Le oblunghe geometrie del Sole, intrappolato tra le scaglie del pitonide nella risaia sopìta

Certe peculiarità della natura paiono accresciute dalla lente digitalizzata di Internet, quasi come se per il potente desiderio di mostrare al pubblico qualcosa di fantastico ed inusitato, il filtro dei colori fosse spinto verso il segno più alto del diagramma, ricercando collettiva partecipazione alla disanima di un video, foto o articolo divulgativo di approfondimento. Il che parrebbe aver contribuito, quanto meno in parte, alla circolazione virale di un particolare rettile, lo Xenopeltis hainanensis o “serpente del raggio di sole” lungo un metro, la cui iridescenza viene presentata come simile a un opale o la sezione interna di una conchiglia. Il che non è così lontano dalle circostanze ragionevolmente verificabili, previo l’inserimento in un contesto, per così dire, ideale: sotto la luce del sole di mezzogiorno o puntandogli una lampada abbastanza potente. Ma adesso permettetemi d’evidenziare, come corollario, un enigma: giacché l’essere in questione, come molti dei suoi simili in Asia Orientale e il resto del mondo, è un predatore notturno, che usa la furtività per cogliere le prede impreparate, evitando per quanto possibile di attrarre l’attenzione dei suoi nemici. Novero tra cui figurano elapidi e krayt di dimensioni superiori, del tutto pronti a divorarne gli esemplari con una singola apertura delle fauci propriamente dimensionate. Perché mai, dunque, una creatura simile dovrebbe presentare la capacità di catturare e scorporare la luce dell’astro diurno lassù nei cieli?
La questione, anche in assenza di studi dedicati e al di là di tentativi confutabili, come la spiegazione che ne vorrebbe l’impiego per il riconoscimento intraspecifico in fase di accoppiamento, o ancora una sorta di mimetismo batesiano utilizzato per stupire o spaventare l’aggressore, resta in effetti priva di coordinate nella tavola sinottica degli approfondimenti evolutivi. In modo particolare per l’aspetto posseduto da queste creature tra il tramonto e l’alba, i cui cromatismi si aggirano più che altro tra un affievolito grigio-marrone, simile alla tipica fanghiglia di appartenenza. Il che suscita l’annosa contraddizione in termini del tentativo di spiegare ogni fenotipo di qualsivoglia specie con il darwinismo della selezione naturale. Approccio utile nella misura in cui si riesce a mantenere la flessibilità opportuna, per comprendere come ciascuna mutazione nell’eterno susseguirsi delle ondate generazionali sia una convergenza di diversi tratti paralleli, non tutti utili o fondamentali alla stessa maniera. E nessun essere possa decidere in maniera coscienziosa di conservare un gene, piuttosto che un altro. Dopo tutto, gli esseri umani possiedono dei tratti vestigiali come i denti del giudizio, il coccige o l’appendice. Mentre lo Xenopeltis continua con ostinazione a possedere una profonda iridescenza strutturale. Magari un suo antenato, in epoche pregresse, usciva dalla propria tana nelle ore diurne.
Possibile, probabile, impossibile da dimostrare. Soprattutto considerata l’antichità di questo genere e la relativa famiglia Xenopeltidae, in verità soltanto cognata dei pitonidi e composta da tre varianti riconosciute, inclusa quella sopracitata, anche detta “comune”, per la sua diffusione tra Cina, India, Vietnam, Tailandia e buona parte dell’Indonesia. Dove periodicamente, un esemplare incauto uscito nelle ore di luce finisce sotto l’occhio di una telecamera e da lì acquisisce fama imperitura. Per il collettivo e tipico entusiasmo nei confronti dei lunghissimi gioielli che si muovono tra l’erba, riuscendo a scomparire dalla vista nel tempo di un singolo battito di ciglia o una folata di vento…

