Il mistero lungo secoli del tè azzurro in grado di tonificare la funzionalità renale

Nell’anno del Signore 1646, il rinomato studioso gesuita e polimata Athanasius Kircher venne in possesso di un oggetto ricevuto in dono dai propri colleghi missionari di ritorno dal Messico. Come uno degli oggetti mitologici più rinomati del Cristianesimo, esso si presentava con l’aspetto di un calice, egualmente dotato di presunti effetti taumaturgici capaci di sanare le afflizioni umane. Dopo aver condotto in Vaticano una serie di esperimenti molto approfonditi in base alle conoscenze del tempo, l’ecclesiastico decise di acquisire credito inviando il singolare manufatto alla corte di Ferdinando III, Sacro Romano Imperatore. Ma non prima di scrivere: “Il legno dell’albero in questione, quando lavorato nella forma di una coppa, tinge l’acqua di un colore simile a quello del fiore della viperina azzurra. Se poi l’acqua viene riversata in un bicchiere trasparente e posta controluce, essa apparirà di nuovo limpida e chiara. Ma quando spostata verso un luogo ombroso, diventerà progressivamente gialla, poi rossa e infine blu scuro.” L’uomo della Santa Sede era stato in effetti il primo a descrivere, in maniera tanto approfondita, la fluorescenza. Ma non l’effetto visuale del cosiddetto Lignum nephriticum, sostanza in apparenza tratta dal tronco di una pianta già individuabile all’interno dei diari del francescano Bernardino de Sahagún nel 1569, che aveva incontrato nei suoi viaggi verso il Nuovo Mondo le popolazioni autoctone che solevano chiamarlo in lingua Nahuatl, coatl tenendone gli estratti in alta considerazione per la rinomata capacità di curare ogni tipo di afflizione del tratto urinario. Avendo portato indirettamente alla nascita negli anni successivi di una fervida ricerca da parte dei medici e guaritori europei degli ambìti pezzetti di legno rossastro, tagliato e sminuzzato, come l’ennesimo prodotto miracoloso proveniente dalla terra straordinaria all’altro lato dell’Oceano Atlantico. Dando luogo presto l’idea tipica degli albori del mondo moderno, secondo cui l’osservazione di un fenomeno ripetibile in condizioni sperimentali dovesse necessariamente presentare pratiche corrispondenze negli effetti di un bene o una sostanza, stabilendo in via del tutto empirica una connessione tra la capacità di produrre un colore tanto innaturale e insolito come l’azzurro, con le presunte doti quasi magiche del fluido taumaturgico risultante. Il che avrebbe reso in apparenza superflua ogni verifica di provenienza delle piante vendute come kidneywood o “legno dei reni”, purché fossero capaci di cambiare il colore dell’infuso risultante, con ogni variazione d’intensità attribuita, convenzionalmente, alla qualità dello specifico campione. Un fraintendimento che traeva origine a ogni modo, e imprescindibilmente, dal fondamentale errore iniziale. Giacché il mistico Graal descritto da Kircher, guarda caso simile ad un altro oggetto venuto in possesso in epoca coéva del botanico svizzero Johann Bauhin, non proveniva affatto dal remoto continente occidentale, bensì una terra posta direttamente all’opposto nella geografia del nostro vasto e azzurro pianeta…

