Dalle profondità dei boschi andini, l’estratto della pianta che girava le viti del mondo

Ogni volta che si prende in mano la confezione di un medicinale, per ciascuna pillola ingerita, infuso consumato e applicazione topica di crema o unguento, l’efficacia dei principi attivi in essi contenuti può essere presunta in base ad una legge di natura imprescindibile: la reattività inerente che sussiste tra la nostra pura essenza e le sostanze chimiche prodotte da quella di qualcun altro. Ovvero una presenza vegetale, tanto spesso, per vie collaterali e con finalità frequentemente opache, così come difficile risulta venire a patti con l’idea di tante cellule specializzate, il cui stesso codice genetico presume le istruzioni atte a metabolizzare, consumare, incorporare i singoli messaggi sottintesi della biologia adiacente. Ancestrale cognizione che veniva tramandata fin dai tempi avìti, così come tra le genti peruviane, dove l’arma utile schierata contro febbri ricorrenti, condizione in grado di sfinire o uccidere qualcuno, proveniva da un tipo di piante che frequentemente prosperavano sugli altopiani battuti dal vento. Il cui nome in lingua quecha, quina-quina, ovverosia “corteccia delle cortecce” voleva per l’appunto alludere a quel sacro effetto taumaturgico, considerato un dono di esseri superni a beneficio di coloro che sapevano rendergli omaggio con i rituali adeguati. O almeno questa era l’idea in epoca pre-colombiana, prima che i coloni provenienti dal contesto europeo scoprissero gli effetti di una tale polvere, completamente disallineata dalla filosofia naturale del tempo. In un 1600 in cui all’interno del mondo medico, vigeva ancora la dottrina della scienza galenica, secondo cui ogni tipo di afflizione derivasse da disequilibri tra gli umori, da curare tramite l’impiego di salassi, purganti e preparati vegetali. Immaginate dunque la sorpresa quando i primi missionari appartenenti all’ordine di Gesuiti ebbero maniera di scoprire, con un lampo d’intuizione senza precedenti, che il preparato indigeno curasse non soltanto tali malattie locali, bensì anche e soprattutto la febbre malarica da loro stessi importata, che oggi sappiamo essere il prodotto primordiale di un processo di zoonosi tra i gorilla d’Africa e gli umani. Allorché si narra, in maniera mai chiarita dagli storici, che proprio nel XVII secolo Ana de Osorio, contessa di Cinchón e moglie del viceré del Perù, fosse intenta a compiere un viaggio nell’entroterra quando fu colpita dall’infezione del parassita Plasmodium, comunemente trasmesso dalla puntura delle zanzare. Normalmente una condanna a morte, all’epoca, se non per l’assunzione incoraggiata dai suoi servitori indigeni della corteccia di quell’albero maestoso. Ottenendo un lieto fine che sarebbe poi stato citato in modo implicito, quando Linneo nel 1753 formalizzò il nome latino di Cinchona officinalis e le sue (moltissime) specie adiacenti…

