L’eco dell’oceano nella grotta che racconta le precipue connessioni tra le genti dei mari del mondo

Non esiste un momento leggendario o iconico del primo contatto coi nativi australiani, paragonabile con la vicenda di Pocahontas e l’ottimistico risvolto del Giorno del Ringraziamento. Forse a causa del maggior grado di organizzazione dei primi coloni europei, giunti fino a queste terre non prima del XVIII secolo, pienamente forniti di provviste e il necessario per assicurarsi un’ottimale sopravvivenza. O magari a causa della forma mentis di una nuova classe dirigente, che vedeva la Bothany Bay di Cook principalmente come un sito punitivo, letteralmente l’ideale per la costruzione di un vasto ed autosufficiente insediamento penale. Successivamente quindi, con l’istituzione delle prime spedizioni scientifiche e fonti antropologiche in materia, gli aborigeni vennero presentati al mondo in un modo spassionato e privo di alcun sentimentalismo latente: ecco un popolo, affermavano gli accademici moderni supportati dai propri ritrovamenti archeologici, che sussiste fin dall’epoca del primo Olocene (11.000-10.000 anni fa). In questo lungo susseguirsi di secoli, non è cambiato in modo significativo, né ha sviluppato alcun tipo di manifestazione operativa degna di essere chiamata “civilizzazione”. Con l’espansione degli interessi e conseguente spartizione delle sfere d’influenza nella cosiddetta Oceania o Polinesia Vicina, entro quello che in origine era stato il compatto continente oggi sommerso di Sahul, gli uomini del settentrione non ebbero alcun tipo di esitazione verso il conquistare e sottomettere l’odierna Papua Nuova Guinea. Luogo suddiviso in una quantità d’innumerevoli gruppi umani e idiomi, tutti egualmente primitivi, indifferenti alle fondamentali questioni del dominio e lo sfruttamento dei tesori tanto generosamente messi in mostra dalla natura. Dove non c’è un senso d’unità tra le diverse nazioni e tribù indigene, d’altronde, come poteva svilupparsi un qualsivoglia tipo di resistenza?
La successiva introduzione di una coscienza storica e necessità di giustificazione legale per l’esproprio di determinati spazi, particolarmente a partire dal famoso caso Mabo v. Queensland del 1991, avrebbe portato alla percezione collettiva dell’esistenza di determinate soluzioni amministrative, da parte dei popoli indigeni, che vedevano l’umanità e il suo ambiente come interconnessi in modo intrinseco, fin da quando quest’ultimo era stato plasmato dalle nebulose entità sovradimensionate della leggendaria Età del Sogno. E per la successiva notazione etnografica, più volte confermata a partire dalla prima analisi da parte dell’antropologo Roy Wagner nel tomo analitico di Pamela Swadling, Plumes of Paradise, di eroi creatori itineranti, come la figura transnazionale di Sido/Souw, che viaggiò attraverso le isole rendendo manifeste mappe, rotte commerciali e punti d’incontro. Ponendo le basi di un’euristica realizzazione destinata a palesarsi verso l’inizio degli anni 2000, relativa all’esistenza di un sistema di cultura indiviso, capace di estendersi attraverso i vasti confini d’Oceania. Fino a gruppi etnici dell’entroterra che da sempre erano stati considerati non soltanto atavici ed ingenui, ma anche del tutto isolati dai loro più operosi contemporanei costieri…

