Le molte cupole nel Karnataka e l’energia dei pachidermi trasformati nel potere di una nazione

Giunto in India meridionale dalla distante Persia nella prima metà del XV secolo, lo storico itinerante Abdur Razzak avrebbe scritto: “L’orecchio dell’intelligenza non ha mai sentito l’eguale della città di Vijayanagara, né la pupilla dell’occhio ha visto alcunché di equivalente.” Il centro urbano ed amministrativo di una sfera d’influenza tale da concedere ai suoi mercati e bazaar copiose quantità di spezie, ambra, pietre preziose, porcellana, pigmenti, mercurio, oro ed argento. Portando una spropositata quantità di navi ad approdare nel suo porto, provenendo in modo imprevedibile dai quattro angoli del globo. Tanto che in base alle stime attuali, durante il regno del potente Imperatore Deva Raya II, questo era probabilmente la seconda città più popolosa al mondo, dopo la metropoli cinese di Pechino. Una prosperità e ricchezza destinate a riflettersi nell’architettura di un livello senza precedenti, considerato il modo in cui l’esercizio del potere diventava il centro del prestigio di costui, che nel prosieguo del racconto viene descritto dal diarista come accompagnato ovunque andasse da una folta processione di soldati, funzionari e la cifra straordinaria di ben 4.000 regine. Ciò senza considerare l’essenziale apporto di quel tipo di animale il quale, in base alle tradizioni e associazioni folkloristiche dell’India medievale, più di ogni altro era considerato necessario a sottolineare il ruolo di assoluta preminenza del Raja. Il maggiore tra i mammiferi di terra, con il quale questo membro della dinastia regnante dei Sangama sembrava possedere un qualche tipo di affinità superiore ai suoi predecessori, visto il soprannome storico ad egli associato di Gajabeteegara o “Cacciatore di Elefanti”. Qui usati in forma di metafora, molto probabilmente, per i circostanti sultanati ostili al vasto regno di Karnata, inclini a batterne i confini e che poco più di un secolo dopo, sarebbero giunti a costituirne la condanna. Ma “Non qui e non ora” sembrava voler dire la stessa imponenza del palazzo imperiale, il suo quartiere femminile e l’adiacente spazio straordinariamente vasto, destinato ad ospitare la stessa espressione viva, plurima e imponente dell’ampia superiorità militare di quel popolo orgoglioso, lungamente indefesso.
Difficile immaginare, a tal proposito, una struttura archeologicamente integra più impressionante e distintiva di questo, con 110 metri di lunghezza suddivisi in 11 compartimenti, ciascuno dei quali sormontato da una cupola in alternanza liscia e ornata da scanalature geometricamente sovrapposte, tranne quello centrale, in cui l’elemento architettonico assume l’aspetto simile al frontone decorativo di un tempio. Sebbene un tipo di venerazione assai diversa fosse destinata a compiersi tra queste mura, del tipo esemplificato dai solidi anelli incorporati nelle camere per l’impiego di catene e le discrete porte a misura d’uomo previste sul retro dell’edificio. Da dove avrebbero potuto guadagnare accesso i praticanti del mestiere di mahut, anche detto addestratore, o esperto conduttore degli elefanti…

