Il tempo massimo per cui si può restare immersi è determinato in larga parte dal significato che si attribuisce a questo termine, ovvero gli specifici fattori di contesto interconnessi a una particolare spedizione. Con esiti effettivamente misurabili in minuti o ore, nella maggior parte delle situazioni, il che risulta più che sufficiente per ogni tipologia di spedizione ricreativa o scientifica di tipo convenzionale. Il che non toglie che sussista il caso, all’interno di determinati ambiti professionali, in cui l’operato di persone pedissequamente addestrate possa risultare niente meno che essenziale per periodi prolungati di svariati giorni, settimane o mesi. Stiamo qui parlando, essenzialmente, delle industrie di estrazione di gas o petrolio offshore, i cui impianti per definizione devono operare in corrispondenza dei fondali marini. Ambienti la cui distanza dalla superficie può agevolmente superare i 300 metri. Il che pone un’interessante quanto letale problematica, dovuta alla natura stessa dell’organismo umano. Il quale composto largamente da tessuti molli e liquidi, dunque in larga parte incomprimibili, possiede la capacità di sopportare senza conseguenze il rapido aumento di pressione che consegue dal raggiungere quei luoghi. Ma in forza degli spazi cavi che contiene, risulta vulnerabile alla saturazione da parte dei gas inerti, tra cui soprattutto l’azoto che costituisce il 79% dell’aria che respiriamo. I quali risalendo tendono immediatamente a espandersi, con conseguenze paragonabile all’esplosione simultanea di una quantità di piccoli esplosivi, strategicamente distribuiti tra sistema vascolare, nervoso ed organi vitali di un ipotetico sommozzatore impreparato. Questione le cui conseguenze furono scoperte, nel modo più evitabile, durante le prime opere di costruzione architettonica dei ponti del XIX secolo, i cui operai tornando in superficie dai cofferdam drenati improvvisamente si ammalavano e morivano, per la misteriosa malattia chiamata all’epoca “the bends“. Finché non s’iniziò a comprendere come un processo graduale di emersione mitigasse, fino all’eliminazione pressoché totale, questo rischio inerente. Il che non toglie il fatto che le tempistiche di scala coinvolte crescano in maniera esponenziale, dal punto di vista pratico, tanto più ci si spinge in profondità. Il che, tornando allo scenario teorizzato poco sopra, implica un tempo necessario per i sub che hanno raggiunto la conseguente pressione di 31 atmosfere o bar, a un periodo necessario di circa 7 giorni. Nei fatti di gran lunga superiore alle 76 ore necessarie agli astronauti per coprire la distanza tra la Terra e la Luna. Durante cui è semplicemente impossibile pensare che possano in alcun modo sopravvivere all’interno di un qualsiasi tipo di tuta o scafandro. Ed è qui, nei fatti, che le cose iniziano a farsi decisamente interessanti…
La prassi operativa che stiamo per descrivere è in effetti quella che rientra nel manuale dei cosiddetti sub di saturazione, i praticanti di uno dei mestieri più rischiosi e ben remunerati, o almeno così si dice, dell’ambito tecnologico ed ingegneristico contemporaneo. Con una “paga di profondità” che già ammonta all’equivalente di 1.400 dollari circa giornalieri per i 300 metri oltre alla tariffa base nel Mare del Nord, che può essere quantificata raggiungendo un totale medio superiore agli 80.000 dollari per un periodo di 28 giorni. Il che rende tutt’altro che inimmaginabile l’ipotesi di fino a quattro o cinque turni di lavoro completi nel corso di un anno, per figure professionali rare e al tempo stesso difficili da addestrare.
