Tra storia e leggenda, il forte concentrico del Dorset che salvò i Britanni dalla tirannia d’oltremare

Al principio luminoso dell’alba, una formazione serrata di lanceri avanzava lungo la pianura verdeggiante. Schiere di 15 uomini affiancati da altrettanti portatori di scudi rotondi per proteggersi i fianchi, ripetute per 10 volte. I loro gridi di guerra scacciano gli uccelli dalla pianura, mentre gli avversari in posizione sopraelevata li osservano con salda convinzione, preparandosi all’impatto micidiale. A un ordine squillante del comandante, forse il cosiddetto primo Re del Wessex, possibilmente suo figlio, la corsa inizia lungo il ripido pendio, sotto una pioggia di possenti giavellotti dalla punta appesantita. Pilum da ogni punto rilevante tranne il nome, pronunciato in un latino dall’incomprensibile assonanza, di un tardo quinto secolo in cui ormai la formidabile dominazione dei Romani era un ricordo lontano. Avvicendandosi oramai in prossimità del terrapieno, i barbari nemici scoprono quanto nessuno, tra cultori della tattica del loro schieramento, aveva mai pensato a prospettare nei piani di battaglia: che il fronte del pendio è in realtà di un tipo artificiale, che discende nuovamente prima di affrontare una salita ancor più ripida da cui è visibile la postazione nemica. Soltanto il timore delle dure ritorsioni della disciplina militare riesce a spingerli là sotto, confidando per quanto possibile nell’esperienza delle precedenti battaglie, in cui i subdoli adoratori delle pietre druidiche si erano sempre ritirati prima di assaggiare il ferro affilato delle rinomate miniere meridionali. Allorché l’avvicinamento finale si avvicina gradualmente a compiersi, tuttavia, succede l’imprevisto. Un alto cimiero si profila tra gli armigeri dei difensori, dalla riconoscibile cresta di piume rosso fuoco. I primi a reagire rompono per qualche attimo la formazione, indicando con timore la figura del suo portatore, che solleva in alto la sua spada. Non un corto kladios celtico e neppure un cleddyf dalla lama a forma di foglia; ma un’implemento lungo e sottile come un fulmine di primavera, in grado di riflettere la luce dell’astro nascente concentrandola direttamente all’indirizzo del comandante all’altro lato della vallata. Una schiera di agguerriti compagni lo circonda preparandosi a difenderlo, sebbene il corso della battaglia sembri ormai già prossimo al capovolgimento. Allorché in quel mentre inizia risuonare un nome tra le entrambe le schiere, freneticamente ripetuto con tonalità del tutto contrapposte: “Artorias, Artorias!”
Molte sono le esagerazioni relative al frangente della battaglia di Badon, così come i dubbi relativi all’effettivo dipanarsi di quel giorno topico nella vicenda storica delle isole inglesi. Gli Annales Cambriae di oltre cinque secoli dopo affermarono che Artù in persona avesse portato per tre giorni e tre notti la croce di nostro Signore, affermazione simbolica mirata a dare enfasi al suo ruolo di baluardo della civiltà contro il suo inesorabile disfacimento e conquista ad opera di forze ostili. Nella Historia Regum Britanniae di Geoffrey di Monmouth, considerato il padre nobile dei miti arturiani, si parla invece estensivamente di come egli in persona avesse caricato le schiere dei Sassoni in quel sito largamente ignoto, riuscendo a uccidere senza nessun tipo di assistenza la cifra straordinaria di 470 nemici. Un risultato ovviamente possibile soltanto grazie all’utilizzo della formidabile spada Excalibur, forgiata dalla pietra meteoritica e generazioni d’incantesimi e preghiere dei suoi seguaci. Così come sussistono le ipotesi di un’effettiva figura storica collegata al culto del primo Re dei Britanni, possibilmente un discendente o il figlio stesso del condottiero latino Ambrosio Aureliano, alcuni storici ritengono di aver localizzato il sito del conflitto iconico presso uno specifico luogo fortificato nell’odierna contea del Dorset. Là dove gli alberi si muovono per l’effetto di un vento misterioso, e grida di corvi risuonano al sopraggiungere del pomeriggio inoltrato…

