Fusaginpo il drago degli abissi, maschera in agguato tra le sottili alghe del Mare di Okhotsk

Negli animali di superficie, la più totale ed assoluta immobilità è una dote rara. Appollaiati sopra i rami, i rapaci ruotano la testa per cercare un valido bersaglio. La mangusta battagliera si avvicina saltellando in modo discontinuo alla covata del serpente. Persino i più pazienti tra gli insetti predatori, le mantidi posizionate sopra gli alberi ed i cespugli, possiedono la propensione ad oscillare in modo ritmico con la finalità di assecondare il vento. Scendendo tuttavia sotto le onde tratteggiate dell’umido mare sottostante, le regole sembrano cambiare per il massimo vantaggio di coloro che amministrano le zone intermedie della catena trofica circostanziale. Là dove tutti mangiano e tutti vengono mangiati (o quasi) un nascondiglio può essere molto più di una risorsa per riuscire a sopravvivere qualche altra ora. Rappresentando, per determinate specie, qualcosa di più simile a un vero e proprio stile di vita. Allorché nuotando tra i bassi fondali delle coste dell’Asia Orientale, negli interstizi che dividono Giappone, Cina, Corea e Russia, è possibile dimenticare totalmente la sua notevole esistenza. Di un essere perfettamente tratteggiato grazie al trucco artistico del singolo colpo di pennello. Ed in tal senso l’espressione massima, sul piano della creatività, da parte dell’incessante marcia dell’evoluzione. Allorché al palesarsi della potenziale preda il volto demoniaco, le grandi labbra e gli occhi tondi si palesano d’un tratto sotto i ciuffi radi, subito seguìti dal sinuoso corpo serpentiforme con la propria vela mobile lunga fino all’altra estremità della creatura. Un pesce, una murena, uno scorfano allungato per 30 cm in senso longitudinale, a guisa d’essere fantastico basato sull’ecologia di un sogno senza tempo. Chirolophis japonicus, creatura criptica pensata per nutrirsi di minuti gasteropodi, crostacei ed oloturie, ghermite in modo inesorabile dall’affilato bordo della sua mascella. Eppur dotato di una secondaria caratteristica, tanto atipica e riconoscibile, da aver fornito il fondamento del suo nome giapponese fusaginpo (フサギンポ – ginpo/shannie “nappato”) riferito in modo esplicito alle escrescenze cutanee sopra il capo, con funzioni simili a una tuta ghillie da cecchino, ma anche utili ad attrarre vittime mediante calibrate, occasionali oscillazioni delle appendici. Poco prima che l’intera sagoma dell’animale, balzando fuori dalla sua buchetta, si erga a simbolo preziosamente decorato dell’eterna mietitrice, evocando al tempo stesso immagini d’ibridi dimensionali o mostri mitologici di un altro tempo. Difficile immaginare una visione maggiormente affine al regno onirico della speculazione immaginifica. Alle pianure incomprensibili dell’inconscio…

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Non più mimetizzato in una galassia di puntini, il nuovo squalo che cammina tra le secche della Nuova Guinea

