato dai voraci predatori della Preistoria

Circa 500 milioni di anni fa: tra i vortici di un mare ribollente reso acido dalla creazione di multipli rift sottomarini, mentre le placche dei continenti proseguivano nella deriva destinata a dare il mondo l’aspetto attuale, il piccolo essere disegnava traiettorie imprevedibili a ridosso di un fondale scarsamente illuminato. Cercando i brucatori di batteri nella polvere dei sedimenti, intento e sollevarsi, sporgersi soltanto un guizzo ogni due, attento ad individuare l’eventuale sagoma di un qualsivoglia tipo di presenza ostile. Allorché dal marchio di un pertugio soltanto semi-visibile, la bocca sifonata di un Ottoia si prefigurò improvvisamente lungo il suo percorso, subito evitata con un rapido scatto a sinistra. Niente cibo, tempo di fuggire! Comprese allora che quel il suo tragico momento non era neanche prossimo a risolversi, visto il palesarsi di un secondo predatore, lungo e segmentato, il corpo ricoperto di mostruosi aculei: il sinuoso Peytoya aprì a raggera le sue fauci pensili nel vano tentativo di afferrarlo. Ancora più velocemente, comprendendo con l’istinto i margini richiesti, colui che aveva forte percezione della sua mortalità salì rapidamente verso l’alto, lasciandosi alle spalle la cortina protettiva delle prospettive oblique del sabbioso paesaggio. Scelta destinata a dimostrarsi poco conduttiva alla risoluzione del malcapitato susseguirsi di eventi, quando a gettare un’ombra sul suo cranio osseo apparvero i lobi simmetrici di ciò che un giorno, in molti, avrebbero paragonato ad una seppia o calamaro. Ma con occhi peduncolati e lunghe zanne in grado di piegarsi per formare una spirale, così da chiudersi sul corpo di coloro troppo disattenti, o stolti, da riuscire ad evitarne l’estendibile portata operativa. Anomalocaris, simbolo possente della fine! “Io ti vedo” sembrò dire il pesciolino, “Con questo secondo paio d’occhi” L’organo pensato per schivare ciò che giunge dagli spazi soprastanti. Colui o coloro che non possedevano neanche l’OMBRA di una spina dorsale. Che proprio per questo, il progredire dell’evoluzione avrebbe gradualmente posto in ruolo di subordine rispetto ai discendenti di colui che praticava con simile abilità la nobile arte della fuga sottomarina. Myllokunmingiide era il nome. Le multiple diottrie oculari, il proprio pane quotidiano e sostanziale meccanismo necessario alla conquista del suo domani.
Così hanno dedotto gli scienziati dell’università dello Yunnan non troppo lontana dal luogo dove sono stati trovati la maggior parte dei resti rilevanti, Xiuangtong Lei, Sihang Zhang e colleghi. Nel sito esemplificato dal nome scientifico dell’animale stesso, derivazione dei due termini dal greco μύλλος, “pesciolino” e Kunming, nome della città limitrofa di provenienza dell’olotipo fossilizzato scoperto nell’ormai remoto 1999. Durante i nuovi studi messi in atto mediante le moderne tecnologie d’ingrandimento ottico, nel tentativo di approfondire la morfologia di tali creature prive di mandibola e non più lunghe di 2 centimetri e mezzo. Generando i presupposti destinati a rivoluzionare ciò che per due decadi e mezzo, a pressoché chiunque, era sembrata una semplice applicazione della logica commisurata alle circostanze…

Immaginate dunque la scoperta di costoro quando, nel puntare i propri meccanismi all’indirizzo della parte frontale dell’antico pesce, hanno inquadrato quell’avvallamento tanto lungamente ritenuto conforme al concetto di una sacca nasale, dalla funzione non esattamente chiara nell’economia anatomica di quei giorni antichi. Soltanto per scoprire al suo interno tracce di melanosomi, ovvero il tipo di cellule che hanno la funzione di produrre il pigmento della melanina necessaria agli occhi per funzionare. Da cui una verità nascosta venne posta subito al principio di un cambio di paradigma di fondamentale: non soltanto, infatti, i Myllokunmingiidi possedevano i già noti organi di vista laterali, non dissimili da quelli degli odierni abitatori degli strati sovrapposti della colonna marina. Bensì in aggiunta a quelli, un secondo paio più ravvicinato, posto esattamente sulla cima della testa, con la probabile finalità di agire come metodo di annuncio preventivo nei confronti dei molteplici, agguerriti nemici. Un tratto anatomico decisamente inaspettato nei vertebrati, in quanto riconducibile allo stato attuale soltanto al singolo occhio parietale o pineale di alcuni rettili e specie di anguille, finalizzato alla mera percezione della luce o limitate tracce di movimento. Laddove nel caso di questo antenato primordiale, tali organi facevano ben più di questo, mostrando chiare tracce nei fossili dell’esistenza di una vera e propria lente, in grado di formare e analizzare immagini complesse. Tardiva presa di coscienza, quest’ultima, del tutto ragionevole all’interno di un contesto evolutivamente attivo come quello del Cambriano inferiore, in cui multipli animali si muovevano saettando grazie a lobi natatori e primordiali appendici, alla ricerca pressoché costante di possibili fonti di cibo da cogliere impreparate. Clima idoneo per una letterale corsa alle armi di tipo sensoriale, molto prima che la formazione di placche ossee capaci di agire come armatura, dure scaglie o sofisticate metodologie di dissimulazione potessero permettere alle prede di fuggire via per tempo dal sempiterno rischio in agguato.

Dotato di una singola pinna dorsale, parallela alla disposizione del precipuo sistema nervoso lungo un’oblunga notocorda, il Myllokunmingiide possedeva in effetti miomeri muscolari a forma di “V” del tipo conforme agli animali odierni, capaci di concedergli un’agilità decisamente superiore alla media. Ed un cranio osseo dalla forma sofisticata, le cui multiple aperture servivano soprattutto a garantire il funzionamento di concerto dei molteplici sistemi sensoriali capaci di offrire un quadro pressoché completo dei dintorni. Come un complesso sommergibile, perennemente concepito al fine d’individuare la fonte di un nemico, reagendo pressoché istantaneamente in base a un piano attentamente disegnato dalla penna del proprio affinato istinto.
Prologo efficace di quelle multiple declinazioni di un paragonabile piano anatomico, destinato nei seguenti Eoni a dominare le profondità oceaniche, e non solo. Sotto molteplici punti di vista, capace di connotare ancora il vertebrato bipede dominatore del nostro azzurro pianeta. Fatta eccezione per il tratto che potremmo definire prototipico. Giacché allo stato dei fatti attuali, soltanto due sono le nostre finestre craniche capaci di scrutare e approfondire l’universo. Ahinoi!

Per approfondire: link allo studio scientifico rilevante sulla rivista Nature

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