Tra tutti gli animali associati alla cultura dell’Asia meridionale, eccone uno dunque celebrato per la propria forza, intelligenza e nobiltà intrinseca, tale da renderlo adatto al trasporto sia del popolo che i suoi sacrosanti governanti. Figurando nella letteratura epica come un simbolo letteralmente incontrastato del concetto stesso di divinità. Così gestito per i lunghi secoli, mediante un complesso e ritualizzato sistema di addestramento, l’essere proboscidato possedeva al tempo stesso la capacità di muovere immensi carichi, dominare un sentiero e sbaragliare facilmente un avversario in battaglia. Talvolta grazie all’utilizzo di armature solide capaci di renderlo un letterale carro armato ante-litteram, nonché lame taglienti assicurate alle proprie già formidabili zanne. Il sovrano Deva Raya II, in modo particolare, era famoso per le proprie grandiose battute di caccia condotte ai margini della giungla, da lui ed il proprio seguito visitati rigorosamente a dorso di alcuni dei più magnifici e imponenti tra i pachidermi. Caso vuole dunque che l’impiego di una tale classe di status symbol, imprescindibilmente, richiedesse un impianto logistico notevole al fine di nutrirne gli elementi comprimari, mantenerli al sicuro dal caos cittadino e al tempo stesso farne un’evidente punto cardine del prestigio reale latente, anche nei momenti in cui essi avevano bisogno di riposare. Da qui probabilmente il presupposto per la costruzione delle stalle monumentali, da inserire nel contesto della capitale Vijayanagara, che oggi viene chiamata Hampi dal vecchio nome del fiume Tungabhadra, già caratterizzata dalla presenza d’innumerevoli monumenti, templi ed altri luoghi di rappresentanza, come i bagni del magnifico Palazzo del Loto o Chitrangini Mahal, rigorosamente riservato ai membri dell’elite regnante. Ciò che colpisce, a tal proposito, nella costruzione delle stalle è la loro assenza sostanziale di elementi di ornamentazione superflua, fatta eccezione per una singola statua di elefante posta innanzi all’ingresso dell’alloggiamento centrale, oggi chiuso con una grata così come murate sono le multiple vie d’accesso posteriori a quelli adiacenti. Probabili accorgimenti mirati, in un’epoca pregressa, a scoraggiare l’accesso abusivo dell’edificio, che oggi costituisce forse la singola attrazione turistica più celebrata dell’intera area geografica di Hampi. Soprattutto per il merito delle sue chiare influenze architettoniche di matrice iranica e medio-orientale, che risultano eccezionalmente rare nell’India Meridionale.

Con un potere in parte garantito proprio dalla propria posizione privilegiata per il commercio degli elefanti, che giungevano fino alle coste di Karnaka dall’intera zona dei paesi limitrofi, tra cui le odierne Orissa, Birmania e l’isola di Ceylon/Sri Lanka, Deva Raya II ed i suoi immediati successori continuarono dunque a risultare invincibili sui campi di battaglia, estendendo addirittura i confini del regno. Con vittorie nei confronti del potente sultanato di Bahamani, il regno induista di Gajapati e le terre meridionali oltre il braccio di mare che separava il subcontinente dalla sopracitata landa emersa, i dinasti Sangama celebravano di conseguenza i propri trionfi con la costruzione di ulteriori meraviglie, oltre a processioni religiose condotte a dorso degli imprescindibili animali, che al tempo possedevano diritti individuali paragonabili a quelli di una persona. Ogni età dell’oro è del resto incline ad incontrare presto o tardi l’ora del suo declino, spesso motivato dal sentimento collettivo di rivalsa dei propri storici vicini. Così all’inizio del XVI secolo, i sultanati del Deccan avevano ormai formato una potente coalizione, composta da Bijapur, Golconda, Bidar e Ahmadnagar. Dando inizio ad una serie di campagne culminanti con la battaglia di Talikota del 1565, durante cui lo stesso sovrano di Vijayanagara, Aliya Rama Raya, venne disarcionato dal suo prototipico elefante alla testa dei potenti eserciti, ed ucciso. Il crollo del sistema amministrativo, così fortemente accentrato sulla figura dinastica, fu conseguentemente rapido e la corte fuggì in esilio. Allorché l’odierno sito di Hampi venne sottoposto ad un lungo e disastroso saccheggio, che in breve tempo rese la città disabitata. Condizione, alquanto inaspettatamente, dotata di un risvolto positivo: giacché gli edifici in pietra che non arsero sarebbero rimasti a sempiterna memoria, mai rimpiazzata e per questo capace di oltrepassare indefessa le generazioni ulteriori. Fino a giungere alla data odierna come valide, invariate e solide testimonianze dei nostri remoti predecessori. Cavernosi spazi del silenzio, dove riecheggiano gli antichi barriti. O mere imitazioni, tanto drammaticamente memorabili, degli archi disegnati in alto ed i fruscianti rami di foreste ormai dimenticate.

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