Generalmente fatto risalire all’epoca della Rivoluzione francese, l’inizio dell’epoca contemporanea fu un momento di trasformazione fondamentale non soltanto delle strutture sociali, ma anche la struttura filosofica in grado di governare il rapporto fondamentale tra l’uomo ed il suo ambiente di appartenenza. Non più disposti ad accettare passivamente le implicazioni problematiche della natura, fu a partire da allora che i nostri predecessori posero le basi tecniche ed ingegneristiche che avrebbero condotto alla trasformazione sostanziale dei luoghi dove c’era la maggior concentrazione demografica e di risorse, facilmente identificabili all’epoca come le grandi capitali europee. Fino al progredire delle decadi e verso la fine del XIX secolo, quando tali centri cittadini videro costruire, ciascuno a suo modo, massicce infrastrutture volte a incrementare la qualità della vita e sicurezza dei rispettivi abitanti. Molte di tali opere furono connesse al rapporto con le acque, cruccio inesauribile nella gestione di simili aspetti abitativi. E sebbene con la nascita dell’ingegneria civile in senso attuale, tutti fecero ogni cosa, le priorità furono diverse in base al logico contesto e le diverse priorità di riferimento. Londra con la pletora di ponti e sottopassaggi da una parte all’altra del Tamigi. Roma con gli alti argini destinati a scongiurare le ricorrenti quanto distruttive inondazioni del fiume Tevere. Il grande rinnovamento degli impianti fognari di Madrid. E Parigi, di suo conto… La città che più di ogni altra era stata il simbolo, nelle trasformazioni storiche di allora, del progresso e avanzamento dell’ingegneria costruttiva, decise allora d’invertire una tendenza che stava ormai impattando la sua crescita demografica in maniera dolorosa quanto significativa. Le gravi epidemie di colera, dovute ad un approvvigionamento idrico non più adeguato all’estensione e quantità di dimore all’interno della Città delle Luci, soprattutto in un periodo, all’indebolimento del Secondo Impero francese di Napoleone III, in cui il conflitto con la Prussia stava avendo un forte impatto sulla stabilità territoriale e la necessità di manodopera efficiente della nazione. Fu allora in condizioni di una vera e propria emergenza, che nel 1869 la figura amministrativa del Prefetto della Senna, il Barone Haussmann, assegnò il compito al rinomato ingegnere responsabile del rinnovamento stradale, dei ponti e marciapiedi parigini Eugène Belgrand di edificare un sistema di approvvigionamento idrico capace di convogliare, ed al tempo stesso mantenere elevata la qualità delle acque potabili provenienti dagli strategici acquedotti di Arcueil, Cachan, della Vanne e del Loing. Una struttura imponente e del tutto priva di precedenti su scala globale, che fosse in grado di agire come buffer efficiente nei periodi di siccità, potendo contenere il prezioso liquido nella misura di 200 milioni di litri, così da coprire facilmente quello che era all’epoca oltre il 50% dell’intero fabbisogno cittadino. E fu così che nel distretto verde e sopraelevato del famoso parco meridionale di Montsouris, corrispondente grossomodo all’attuale 14° arrondissement sulla riva sinistra della Senna, si cominciò a scavare in profondità con un significativo impianto di mezzi e persone…
Monumentale, spettacolare, imponente e iconica sono soltanto alcuni degli aggettivi attribuibili alla struttura ancora oggi utilizzata del Réservoir de Montsouris, cisterna urbana al tempo stesso antica e funzionale, al punto da essersi trovata del tutto conforme agli standard di utilizzo attuali, sebbene a seguito dell’implementazione di alcuni significativi ammodernamenti. Ciò nonostante dal punto di vista estetico, le sue parti sopra e sotto il livello del suolo rimangano tutt’ora chiaramente caratterizzate da un gusto estetico desueto, che vedeva i beni al servizio pubblico come una sorta di palazzo dedicato al popolo, in cui la priorità conforme a particolari stili rappresentava una potente spinta identitaria verso l’invocazione di una percepita identità nazionale. Ed è così che per il soffitto della lanterna, l’edificio rettangolare lungo la rue de la Tombe-Issoire concepito come punto d’accesso al regno ctonio sottostante, fu