Nove passi verso il vuoto e l’aritmetica di Miyajima, scultore tecnologico della suprema impermanenza generativa

Una galassia di puntini che si affollano ordinatamente, impressa contro le pareti di una stanza scarsamente illuminata. La colorazione dominante: azzurro, una delle più accessibili tonalità del diodo a emissione di luce, più comunemente definito con l’acronimo internazionale, LED. Soltanto con i pochi secondi necessari per l’abituarsi dello sguardo alla bizzarra prospettiva, e almeno un paio di passi compiuti all’interno della stanza/installazione facente parte della Biennale di Venezia del 1999, il visitatore cominciava a scorgere la verità di siffatti e giustapposti punti di luce: non immagini infinitesimali, bensì dei caratteri numerici, perennemente intenti ad un conteggio dal numero 9 ad 1. E poi… Il nulla. Al compiersi di ciascun ciclo un pregno attimo di oscurità, ancora e ancora e ancora. E ad un tratto, tutti assieme! Il buio più totale presso l’annichilimento della loro condivisa brillantezza, la MORTE in quanto tale di scintille che, per loro implicita natura, riescono a simboleggiare il nostro breve tempo da trascorrere su questa Terra imperfetta. Al compiersi di ciascun antropico disastro, la guerra, Auschwitz, Hiroshima, in quello che nell’opera Mega Death voleva essere, in maniera esplicita, un commento acritico agli eventi e le tragedie del Novecento. Così come documentato, e in tale modo messo in evidenza, dall’artista allora già famoso Tatsuo Miyajima, autore di creazioni in cui l’impiego di quelli che lui stesso chiama meri “gadget” luminosi tende superficialmente a sconfinare nel pessimismo. Per lo meno nel fugace attimo, prima che il ciclo ricominci, dai margini del sincretismo e fino al nugolo della precipua convergenza. Dimostrando come l’uomo possa uccidersi, frequentemente, ma poi ritornare alla rinascita che ne consegue. Per continuare, nonostante tutto, ad essere un parte imprescindibile del Tutto.
C’è dello Zen, senz’altro, assieme al suo preciso opposto, nella poetica affinata fino ad una forma di scienza nel corso degli ultimi 40 anni dal creativo di Edogawa laureatosi nel 1984 alla Tōkyō Geijutsu Daigaku, con curriculum centrato sulla pittura ad olio, prima di giungere alla conclusione che una tale forma d’arte fosse fin troppo convenzionale per il tipo di messaggio e canone stilistico che aveva la missione d’interpretare. Il che lo avrebbe portato inizialmente a esprimersi mediante brevi excursus di arte performativa, incluso mettersi a gridare il suo disagio in pubblico, mentre un collega riprendeva le sue gesta per il beneficio ultimo della prosperità. Un modus operandi destinato ad essere rapidamente accantonato, quando tre anni dopo venne a conoscenza dell’innovativo sistema elettronico per mostrare un numero cangiante su parete o come parte dei suoi validi costrutti situazionali. Quadri e installazioni, forme o acute metafore, di segmenti temporali o spazi nell’inarrestabile progresso dei momenti. In cui le nove cifre si susseguono all’inverso, senza mai ricorrere a quel cerchio vuoto che dovrebbe chiudere la ragionevole sequenza ininterrotta. Perché “Lo zero è un concetto occidentale” è solito ripetere Miyajima. “Non fa parte della realtà tangibile. Non valorizza il quantum sostanziale della mancata sussistenza…”

