All’alba della vuota consuetudine, in mezzo alla foschia di un grigio tenue tendente al rosa, le dune si estendevano in un susseguirsi di gibbose preminenze paesaggistiche da sempre prive di un appellativo. Lo sguardo al timido risveglio, in mezzo al freddo che attanaglia, scorge allora una sporgente forma discoidale; cupa, insolita creatura segmentata, le zampe estese a sollevarsi controvento, le mandibole del tutto aperte come fossero una pinza. Difficile capirne le precise proporzioni, vista la collocazione nel surreale nulla delle circostanze avite. Per qualche tempo immobile, il protagonista solitario sembra suggere un qualcosa d’inusitato. Gradualmente, inesorabilmente, il sole sorge sopra l’arido paesaggio e sembra ciò costituire il primo annuncio di un segnale duraturo. Come un masso rotolante, la creatura di colore nero balza rapida in avanti, giù per la discesa del sabbioso declivio. In un attimo sparisce, quindi ricompare. Poi si allinea all’orizzonte, brevemente, prima di ridurre la sua sagoma fino alla virtuale invisibilità per l’occhio dell’osservatore umano. Dopo tutto e nonostante tale propensione alla rapidità inerente, quello scarabeo era un essere dalle proporzioni contenute. 10-15 mm al massimo, ma non per importanza: Onymacris plana, dal latino: zampe-lunghe appiattito.
Convergenza di caratteristiche, quanto fin qui descritto, tale da attirare l’attenzione di generazioni di studiosi interessati al suo stile di vita particolare. Ciò in funzione dell’ambiente, soprattutto, in cui egli prospera e si riproduce, niente meno che uno dei luoghi più inavvicinabili e letali di questo mondo. Namib è il nome del deserto dell’omonimo paese, sulla costa occidentale d’Africa attraversata dal Tropico del Capricorno, dove cadono in media circa 20 mm di pioggia nel corso di un’intero anno. E la temperatura media a mezzogiorno può aggirarsi attorno ai 40 gradi. Nel momento esatto, per intenderci, in cui l’essere citato è maggiormente attivo correndo in cerca di detriti commestibili portati via dal vento, alla velocità possibile di 0,9-1,2 metri al secondo, pari al ritmo di una camminata umana. Ovvero 40 lunghezze corporee, il che vorrebbe dire che se rapportata alle nostre proporzioni, agevolmente corrisponderebbe a 245 Km/h circa. Immaginate allora una creatura che si sforzi per raggiungere l’equivalenza di un’odierna auto sportiva. O anche l’auto sportiva stessa, mandata a quel regime sostenuto sotto il solleone di un simile ambiente assassino. Quanto potrebbe sopravvivere una simile presenza, prima del sopraggiungere del surriscaldamento finale? La risposta che è anche troppo chiara in tali casi teorici, è d’altronde capovolta per quanto concerne lo scarabeo. Che corre a oltranza e non accenna in alcun caso a fermarsi, quasi volesse seminare lungo il suo tragitto l’ombra implacabile della morte stessa. Un’impressione che consente di approcciarsi da un vettore insolito alla verità, come sapevano istintivamente gli scienziati già dagli anni ’80, quando studi preliminari dimostrarono mediante un termometro aghiforme come il calore accumulato dall’insetto non fosse superiore successivamente al completamento di un lungo tragitto disegnato a ritmi rapidi, in mezzo alle sabbie inospitali del suo luogo naturale di appartenenza. Ancorché nessuno avesse mai pensato, prima dell’ultimo anno appena trascorso, di poter riuscire a misurare i gradi del piccolo animale MENTRE era intento a correre tra la cima di una duna ed un’altra…
Il nuovo articolo scientifico, pubblicato lo scorso agosto sulla rivista Journal of Experimental Biology, è dunque l’effettiva risultanza dell’ingegnosa introduzione di un approccio diverso. Opera di Carole S. Roberts ed altri ricercatori dell’Università del Witwatersrand in Sudafrica, assieme ad alcuni colleghi della Namibia, trae l’ispirazione dalle dimensioni progressivamente più compatte dei termometri a termocoppia moderni, fino alla possibilità di applicare un piccolo punto di misurazione sopra il carapace dell’insetto stesso. Per poi mettersi a seguirlo, tenendo il resto dell’apparato al termine di una lunga canna da pesca, così da ridurre al massimo l’ingombro per la compatta creatura. Un esperimento nei fatti possibile e probabilmente rilevante per una qualsiasi delle numerose altre specie di scarabei tenebrionidi presenti nell’habitat del Namib, tra i quali è stato scelto proprio l’O. plana a causa del suo corpo aerodinamico, dalla forma latitudinale che ricorda vagamente l’ala di un aeroplano. Il che gli permette di planare letteralmente al termine di ciascun piccolo balzo, limitando il più possibile il contatto con la sabbia. Non che ciò bastasse a immaginare l’incredibile scoperta destinata a palesarsi, ovvero il fatto che più l’insetto continuasse ad accelerare, tanto più bassa diventava la sua temperatura corporea. Denunciando l’esistenza pratica di un qualcosa di mai prospettato prima: una creatura di terra, non volante, capace di dissipare gradi mediante la corsa? Attraverso ulteriori test in laboratorio, consistenti nell’uso di lampade su esemplari fermi, raffreddati mediante ventilatori in grado di spingere masse d’aria paragonabili a quelle del movimento dello scarabeo, si è ottenuta la conferma di tale rivoluzionaria teoria. Per i tenebrionidi del Namib, l’aria stessa è sufficiente a contrastare non soltanto il calore dell’atmosfera, ma anche quello generato dall’esercizio delle facoltà cinetiche nascoste all’interno dei muscoli striati al di sotto di quel carapace lievemente bitorzoluto. Lo scarabeo non cessa mai di correre perché se lo facesse, in breve tempo, raggiungerebbe le immediate condizioni di un surriscaldamento letale.

Nient’altro che un ulteriore aspetto dell’estremo adattamento manifestato da simili creature, in uno degli ambienti maggiormente inospitali immaginabili dalla mente umana. Là dove lo stesso colore nero, in apparenza controproducente al fine di evitare l’accumulo di caldo eccessivo, è in realtà necessario nelle ore mattutine, capaci di partire agevolmente attorno alla temperatura degli zero gradi. Quando con l’accumulo della foschia grondante, il piccolo campione accumula l’umidità che occorre ad affrontare il giorno, tramite un utile susseguirsi di sezioni idrofobe ed idrofile del suo carapace scanalato. Scolpito dall’evoluzione in modo da servire ad un fine specifico: veicolare tali gocce fino alla sua bocca, così da incrementare le altrimenti tenui possibilità di sopravvivenza. Il che permette alla genìa dei neri corridori non soltanto di raggiungere l’epoca riproduttiva, ma scavare le buchette in cui deporre uova fertilizzate al di sotto dell’invivibile suolo di superficie. Affinché le larve vermiformi, dopo un periodo variabile tra i 6 e 12 mesi vadano incontro all’opportuna metamorfosi. Molti sono i fattori ambientali che influenzano la lunghezza di quel ciclo vitale. Fino alla costante del periodo adulto in grado di durare tra gli ulteriori 1 e 3 anni. Predatori aviari permettendo. Un tempo molto superiore a quello della maggior parte degli scarabei. Contrastando l’idea in base a cui correre continuamente accorcerebbe le stagioni dell’esistenza. E se questo è vero per gli insetti, allora chi può dire quanto si applichi alle nostrane torri bipedi che deambulano oltre i verdeggianti spazi, le profonde valli dello stesso vasto pianeta…

