L’attesa migrazione dell’argento e un branco di candele di ritorno sui confini del continente

Tra i copiosi repertori videografici di Internet, figura uno scenario certe volte tipico, le cui caratteristiche apparentemente innocue paiono soprassedere all’intera storia culturale di una regione. Una persona, spesso un pescatore, piuttosto che un residente appassionato del buon cibo o semplice fautore dei video virali o sensazionalistici, avvicina un pesce argenteo della lunghezza approssimativa di 30 cm ad una fiamma viva. Così che la coda retrostante, nel momento stesso in cui scintille iniziano a lambirla, inizi all’improvviso a trasformarsi di sua iniziativa in combustibile perfettamente persistente. Situazione destinata a progredire in modo alquanto inesorabile, nel mentre la creatura già da tempo esanime viene avvolta da quei lembi, e il fuoco stesso la trasforma in manifestazione ittica di una candela incandescente. Il che rappresenta, in senso molto pratico, la ragionevole approssimazione del formale oggetto di riferimento, chiamato in lingua inglese per l’appunto candlefish o come preferivano i nativi eulachon/ooligan, letteralmente “trota di fiume” con possibile etimologia dal gergo commerciale dei Chinook. Curiosa coincidenza funzionale alla scherzosa coincidenza, tanto spesso sottolineata da testate americane o canadesi, corrispondente a un altro tipo di ritorno, della tifoseria più caotica tipica del football di derivazione europea. Ah, la differenza che può fare una semplice “H”, lettera priva di suono! Eppur qui portatrice di un incognito significato sottostante. Giacché non porta maglie colorate il nostro amico Thaleichthys pacificus, osmeride delle coste a settentrione del Nuovo Mondo, per certi versi affine al nostro Osmerus mordax, specie che altresì ricorre in prossimità di grandi foci europee come la Senna, il Reno e l’Elba. Notazione chiara a definire la natura anadroma di tali esseri, ciascuno avvezzo ad una crescita in corrispondenza di piattaforme continentali oceaniche ma ritornante ad intervalli tipici, fino ai corsi d’acqua dolce dove l’uovo della propria nascita era stato deposto. Con tempistiche che cambiano in base alla specie, portando il nostro candlefish a ripresentarsi dopo un tempo relativamente lungo ed altresì variabile: 2-5 anni con cadenza regolare tra aprile, maggio e giugno. Lassù lungo la costa del Pacifico, al cospetto dei popoli in attesa dei Nass e Skeena sulla costa settentrionale, i Nuxalk, Wuikinuxv, Heiltsuk e Kitasoo, scendendo verso sud fino ai territori dei Kwakwaka’wakw nell’odierna Columbia Inglese. Che nella misura dell’effettiva sussistenza di un lessico e nozioni condivise, per il modo in cui forniva le risorse preziosissime al finire dell’inverno, erano soliti abbinargli l’espressione alternativa di salvation fish, ovverosia molto semplicemente, “il pesce della salvezza”. Non è difficile capirne la ragione…

Immaginate dunque lo scenario di entusiasmo travolgente per le collettività citate, al tipico ripresentarsi di una migrazione mai del tutto prevedibile, occasione di festa e attività febbrile per le genti delle coste, che dovevano coerentemente correre a disporre le fondamentali reti di cattura, trappole e altri approcci necessari all’accaparramento di una sostanziale quantità dei piccoli pinnuti nuotatori. Abbastanza da ricavarne una riserva eppur mai troppi, in proporzione alla rapidità riproduttiva, perché l’anno successivo si potessero creare un tipo di penurie persistenti. Pratica in verità antichissima tra i popoli delle Prime Nazioni, tanto da essere ampiamente stabilita all’epoca della venuta dei coloni europei. Costituendo nello stato dei fatti l’origine di una risorsa preziosissima, il fluido oleoso e dorato che i Kwakwaka’wakw chiamavano t’łi’na e la sua prassi produttiva t̕łi’nagila, essa stessa consistente di un preciso rituale dai profondi aspetti spirituali e quasi trascendenti. Il cui primo passaggio prevedeva la fermentazione all’aria aperta, allorché il pescato si trovava trasferito in un tino speciale, che osservatori esterni definivano per ovvie ragioni stink box. Il che dava inizio alla fase di cottura su larga scala, tradizionalmente proseguita “finché gli occhi dei pesci non cambiano colore”, con conseguente affioramento del grasso contenuto in essi fino ad uno strato trasparente che veniva, quindi, attentamente selezionato e raccolto. Sostanza in grado di costituire al tempo stesso alimento, medicina, patrimonio e identità, attraverso i multipli usi che potevano esserne fatti. Dal consumo diretto anche a distanza di settimane o mesi, riportato come fortemente nutriente ed altrettanto saporito (dopo un ragionevole periodo di acclimatazione) fino alla capacità di prolungare la durata di altre fonti di cibo altrettanto importanti. Costituendo inoltre una cura tradizionale per afflizioni come febbre, mal d’orecchi e vari tipi di dolori alle articolazioni mediante la trasformazione in poderoso unguento. Tutti meriti in larga parte inscindibili dall’alta considerazione offerta al pesce nelle religioni animistiche dei popoli citati, alla sua rilevanza nel potlatch comunitario ed il modo in cui il copioso t’łi’na giungeva ad essere esportato verso i vicini dell’entroterra, disposti a barattarlo con le loro merci del più alto pregio e valore. Nella prosecuzione sostenibile di un’epoca dell’aurea sussistenza, quando ancora nulla sembrava mutevole, né soggetto alle derive ecologicamente problematiche dei tempi odierni.

Il che ci porta al solito ed inevitabile capitolo, sulla conservazione di questa particolare fiamma vivida della biodiversità globale. Laddove gli Osmeridi del Pacifico settentrionale, ed in modo particolare gli eulachon, hanno conosciuto dalla metà del XX secolo una drastica riduzione della popolazione complessiva, per una serie di fattori del tutto conformi a quelli di molteplici altre specie marine. Dalla pressione della pesca sistematica nell’odierna civiltà industrializzata fino al mutamento climatico. Senza tralasciare la modifica profonda degli habitat ripariali, con gli stessi predatori naturali tra cui orsi, lupi, mustelidi ed uccelli che in assenza di alternative possibili, sempre più ritornano in massa puntuali al presentarsi delle migrazioni annuali, che risentono per questo di ridotte opportunità riproduttive. Verso una penuria le cui cifre appaiono purtroppo impressionanti soprattutto negli ultimi trent’anni, con una popolazione complessiva riscontrata nel Distretto di Popolazione (DPS) meridionale calata da 97 milioni d’individui ad appena 40 dall’inizio degli anni ’90. E casi limiti come quello del fiume canadese Fraser, dove i riscontri effettuati dimostrano che la biomassa si sia ridotta nello stesso orizzonte temporale di addirittura il 98%. Rendendo il ripresentarsi di una vera e propria migrazione, con il ritorno da parte degli argentei esuli cresciuti a largo delle antiche coste, un’eventualità progressivamente più improbabile e remota.
Come fase terminale di una situazione che conosciamo ormai anche troppo bene. Dall’abbondanza al tempo dei predecessori all’eccessivo sfruttamento, alla progressiva rarità ed infine, il mero avvistamento occasionale. E strascichi difficili da prevedere, nel funzionamento di un meccanismo complesso come l’ecosistema marino. Con candele prossime allo spegnimento e abbondanza di fiammiferi a portata di mano. Nella speranza che qualcuno noti, all’ultimo momento, la secchezza del fienile dove continuiamo, nostro malgrado, a trovare riparo.

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