Tale presa di coscienza avrebbe richiesto, nei fatti, una lunga disanima delle fonti a disposizione e l’elaborazione di molte teorie contrastanti. Con enfatica e convinta partecipazione di due degli uomini agli albori del concetto stesso di Scienza, Isaac Newton e soprattutto Robert Boyle, entrambi autori d’importanti studi agli albori dell’ottica contemporanea. Essendo venuti in possesso, nei loro laboratori londinesi, di esemplari del suddetto legno proveniente da luoghi mistici e non sempre semplici da definire. Scrisse lungamente dunque attorno al 1664, il chimico e inventore nonché primo a descrivere il principio secondo cui i gas esercitano un pressione inversamente proporzionale al loro volume, chiamato per l’appunto legge di Boyle, a proposito della variabile intensità della colorazione fluorescente del legno nefritico, scontrandosi con l’evidenza di quanto fosse difficile, nel campo nascente della farmacognosia, determinare l’effettiva provenienza di un campione vegetale. Egli fu inoltre il primo a notare l’essenziale contraddizione in termini, giacché se il cosiddetto kidneywood, come descritto da molti importatori e in base alla mera evidenza dei legnetti in suo possesso, proveniva da una pianta cespugliosa dal tronco relativamente sottile, effettivamente esistente nell’areale messicano ed oggi denominata scientificamente Eysenhardtia polystachya, come avrebbe potuto quest’ultima venire utilizzata per creare da un singolo blocco veri e propri calici delle proporzioni originariamente descritte?
Il che ritornava al nocciolo essenziale della questione, destinato a raggiungere un fondamentale chiarimento soltanto grazie ad uno studio pubblicato finalmente dal botanico statunitense William Edwin Safford, nel molto più recente 1915. Il quale essendosi procurato alcuni esemplari delle coppe fatte circolare nell’Europa del XVI e XVII secolo, riuscì a determinarne l’attribuzione corretta ad una pianta totalmente differente, l’albero presente nelle giungle filippine dello Pterocarpus indicus, anche detto palissandro burmese. Potendo collegare tali oggetti, chiamati localmente naga con assonanza forse accidentale ad una razza mitica di uomini-serpenti, a calici rituali utilizzati nelle ricorrenze e festività tribali. Una sostituzione totalmente straordinaria di cause ed effetti, capace di gettare luce sulla mancanza di scambi d’informazioni, oggi dati per scontati, per tutto l’estendersi ed oltre il termine dell’epoca delle grandi esplorazioni, quando le vicende raccontate da venditori e marinai dovevano per forza di cose venire credute collettivamente, in assenza di strumenti di verifica oggettivi.
Discorso parimenti attribuibile alle presunte capacità miracolose del Lignum nephriticum, riportate fino ai tempi odierni con modalità per lo più aneddotiche, e soltanto parzialmente confermate dall’approfondimento scientifico contemporaneo delle reali doti chimiche implicate dalle piante fin qui citate, inclusa l’effettiva capacità di tingere l’acqua di un infuso, rendendola cangiante.

Diretta conseguenza, quest’ultima, della presenza di composti fenolici come la matlalina nel legno di talune piante, inclini ad ossidarsi al di sopra di temperature sufficientemente elevate. Non un effetto propriamente magico, bensì derivante dall’implicita reazione degli elettroni sottoposti a tale mutamento, successivamente diventati in grado di assorbire differenti lunghezze d’onda in base alle variabili condizioni di luce, pH e la concentrazione di ossigeno all’interno di una soluzione, come per l’appunto è il tè impiegato nelle terapie di un tempo. Fenomenologia molto probabilmente osservata, all’epoca di Boyle e Newton, oltre che nelle due piante citate anche nella Eysenhardtia texana o kidneywood del Texas, sebbene con un’intensità assai meno spettacolare.
E che dire per quanto concerne le presunte capacità curative delle condizioni renali, doverosamente trasmesse con modalità orali dai guaritori del contesto mesoamericano… Nonché, ad oggi, vantate enfaticamente su Internet dai molti rivenditori del cosiddetto, dispendioso tè medico dal nome commerciale di palo azul? Di sicuro possiamo dire quanto segue: nessun test clinico è stato condotto formalmente in materia. Sebbene gli utilizzatori assidui abbiano riportato in modo per lo più aneddotico un aumento della funzionalità renale (e fin qui nulla di strano) mentre alcuni test preliminari del 2025 hanno dimostrato limitate capacità nefroprotettive negli animali (Parra-Espejel, Hipólito-Jiménez et al.) Benché il tutto rappresenti per lo più un potenziale latente in campo farmacologico, piuttosto che un’inconfutabile conferma della leggendaria panacea di un tempo. La storia della scienza può servire ad insegnarci, d’altro canto, quanto rare possano essere le soluzioni miracolose. E la ben poca corrispondenza sussistente, nella fenomenologia della natura, tra la spettacolarità di un dato fenomeno e la sua effettiva entità benefica, per quanto concerne le necessità del quotidiano.

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