Per quanto concerne a tal proposito l’origine dell’effetto ottico in questione, un chiaro tipo d’iridescenza, è possibile chiamare in causa la particolare conformazione delle scaglie dorsali dell’animale. Una copertura il cui strato esterno è ricoperto di microstrutture stratificate fatte di beta-cheratina, definito in gergo con il germanismo oberhäutchen, per sua natura idrofobica ed auto-pulente. Nonché capace d’introdurre, per la particolare disposizione degli atomi che lo compongono una serie d’interferenze nella luce riflessa, tali da produrre l’effetto cangiante tra tonalità metalliche del verde, blu e violaceo che tanto caratterizza il nostro amico strisciante, al pari di altre specie, vedi il pitone arcobaleno (Epicrates cenchria) ed il serpente indaco (Drymarchon corais) altrettanto esperti nel suscitare stupore tra i distretti della condivisione internettiana. Nessun tipo di pigmento, quindi, entra nel gioco delle cause ed effetti, riducendo in modo significativo il costo biologico di una simile, per lo più inspiegabile prerogativa. Il che non toglie il fatto che il raggio di sole dello Hainan possieda una saltuaria inclinazione a farsi più grande di quello che è, tentando di attirare il giusto tipo di attenzione. Ogni qual volta trovandosi messo alle strette, resta immobile mentre solleva la sua coda e inizia ad agitarla, in un modo paragonabile a quello del serpente a sonagli, producendo un utile effetto vibrazionale benché privo del caratteristico suono di quest’ultimo. Un possibile tentativo, utilizzato come ultima spiaggia, di dirigere l’attacco verso una parte meno vulnerabile e preziosa del suo corpo. Benché a quel punto, da ogni punto di vista rilevante, la sua strategia primaria abbia già incontrato un tipo sostanziale di fallimento. Considerata la natura schiva del piccolo divoratore di rane o mammiferi, la cui timidezza nei confronti di creature più grandi va inserita in una ricerca pressoché costante della furtività, che lo porta a trarre massimo vantaggio dalle buche o trincee che sfrutta per nascondersi, spesso scavate da lui stesso tramite l’impiego della testa con la forma di un cuneo appuntito. Prerogativa utile a spiegare, di concerto, la sua predilezione per il terreno utile o smosso, come quello caratterizzante per l’appunto i tipici distretti asiatici di una risaia. All’interno della quale questo tipo di serpenti vengono generalmente tollerati, per l’assenza di un morso velenoso e la capacità di agire attivamente, in modo instancabile, nel controllo sistematico dei roditori ed altri parassiti. Che egli cattura con un singolo balzo in avanti, senza inseguimenti ed evitando alcun tipo di dramma. Riuscendo a costituire, in quello specifico e altrettanto limitato contesto, il più encomiabile degli oblunghi assassini.

Specie ovipara ed alquanto prolifica, con fino a 10 uova prodotte per evento riproduttivo, lo X. hainanensis può accoppiarsi anche più volte nel corso di una singola stagione, senza alcun legame di coppia, rendendo facile comprendere la relativa frequenza con cui viene avvistato nei contesti rurali nell’intero estendersi del proprio vasto areale. Cui si aggiunge l’ampia diffusione all’interno dei terrari pubblici e privati, in funzione dei suoi comprovati ed innegabili meriti visuali. Benché l’allevamento in cattività non sia un progetto semplice, considerata la timidezza e facilità con cui è incline a incorrere in condizioni di stress elevato, con conseguente rifiuto del cibo e immediato deperimento delle condizioni di salute.
Il che rende in larga parte consigliabile osservare una simile splendente pulcritùdine dalle distanti rupi, previa accettazione di prolungare il risultante encomio con il giusto grado distacco e giustapposizione situazionale. Affinché il raggio della luce ultraterrena possa continuare a seppellire il proprio aspetto tra i corposi fanghi dell’indifferenza, al termine delle striscianti generazioni. Giacché la natura dei serpenti non desidera un certo tipo di celebrità tangibile nei lidi internettiani. Né può trarne beneficio, anzi, direi l’esatto contrario.

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