Un punto di partenza come un altro, nonché un fondamento impossibile da riprodurre in circostanze prive dello stesso attimo d’intrinseca illuminazione, quello declinato tramite l’evoluzione di un metodo espressivo infuso di un profondo sentimento, che tende a porre in evidenza il peso ed il significato del passaggio del tempo. Tramite l’applicazione sistematica di tre principi operativi mutuati in via diretta dal Buddhismo e relegati ormai da lungo tempo su Internet nella sua dichiarazione d’artista. Primo: il cambiamento non può essere fermato. L’arte dovrebbe essere mutevole, come la vita. L’immobilità è un valore improduttivo, oltre che un’illusione. Secondo: ogni cosa è interconnessa. Nessuna cosa può esistere senza la serie di rapporti che la posizionano all’interno di un sistema. L’arte è dovunque, in nessun luogo allo stesso tempo. Come la vita stessa. E infine, terzo: il gesto ha il potenziale di continuare in eterno. Rappresentare l’immortalità è uno dei compiti più importanti dell’arte. Essa fornisce un metodo all’inesauribile sentiero della speranza. Riuscite a vederlo, adesso? In ciascuna stanza costruita in base alle specifiche proporzioni di un sito museale o pubblico, così come nelle sue creazioni che l’autore definisce “racchiuse all’interno di un cubo bianco” proprio perché rimuovibili e posizionabili alla successiva iterazione di una mostra, il fronte variopinto di quei numeri del tutto casuali, dove alcuni tra i fruitori cercano uno schema o un qualche tipo di logica ulteriore. Ancorché la matematica non abbia necessariamente un ruolo, essendo più che altro utilizzata dall’autore come piattaforma per manifestare il progredire di quegli attimi, la mutazione inarrestabile di un scenario. E tutto questo non soltanto nelle “tele” o automatiche finestre virtuali esposte in tutto il modo, ma anche quelle più tipicamente architettoniche poste a fondamento di creazioni come la recente serie Changing Landscape, che ha visto le vetrine di vari musei e gallerie coperte da un sistema di specchi uni-direzionali, con la forma familiare degli stessi numeri composti dai segmenti degli suoi diodi ed i tipici orologi digitali. Affinché il visitatore, in base alla posizione e le condizioni della luce, potesse scorgervi molte possibili sequenze allo stesso tempo. O ancora le creazioni collaborative, vedi Sea of Time (1998) in cui ogni individuo viene chiamato a regolare la velocità del cambiamento dei numeri all’interno dell’inarrestabile sequenza numerica, un concetto in seguito ripreso nel 2017 con lo stesso titolo, col fine di commemorare le numerose vittime del terremoto e successivo tsunami che aveva recentemente colpito la regione del Tohoku. Una forte connessione alle tragedie universali che l’autore vive ed esemplifica più volte nel corso della sua carriera, a partire dall’iniziativa cominciata nel 1995 e tutt’ora in corso il Kaki Tree Project, consistente nel distribuire durante workshop d’arte dedicati ai giovani una certa quantità di semi provenienti dal famoso albero da frutto sopravvissuto, nonostante la parziale distruzione, allo scoppio della bomba atomica sganciata su Nagasaki.

Gigantismo: nel 2016 Miyajima ricevette l’opportunità di far scorrere a velocità variabile i suoi numeri lungo l’iconico grattacielo di 490 metri dell’ICC di Hong Kong. Metodologia sfruttata, dichiaratamente, al fine di esemplificare la percezione individuale e personale dello scorrere del tempo.

Giacché un fondamentale punto esposto nelle interviste e la saggistica da egli stesso pubblicata sul suo sito ufficiale, vede l’artista calibrare il suo operato sulla base di coloro che dovranno contribuire, successivamente, a confermarne l’esistenza come parte comprovata del ciclo ininterrotto dell’arte stessa. Con riferimento citazionistico alla celebre conversazione tra Einstein e il filosofo indiano Tagore, in cui quest’ultimo riuscì a convincere il grande scienziato che neppure l’Apollo del Belvedere custodito ai Musei Vaticani potrebbe corrispondere a un concetto universale di bellezza, se al mondo non ci fosse più nessuno per conoscerne e apprezzarne i meriti scultorei inerenti. Punto di partenza nobile per la prospettiva utile a vedere l’arte come uno strumento che congiunge, l’autore col suo pubblico, piuttosto che ergersi al di sopra di entrambi. Casualità secondo cui dal vortice dei numeri gettati alla rinfusa dovrebbe, in qualche modo, derivare l’elaborazione di una somma o altro genere di risultato. A patto che il tempo possa giungere a fermarsi, per volere o convenzione della collettività indivisa. Idea del tutto irraggiungibile, qualora i presupposti restino mutevoli per predisposizione del proprio (in)consapevole demiurgo autorale.

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