Nell’anno in cui l’Imperatore confuciano Hongzi, al secolo Zhu Youcheng, pubblicava i suoi nuovi codici legali per il Celeste Impero, mentre rafforzava l’esercito per sedare la ribellione della tribù dei Lolo e poco dopo aver scambiato 2 milioni di jin di tè con il riso necessario alla regioni colpite dalla siccità e carestia, io scavavo la mia piccola buca. Mentre Leonardo da Vinci compilava il diario pittografico dei suoi interessi, destinato a passare alla storia con il nome di Codex Atlanticus, quando Elisabetta I d’Inghilterra, dopo oltre 40 anni di regno cominciava a risentire delle conseguenze dell’uso quasi quotidiano dei cosmetici a base di carbonato di piombo, io cementavo la mia posizione, cominciando lentamente a filtrare l’acqua carica di microrganismi. Era un’epoca tranquilla, nel profondo abisso dell’Atlantico settentrionale, dove le ombre rapide di pinne argentee erano l’unico accenno di un percettibile movimento. Per i primi 50-60 anni, continuai regolarmente a crescere, fino alla larghezza di 80 mm circa. Quindi una volta che fui simile ai miei genitori anch’essi immobili, pensai che fosse giunta l’ora di abiurare i principi universali del cambiamento. Seguirono sei secoli di pace e intramontabile meditazione. Finché per il volere di un destino sfortunato, qualcuno giunse per bussare al mio guscio. E fu esattamente quello, il tragico principio della mia condanna.
La storia di Ming la vongola quahog, così chiamata dalla stampa con riferimento alla dinastia cinese prolungatasi dal 1368 al 1644 attraverso il regno di 16 imperatori, sarebbe giunta dunque al culmine nel 2006. Ed è già un notevole obiettivo quello conseguito di costituire un lungo filo ininterrotto, tra questi due periodi storici nettamente distinti. Come se nulla fosse occorso tra il primo ed il secondo punto di questa cronologia, che incorpora la stessa storia umana come nota a margine del tutto priva di rilevanza. Creatura appartenente alla specie Arctica islandica, nota per il suo raggiungimento relativamente rapido della maturità, così come i lunghi anni necessari per il sopraggiungere di un vero e proprio stato di senescenza, essa venne presa nella rete in modo totalmente casuale durante una spedizione condotta da scienziati dell’Università di Bangor in Galles. Che avevano il progetto d’impiegare, così come fatto in precedenza, i segni sclerotizzati su un campione di circa 200 di questi animali, al fine di determinare in modo incontrovertibile i mutamenti climatici verificatisi a settentrione d’Islanda. Almeno finché i partecipanti non si resero improvvisamente conto di come alcune delle vongole raccolte fossero eccezionalmente grandi e dunque, con alto grado di probabilità, eccezionalmente antiche oltre ogni rosea aspettativa pregressa…
Le prime trattazioni della stampa in materia, databili al 2007, parlando in maniera vivida delle precise circostanze di tale scoperta. Del modo in cui il Dr Alan Wanamaker, tirando fuori nel laboratorio i campioni già defunti a seguito del congelamento per il trasporto navale, ne aprì l’ennesimo al fine di contare ed annotare la chiarezza degli annuali anelli presenti sul guscio. Quando gradualmente realizzò come la sua opera non sembrasse avere fine, e addirittura in certi punti della quahog tali segni fossero così sottili e sovrapposti, da renderne il conteggio estremamente difficoltoso. Incontrando immediatamente l’entusiasmo dei colleghi, certi come lui di essere al cospetto di un assoluto record tra gli esseri biologici del pianeta Terra, gli scienziati giunsero dunque alla conclusione preliminare che Hafrún, il Mistero (femminile) dell’Oceano dovesse avere almeno 405 anni. Non ci volle molto perché il dato eccezionale oscurasse totalmente il contenuto presupposto della loro ricerca. Il che sarebbe giunto a costituire, da un certo punto di