Badbury Rings costituisce, da molti punti di vista, il tipico forte di collina britannico dell’Età del Ferro, esteso per 18 acri nel dipanarsi di multipli fossati intercalati da terrapieni sopraelevati. Oggi capace di sporgere per un’altezza di circa 31 metri nel punto più alto rispetto alla campagna circostante, esso raggiungeva molto probabilmente un’altezza quasi doppia prima dell’erosione intercorsa negli ultimi 2.000 e più anni di storia, costituendo una posizione particolarmente difficile da conquistare ad opera di eventuali assalitori intenzionati all’assedio. Armate come quelle dei Sassoni conquistatori che, in base alle cronache sull’argomento di Geoffrey di Monmouth (1095-1155) avevano giurato di lasciare con le proprie navi le isole, dopo aver riportato cocenti sconfitte nel corso delle loro campagne settentrionali. Per poi sbarcare nuovamente a tradimento sulla strada di ritorno per la Manica e le coste Francesi, prendendo di mira il crocevia primario per gli scambi ed i commerci situato in corrispondenza del gremito insediamento di Vindocladia. Senza tuttavia aver considerato o fatto i conti con la vecchia fortezza, che già lo stesso Vespasiano aveva posto sotto il suo controllo durante la conquista imperiale della Britannia, alla testa della Seconda Legione Augusta assieme ad altri luoghi strategici di queste terre. Dalla costruzione semplice ma di brutale efficacia, d’altro canto e come dimostrato dagli archeologi in uso da epoche ancor più remote, addirittura risalenti all’Età del Bronzo. Come esemplificato in modo particolarmente celebre dal tumulo scoperto nel 1845 da parte di J. H. Austen, poco prima che l’aratura dei campi provvedesse a distruggerlo del tutto, marcato da una pietra protettiva con elaborate figure a bassorilievo di possibili asce e pugnali di metallo. Sebbene la tomba più famosa dell’insediamento resti, ad oggi, quella leggendaria dello stesso Artù, sepolto a quanto si narra in un massiccio sarcofago d’oro, sorvegliato dalla propria stessa anima trasmogrificata in un corvo immortale. Una mitologia possente che trascende con marcata enfasi la verità storica comprovata, penetrando nel sistema di nozioni patriottiche ed identitarie della stessa gente del Dorset, incline ad associare i luoghi avìti ad una delle figure più famose nei trascorsi della letteratura e il mondo contemporaneo dell’intrattenimento creativo. Sebbene l’associazione di Badbury Rings alla battaglia di Badon sia una teoria scaturita primariamente dagli scritti del filologo David Cooper, sulla base di considerazioni contestuali e una marcata assonanza fonetica dei relativi toponimi rilevanti. Ancorché altre figure di spicco abbiano citato, di contro, luoghi come le colline circostanti l’odierna città di Bath nel Somerset o Swindon, nella contea di Wiltshire. Altri luoghi dove scavi condotti in epoca moderna hanno trovato solide basi di effettivi insediamenti corrispondenti alle caratteristiche del V secolo, con resti di armi, attrezzi e tessere di mosaici dell’epoca postromana.

Rimasto proprietà privata fino al 1983, come parte dei terreni nobiliari della tenuta di Kingston Lacy della famiglia Bankes, l’importante sito archeologico di Badbury fu dunque venduto al National Trust di tutela dei beni culturali, che diede inizio nel 1993 a sondaggi approfonditi nel vasto appezzamento occupato dalla sua collina centrale. Rintracciando 28 potenziali siti di capanne o fortificazioni di vario tipo, oltre alla conferma inconfutabile del suo utilizzo fin dall’epoca corrispondente al primo insediamento di Vindocladia. Oggi una meta turistica liberamente visitabile, con tanto di passeggiata delineata dal Fondo in termini ufficiali nei materiali di supporto online, il forte costituisce l’occasione di rivivere con l’immaginazione quel momento che potrebbe aver ritardato, ma non scongiurato del tutto l’inevitabile epilogo di un lungo conflitto. Allorché nel 577 d.C. i Sassoni ottennero la propria sospirata vittoria a Deorham, ponendo le basi per la successiva caduta delle città di Gloucester, Cirencester e Bath. Da molti punti di vista la fine di un’Era di ostinata ed inflessibile speranza da parte di una civiltà sincretistica ormai prossima al suo tramonto finale. Nonché la ragione per cui tante parole della lingua inglese, ancora oggi, costituiscono un’importazione diretta da parte degli idiomi continentali.
Inclusi tanti termini legati al ciclo arturiano, tra cui sword, king, fight & kill. Forse le costanti maggiormente inalienabili, di tanti momenti di svolta storica forgiata nel prezioso sangue dei guerrieri. In tempi in cui la diplomazia tra i popoli, per come dovremmo essere inclini a concepirla al giorno d’oggi, semplicemente non era stata ancora inventata.

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