coinvolto fin da subito il rinomato ceramista Janin Frères et Guérineau, autore di una serie di variopinti stemmi che richiamano rispettivamente la città parigina e il nome delle diverse fonti da cui giungevano le acque contenute nella cisterna da una distanza massima di fino a 130 Km lineari. Procedendo dunque nello scavo al di sotto del suolo calcareo, là dove la luce del sole non poteva giungere ad incrementare il profilo della contaminazione batterica di tale preziosa risorsa, l’ipotetico visitatore sarebbe dunque andato incontro alla grotta ruvida del vecchio truitometro, una sorta di laboratorio ante-litteram in cui la purezza idrica veniva giudicata sulla base di un sistema semplice quanto efficace. Trote contenute in un acquario, in quel contesto, avrebbero nuotato nella stessa linfa destinata ad irrorare gli acquedotti di Parigi, circondati da una griglia elettrica sensibile al contatto diretto. Allorché ogni qualvolta i pesci avessero iniziato a indebolirsi, causa inquinamento o altri fattori di rischio tangenti, incapaci di nuotare essi avrebbero finito per toccarla, scatenando immediatamente l’allarme dei tecnici responsabili d’implementare le opportune contromisure. Approccio consistente, grazie alla previdenza del costruttore Belgrand, nella chiusura di uno dei multipli compartimenti stagni previsti nella cisterna vera e propria, ciascuno svuotabile mediante scarico diretto all’interno della Senna antistante. Ma è dunque procedendo verso il basso in questo mondo sepolto, che le proporzioni di una simile struttura tendono gradualmente a rendersi del tutto palesi. Con il vasto ambiente esteso sotto un prato verdeggiante e ancora oggi mantenuto sgombro di 3,5 ettari, suddiviso sui due livelli sovrapposti della cisterna propriamente detta, coperta da un soffitto a volte parallele lunghe e strette, concettualmente non dissimile dal tipo di architettura associata alle più imponenti cattedrali dell’epoca pre-moderna. Un ambiente sterminato e parzialmente oscuro caratterizzato dalla presenza di ben 1.800 pilastri, dove il rumore dell’acqua si mescola a quello di tonfi lontani e suoni indefinibili, tali da lasciar immaginare l’ingresso in un misterioso labirinto frutto di priorità architettoniche dimenticate. Così come gli occasionali quanto fortunati turisti amavano fare, almeno fino all’anno 2001…
È in effetti una rara sovrapposizione tra bene culturale ed infrastruttura logistica primaria, quello che sussiste per il serbatoio di Montsouris, per cui le occasioni di apertura al pubblico furono gradualmente ridotte ai soli giorni di festività nazionali particolari ed in seguito chiuse del tutto, poco tempo dopo l’inizio del nuovo millennio. Per la ragionevole quanto condivisibile necessità di mantenere al sicuro l’approvvigionamento idrico urbano, questione ancora oggi delicata nonostante le acque giungano già depurate presso questo e gli altri principali siti di stoccaggio cittadini, dove il passaggio è comunque tanto rapido e l’accumulo così raro, da rendere difficile prevenire eventuali incidenti di percorso inclini a palesarsi in questo stadio finale. Così come brevemente temuto fosse stato necessario, senza fortunatamente alcuna conseguenza reale, all’inizio dell’anno 2023 a causa dei misteriosi intrusi entrati nella cisterna, soltanto per lasciare una lettera di scuse relativa al fatto di essere animati dalla propria curiosità esplorativa. Il che non impedì, d’altronde, l’implementazione emergenziale di cospicue quanto dispendiose misure d’ispezione chimica del contenuto dei serbatoi.
Problemi attuali di città in cui l’infrastruttura non è più un bene parallelo alla comune necessità di sopravvivenza nel quotidiano, bensì condizione necessaria alla stessa continuità di luoghi sovraffollati e caotici, dove la civiltà ha raggiunto al tempo stesso le più alte vette, assieme alle connotazioni più gravose del suo funzionamento tecnico inerente. Giacché l’ambiente naturale non prevede che milioni di persone possano tranquillamente vivere all’interno di un ristretto territorio. A meno che quest’ultimo venga sostanzialmente trasfigurato verso regni e spazi inusitati, a partire da ciò che un tempo avrebbe potuto meramente rappresentare.