Raggruppamento vasto quasi quanto il mare che abita, il superordine dei Selachimorpha cartilaginei cui comunemente viene attribuita la nomea di squali, è forse il più soggetto a una costellazione di stereotipi che non sembrerebbe avere una fine. Perennemente voraci, rapidi, instancabili, dotati di capacità straordinarie nel fiutare o individuare la propria preda. Ma soprattutto, con una metafora eccezionalmente utile nel campo narrativo, impossibilitati a sostare per più di qualche attimo in un solo posto, pena il soffocamento per l’assenza di un flusso d’acqua sufficiente all’interno delle branchie che permettono loro di respirare. Un processo noto come ventilazione forza che nei fatti condiziona l’esistenza di alcune specie più grandi, come lo squalo bianco ed il mako. Caratteristica centrale nella loro evoluzione quanto abbandonata lungo il corso delle generazioni, in modo strategicamente conveniente, dai loro cugini più piccoli, con nomi come nutrice, angelo, tappeto e pigiama. Il che non toglie che l’immagine del celebrato predatore marino, preveda quanto meno che esso resti… In mare. Non così Hemiscyllium, il genere identificato con l’apposizione epaulette, riferimento all’ornamento sulle spalle delle uniformi militari, qui rappresentato dalla grande coppia di macchie nere circolari, giusto nel punto dove il muso incontra la parte più ampia di quel corpo siluriforme. Non ci ha messo molto dunque la scienziata Christine Dudgeon, ecologa dell’università australiana della Sunshine Coast, ad identificare un esemplare del citato genere durante la sua spedizione di ricerca nelle acque basse della baia di Milne, nella punta occidentale della Papua Nuova Guinea. Sebbene ad un’analisi più approfondita, il suo senso di sorpresa non sarebbe affatto diminuito, bensì l’opposto: il pesce che teneva saldamente sotto braccio infatti, attorno alla decorazione principale, mostrava una combinazione di puntini ben diversi dall’attesa specie endemica dello Hemiscyllium michaeli o squalo del bambù leopardo. Più piccoli ed ordinatamente disposti, tra trattini regolari, come si trattasse di un messaggio scritto in codice Morse. Dal che l’idea di proseguire nelle settimane successive in una raccolta e prelievo di campioni sistematici di altri esemplari a lui conformi. E la scoperta conseguente di differenze genetiche sufficientemente rilevanti, alla classificazione di una nuova specie per la scienza, destinata a prendere il suo nome, come Hemiscyllium dudgeonae. Gioia e giubilo, nel mondo accademico! Il che non toglie che le genti indigene, da tempo, ne avessero un’approfondita conoscenza. Difficile non notare un pesce che tranquillamente può lasciarsi indietro il bagnasciuga. Aggirandosi col naso a terra alla ricerca potenziale di una traccia, dando un senso letterale al caro vecchio termine di “pesce cane”…

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Un posto fisso nell’ufficio che si sposta quotidianamente verso il fondo dell’oceano in una capsula spaziale

Il tempo massimo per cui si può restare immersi è determinato in larga parte dal significato che si attribuisce a questo termine, ovvero gli specifici fattori di contesto interconnessi a una particolare spedizione. Con esiti effettivamente misurabili in minuti o ore, nella maggior parte delle situazioni, il che risulta più che sufficiente per ogni tipologia di spedizione ricreativa o scientifica di tipo convenzionale. Il che non toglie che sussista il caso, all’interno di determinati ambiti professionali, in cui l’operato di persone pedissequamente addestrate possa risultare niente meno che essenziale per periodi prolungati di svariati giorni, settimane o mesi. Stiamo qui parlando, essenzialmente, delle industrie di estrazione di gas o petrolio offshore, i cui impianti per definizione devono operare in corrispondenza dei fondali marini. Ambienti la cui distanza dalla superficie può agevolmente superare i 300 metri. Il che pone un’interessante quanto letale problematica, dovuta alla natura stessa dell’organismo umano. Il quale composto largamente da tessuti molli e liquidi, dunque in larga parte incomprimibili, possiede la capacità di sopportare senza conseguenze il rapido aumento di pressione che consegue dal raggiungere quei luoghi. Ma in forza degli spazi cavi che contiene, risulta vulnerabile alla saturazione da parte dei gas inerti, tra cui soprattutto l’azoto che costituisce il 79% dell’aria che respiriamo. I quali risalendo tendono immediatamente a espandersi, con conseguenze paragonabile all’esplosione simultanea di una quantità di piccoli esplosivi, strategicamente distribuiti tra sistema vascolare, nervoso ed organi vitali di un ipotetico sommozzatore impreparato. Questione le cui conseguenze furono scoperte, nel modo più evitabile, durante le prime opere di costruzione architettonica dei ponti del XIX secolo, i cui operai tornando in superficie dai cofferdam drenati improvvisamente si ammalavano e morivano, per la misteriosa malattia chiamata all’epoca “the bends“. Finché non s’iniziò a comprendere come un processo graduale di emersione mitigasse, fino all’eliminazione pressoché totale, questo rischio inerente. Il che non toglie il fatto che le tempistiche di scala coinvolte crescano in maniera esponenziale, dal punto di vista pratico, tanto più ci si spinge in profondità. Il che, tornando allo scenario teorizzato poco sopra, implica un tempo necessario per i sub che hanno raggiunto la conseguente pressione di 31 atmosfere o bar, a un periodo necessario di circa 7 giorni. Nei fatti di gran lunga superiore alle 76 ore necessarie agli astronauti per coprire la distanza tra la Terra e la Luna. Durante cui è semplicemente impossibile pensare che possano in alcun modo sopravvivere all’interno di un qualsiasi tipo di tuta o scafandro. Ed è qui, nei fatti, che le cose iniziano a farsi decisamente interessanti…