vista, un’arma a doppio taglio: molti furono i titoli, fatti ribalzare da un lato all’altro di Internet e i giornali di tutto il mondo, che alludevano al modo in cui “ancora una volta” l’uomo avesse portato alla morte di qualcosa di assolutamente venerabile, così come accaduto con l’abbattimento accidentalmente autorizzato del pino dai coni setolosi (subs. Balfourianae) di 5.000 anni nel 1964, ad opera di uno studente del Nevada che doveva recuperare il suo trapano di carotaggio. Un termine di paragone nei fatti sorprendentemente calzante ai fini di comprendere l’estensione del problema. Giacché in entrambi i casi, l’antichità della vittima non poteva in alcun modo essere determinata, prima dell’evento antropogenico che avrebbe portato alla triste quanto irrimediabile dipartita. E ciò senza considerare un fatto parimenti significativo, soprattutto nel caso della vongola Ming/Hafrún: ancor più che gli alberi di una foresta, animali simili, anche di età pluri-secolari, sono alquanto diffusi nel proprio territorio nordico di appartenenza. Per cui non è affatto illogico pensare che dei simili altrettanto antichi siano stati cucinati come niente fosse in multipli ristoranti nel corso dell’era contemporanea. Senza che nei fatti, nessuno lo notasse ed alcun tipo di verifica fosse compiuta prima del malcapitato gesto.
Ogni prospettiva è d’altra parte unica e quello che a noi pare tanto eccezionale, per la vongola è una mera conseguenza del suo particolare stile di vita. O per meglio definirla, mezza-vita, causa l’effettiva condizione di assoluta staticità e parsimonia nell’impiego delle proprie risorse biologiche. Allorché la tipica rappresentante della specie non propriamente resiste, ma più che altro eternamente esiste. Per anni, e anni, e anni. Mentre il suo organismo perfezionato dall’evoluzione fin dall’epoca del distante Cretaceo, facendone essenzialmente un chiaro caso di fossile vivente, mantiene costanti l’ossidazione lipidica, la stabilità proteica e la lunghezza genetica dei telomeri. Con l’ossidazione degli acidi nucleici come unico marker dell’invecchiamento rilevabile, sebbene non di un tipo in grado di abbreviare in maniera sensibile l’effettiva longevità di questa categoria di molluschi straordinariamente privilegiati.
Maggiore, nel frattempo, risulta la casistica degli esemplari ripescati nel Baltico capaci di mostrare una tolleranza migliorata nei confronti dell’anossia, potendo sopravvivere per tempi straordinariamente lunghi l’assenza di ossigeno, scavando sempre più in profondità e restando anche privi di cibo per periodi pari o superiori a 50 giorni. Sebbene manchi una correlazione evidente tra queste particolari popolazioni e la longevità pluri-secolare, che piuttosto pare concentrarsi in regioni dalla temperatura ancora più bassa.
Sepolto e immobile, probabilmente solitario come si confà alla propria stirpe, posizionato tra i margini dell’Artico tra Capo Hatteras in Carolina del Nord e la parte settentrionale della Norvegia, appare dunque probabile l’esistenza di un esemplare ancor più antico della vecchia Ming, che attende pazientemente di essere scoperto. Che in forza dell’analisi statistica, possiede un’alta probabilità di ritrovarsi presto o tardi sollevato fino alla gloriosa luce della superficie. Non è difficile immaginare la ragion per cui, visti i fatti precedenti, nessuno vorrebbe ritrovarsi attribuito il “merito” di trovarsi al suo cospetto in quel fatale momento.
Ancorché i percorsi del destino, questo è noto, siano assai distanti dal controllo predittivo dei pescatori. Siano questi in cerca di un facile guadagno, nutrendo i mondo. O dell’acquisizione di nuove nozioni, a beneficio delle cognizioni appartenenti alla posterità immanente. Che in ultima analisi, ed a scanso di ulteriori equivoci, presto si ritroverà chiamata a giudicare le loro scelte.