Di cinchona esistono al conteggio attuale 24 varietà riconosciute, il cui abito varia tra quello di un basso cespuglio ed un albero di altezza variabile tra i 5 e 20 metri. Essendo il fattore estetico immediatamente riconoscibile, allora come adesso, la caratteristica infiorescenza dai singoli elementi tubolari, ciascuno culminante in cinque petali tendenzialmente pubescenti, del diametro inferiore ai 2 cm e una lunghezza di 3. Le foglie in direzioni alterne, oblunghe-ellittiche di un’ampiezza di 4-12 cm ed il fusto ricoperto da una spessa corteccia grigio marrone, presentante caratteristiche striature nella parte interna. Essendo proprio quest’ultima, nello specifico, il sito di residenza di una vasta serie di alcaloidi dalla funzione evolutiva incerta, ma l’effetto medicinale tanto lungamente e produttivamente acclarato. Principe tra questi, il chinino la cui proprietà schizonticida agisce con notevole efficacia nel compromettere le capacità riproduttive dei parassiti che infettano il sangue, come per l’appunto il protozoo Plasmodium falciparum, varietà più letale in grado d’indurre lo stato malarico negli umani. Fu dunque in tale guisa che i missionari ecclesiastici ebbero ragione di conoscere la pianta, provvedendo ad importarla specificamente in territorio italiano, dove tale malattia imperversava con ferocia nelle regioni paludose del Centro e del Meridione. Con particolare riferimento alla cosiddetta Schedula Romana, una formulazione creata nel 1649 dal cardinale spagnolo Juan de Lugo, mirante a imporre una calibrazione specifica tra l’infuso di corteccia di china e gli altri ingredienti attivi, in un’epoca in cui la farmacologia moderna semplicemente non esisteva ancora. Molto più problematica, nel frattempo, la diffusione nel resto d’Europa e nei paesi protestanti, dove il rimedio veniva chiamato con accezione dispregiativa “polvere dei papisti” e tardava ad acquisire prestigio tra chi avrebbe potuto idealmente trarne benefici. Sintomatico, a tal proposito, il caso di Robert Talbor, che essendo stato nominato medico di corte di Carlo II d’Inghilterra nel 1678, curò quest’ultimo da febbri intermittenti con un proprio preparato la cui composizione doveva rimanere rigorosamente segreta. La cui natura, rivelata solo successivamente alla sua morte nel 1681, era per l’appunto quella di un’infuso di china mescolato a vari ingredienti, tra cui il vino utile a mascherarne l’amaro sapore. Soltanto con l’inizio del XVIII secolo e la graduale nascita del metodo scientifico, la pianta in questione iniziò ad essere soggetta a studi sistematici, come quello condotto dall’esploratore Charles-Marie de La Condamine nel 1737, a sua volta utilizzato come fonte per la classificazione successiva di Linneo. Allorché dopo il chiarimento delle diverse varietà e conseguenti effetti della sua corteccia, essa iniziò ad essere impiegata come rimedio a specifiche forme di febbri, piuttosto che medicinale antipiretico da usare al bisogno. Anche per gli ormai ben noti effetti collaterali in caso di utilizzo eccessivo, riassumibili in una condizione nota come cinchonismo, che poteva includere aritmia cardiaca, sindrome renale, nausea, capogiro, difficoltà cognitive e persino la morte. Significativo, in tal senso, il diario del medico e viaggiatore francese Joseph de Jussieu, il quale scrisse nello stesso anno di come le varietà “rosse” (probabilmente Cinchona pubescens) avessero maggiori effetti benefici di quelle più comuni e “gialle” (C. calisaya) riportando la frode diffusa che portava i nativi a mescolarle per incrementare i profitti. E lamentando a suo dire, nel contempo, la maniera in cui le genti quechua tendessero ad abbattere troppo presto gli alberi compromettendo la sopravvivenza a lungo termine della loro preziosissima esistenza continuativa.

Il che ci porta al XIX secolo e l’inizio di quello che potremmo definire il primo esempio d’imperialismo botanico, una sorta di anticipazione dell’odierna problematica dell’olio di palma piantato a discapito di tanti e devastati ecosistemi locali. A partire dall’impresa del geografo britannico Clements Markham, inviato nel 1859 a procurarsi le piante sudamericane di cinchona monopolizzate sul piano internazionale dai commercianti olandesi, onde provvedere a trasferirle nei territori idonei del vasto Impero Vittoriano. Ottenendo il successo sperato soprattutto in India e Sri Lanka, laddove il collega dei Paesi Bassi Charles Ledger riusciva nel frattempo a porre in essere importanti piantagioni presso l’isola di Giava. Poli di una fornitura niente meno che fondamentale, finalizzata a sostenere le imprese coloniali di molteplici potenze europee, contrastando tramite l’impiego del chinino la singola più diffusa e letale malattia della storia umana, capace di perseguitarci giungendo a uccidere, secondo una popolare benché mai confermata espressione retorica, circa la metà di tutti gli esseri umani mai vissuti. Vedi il periodo storico della seconda guerra mondiale, quando l’occupazione giapponese delle fonti indonesiane portò a una scarsità di chinino e conseguente crisi di approvvigionamenti, con spedizioni organizzate dagli Stati Uniti di raccolta in Ecuador, Perù e Bolivia. Fino all’impiego ad ampio spettro della sua versione sintetica, la clorochina proveniente dai laboratori della Bayer già dieci anni prima della sua accettazione come cura clinica su scala globale, normalmente datata al periodo del dopoguerra e i successivi anni ’50. Ciò benché la pianta originaria sia tutt’ora utilizzata, contro varietà del parassita diventate resistenti al farmaco, soprattutto in zone particolarmente affette nei distretti geopolitici del mondo odierno.
Poiché non è davvero superabile il bisogno degli umani di appoggiarsi a ciò che tanto lungamente ne ha precorso l’esistenza. Ovvero quel comparto di risorse, più o meno biologiche, riferibili all’incremento o cessazione di processi eternamente prolungati nel tempo. A beneficio di creature troppo semplici per prevalere. O poter conoscere il significato del valore della vita stessa.

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