Potrete facilmente immaginare, sulla base di quanto detto fino ad ora, come tali cifre risultino tutt’altro che regalate, considerata la difficoltà, il rischio e le conseguenze a lungo termine di questo tipo di attività professionale. Che si è concretizzata solamente in epoca contemporanea, tramite l’applicazione di un principio operativo a suo modo rivoluzionario. Raggiunto quando preso atto dell’insuperabile limitazione della settimana necessaria a decomprimere gli operatori, a qualcuno venne in mente il qui presente quesito: e se noi iniziassimo a portarli nuovamente a bordo, al termine di ciascuna giornata lavorativa, mantenendoli in maniera artificiale nelle condizioni virtualmente identiche alle più remote profondità marine? Ogni campana d’immersione, d’altro canto, è in buona sostanza una sorta di camera iperbarica. E niente e nessuno avrebbe potuto impedire agli ingegneri di costruirne, con finalità appropriatamente remunerative, una versione più grande. Trattasi di soluzione innegabilmente semplice nella sua pratica eleganza: all’inizio dell’operazione gli addetti alle opere necessarie per mantenere in buono stato gli impianti sommersi vengono fatti salire a bordo di una capsula all’interno dell’imbarcazione di appoggio, il cui ambiente può essere pressurizzato fino alle atmosfere necessarie per il punto dell’intervento. Quindi essi vengono calati, la mattina, assieme all’equipaggiamento necessario nella campana da immersione per una sessione di lavoro dalla durata convenzionale di 7-9 ore. Al termine della quale, nuovamente, vengono tirati a bordo senza mai lasciare l’ambiente controllato dei loro sintetici e del tutto sigillati appartamenti. Un processo che può tranquillamente ripetersi per tutto il tempo necessario a completare la fondamentale missione quando, finalmente, inizia per loro il lungo laborioso processo di decompressione. Chiaramente tutto diventa possibile, quando le opportunità di guadagno aumentano di pari passo alle esigenze logistiche, sebbene l’organizzazione di un simile processo risulti tutt’altro che lineare. Includendo passaggi estremamente complessi per ogni passo che preveda il trasferimento di oggetti, incluso il cibo e i panni da lavare, dall’esterno all’interno o viceversa, tramite l’impiego di camere di collegamento a tenuta stagna. Altrettanto difficile, nonché potenzialmente rischioso, lo scarico del contenuto dei gabinetti chimici che costituiscono una parte fondamentale del meccanismo. Con un repertorio assolutamente sterminato di cose che potrebbero teoricamente andare storte, nonché conseguenze anche troppo facili da immaginare…
Mantenere un gruppo di persone a una pressione 20 o 30 volte superiore a quella del mondo che le circonda comporta, effettivamente, la creazione di uno stato d’esistenza in bilico del tutto impossibile in natura. In cui un malfunzionamento anche soltanto momentaneo può portare ad una morte estremamente rapida e senza possibilità di appello. Così come ebbe modo di verificarsi in modo particolarmente celebre in quel fatale 5 novembre del 1983, nell’incidente spesso citato della Byford Dolphin, piattaforma petrolifera battente bandiera norvegese. Quando per un malfunzionamento accidentale dei sistemi di chiusura, accertato soltanto molti anni dopo, l’intera capsula con quattro sommozzatori andò incontro ad un’istantanea decompressione dai 9 bar al valore di superficie, causando il decesso immediato quanto brutale dell’intero personale a bordo. Con riferimento particolare al caso del membro dell’equipaggio per sua ulteriore sfortuna risucchiato attraverso il foro d’accesso di 60 cm di diametro del punto di giunzione, il cui corpo presumibilmente già privo di vita venne drammaticamente fatto a pezzi dall’impatto contro le pareti dell’installazione marina.
Un solenne monito all’importanza del rispetto delle procedure e l’utilizzo dei moderni sistemi di ridondanza all’interno di questo ambito professionale, che furono implementati proprio a partire da quel tragico quanto istruttivo evento. Ogni volta che accendiamo il riscaldamento o l’aria condizionata dunque, per ciascuna accensione dei nostri fedeli computer o ricarica dei cellulari, una parte della nostra gratitudine dovrebbe andare ai personaggi pioneristici che aprirono la strada allo sfruttamento più efficiente delle pur sempre limitate risorse di questo azzurro pianeta. Il cui futuro potrà pur essere incerto… Ma il cui presente è la diretta risultanza di millenni di progresso tecnologico, la cui pregressa sussistenza costituisce la base stessa della nostra consapevolezza, della società moderna e dello stesso senso critico che ci permette di cercare delle alternative possibili attinenti al tema. Sperando almeno di riuscire a individuarle in tempo utile. Prima che i fondali stessi, pieni d’alghe ed altri intrugli figli dell’ecologia modificata, siano ormai troppo distanti da raggiungere. E infestati dagli squali climaticamente metaforici, come trappole delle brucianti circostanze.