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La vongola che sembrava incapace di morire. Finché non venne il giorno di celebrare i suoi gloriosi trascorsi

Nell’anno in cui l’Imperatore confuciano Hongzi, al secolo Zhu Youcheng, pubblicava i suoi nuovi codici legali per il Celeste Impero, mentre rafforzava l’esercito per sedare la ribellione della tribù dei Lolo e poco dopo aver scambiato 2 milioni di jin di tè con il riso necessario alla regioni colpite dalla siccità e carestia, io scavavo la mia piccola buca. Mentre Leonardo da Vinci compilava il diario pittografico dei suoi interessi, destinato a passare alla storia con il nome di Codex Atlanticus, quando Elisabetta I d’Inghilterra, dopo oltre 40 anni di regno cominciava a risentire delle conseguenze dell’uso quasi quotidiano dei cosmetici a base di carbonato di piombo, io cementavo la mia posizione, cominciando lentamente a filtrare l’acqua carica di microrganismi. Era un’epoca tranquilla, nel profondo abisso dell’Atlantico settentrionale, dove le ombre rapide di pinne argentee erano l’unico accenno di un percettibile movimento. Per i primi 50-60 anni, continuai regolarmente a crescere, fino alla larghezza di 80 mm circa. Quindi una volta che fui simile ai miei genitori anch’essi immobili, pensai che fosse giunta l’ora di abiurare i principi universali del cambiamento. Seguirono sei secoli di pace e intramontabile meditazione. Finché per il volere di un destino sfortunato, qualcuno giunse per bussare al mio guscio. E fu esattamente quello, il tragico principio della mia condanna.
La storia di Ming la vongola quahog, così chiamata dalla stampa con riferimento alla dinastia cinese prolungatasi dal 1368 al 1644 attraverso il regno di 16 imperatori, sarebbe giunta dunque al culmine nel 2006. Ed è già un notevole obiettivo quello conseguito di costituire un lungo filo ininterrotto, tra questi due periodi storici nettamente distinti. Come se nulla fosse occorso tra il primo ed il secondo punto di questa cronologia, che incorpora la stessa storia umana come nota a margine del tutto priva di rilevanza. Creatura appartenente alla specie Arctica islandica, nota per il suo raggiungimento relativamente rapido della maturità, così come i lunghi anni necessari per il sopraggiungere di un vero e proprio stato di senescenza, essa venne presa nella rete in modo totalmente casuale durante una spedizione condotta da scienziati dell’Università di Bangor in Galles. Che avevano il progetto d’impiegare, così come fatto in precedenza, i segni sclerotizzati su un campione di circa 200 di questi animali, al fine di determinare in modo incontrovertibile i mutamenti climatici verificatisi a settentrione d’Islanda. Almeno finché i partecipanti non si resero improvvisamente conto di come alcune delle vongole raccolte fossero eccezionalmente grandi e dunque, con alto grado di probabilità, eccezionalmente antiche oltre ogni rosea aspettativa pregressa…

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