La scoperta formale ed approfondimento dell’antica caverna di Walufeni avrebbe dunque avuto modo di essere annotata per la prima volta nel recente 2019, nel contesto di una spedizione scientifica dell’Università del Queensland presso il Grande Altopiano Meridionale della Papua Nuova Guinea. Giungendo a scoprire, sotto la supervisione dei due archeologi Bryce Barker e Lara Lamb, un importante centro del potere e di una società risalente, in base alla datazione al carbonio 14, al remoto periodo di dieci millenni prima del momento corrente. Così resa manifesta tramite la creazione in bassorilievo di figure geometriche ed allusive all’organo genitale femminile come petroglifi sulle pareti della grotta, ma anche e soprattutto l’accumulo tutt’altro che casuale di pietre modificate al fine di servire scopi strumentali, scheletri di animali domestici e prove di uso di piante raccolte localmente, con probabili finalità gastronomiche e medicinali. Aprendo la via ad un lungo percorso di approfondimento, in questo luogo remoto da ogni rotta turistica o insediamento oriundo, fino alla pubblicazione di un nuovo studio da parte di Barker e Lamb dell’inizio del 2025, relativo alla scoperta in quell’ambiente sotterraneo di una nuova categoria di oggetti dal profondissimo significato inerente. Ecco dunque intere camere del dedalo naturale riservate ad accumuli artificialmente modificati di conchiglie dei molluschi, appartenenti alle famiglie Cypraeidae, Nassaridae, Conidae, Volutidae e Pteriidae. Creature letteralmente onnipresenti nelle zone esterne dell’isola ma che qui, a 200 Km di distanza dall’oceano, non avrebbero letteralmente potuto esistere senza un continuo e duraturo processo d’interscambio con le tribù costiere. Presso quello stesso contesto etnico che oggi abbiamo lungamente confermato come integrato nella cosiddetta Sfera Culturale d’Interazione del Mar dei Coralli (acronimo internazionale – CSCIS) grazie al ritrovamento intercorso di numerosi esempi di tecnologie trasformative quali la creazione di manufatti di terracotta, nell’intera zona corrispondente allo stretto di Torres ed oltre, fino a siti come l’importante sito archeologico trovato nel 2006 nelle isole Jigurru, a largo del Queensland australiano. Relativo alla civiltà dei Lapita e certamente a un’epoca meno remota (si sta parlando di 2.000-3.000 anni a questa parte) ma da rivedere oggi come conseguenza d’intercambi e relazioni tra i popoli probabilmente tra i più vetusti dell’intera zona del Pacifico Meridionale. Vedi soprattutto il modo in cui le conchiglie di Walufeni erano state forate ed intagliate in modo tale da essere integrate in ornamenti, vesti simboliche o rituali, ma soprattutto al fine di servire come simbolo di prestigio e ricchezza, necessariamente coinvolto a causa della posizione geografica negli scambi commerciali del Mondo Antico. In un ricco arazzo di proto-nazioni e identità coerenti, che pur non appartenendo ancora al mondo Polinesiano, sia dal punto di vista geografico che culturale, ne avrebbe posto in essere le solide basi destinate a perdurare lungamente nel tempo.

Una scoperta come quella delle conchiglie di Walufeni può in definitiva costituire l’osservatorio privilegiato per comprendere il modo in cui determinate popolazioni dell’entroterra papuano, anche non appartenendo ad un tutt’uno compatto ed inscindibile, sapevano scegliere elementi simbolici e modalità identitarie provenienti da terre lontane, ponendo in essere importanti elementi esteriori del tutto integrati nel proprio schema di valori eminente. Con modalità sostanzialmente non così diversi dal sistema d’intercambio culturale, religioso e commerciale dei popoli di altri grandi bacini navigabili, come il Mediterraneo.
Fondamento di un principio comparativo la cui stessa eventualità sarebbe stata vista come altamente improbabile, prima dei siti archeologici riportati alla luce nel corso degli ultimi 20 anni di spedizioni ed approfondimenti. Il che dimostra quanto possa essere fluida e confutabile la nostra percezione di uno status quo pregresso, all’interno di contesti che soltanto in epoca tarda hanno potuto beneficiare dell’applicazione del metodo scientifico all’acquisizione della conoscenza. Soprattutto là dove hanno continuato a persistere, almeno fino all’inizio del XXI secolo, residue connotazioni coloniali di revisionismo mirato alla convenienza.

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