Centro economico e capitale commerciale, oltre che amministrativa, del popoloso stato indiano del Maharashtra, l’antica Mumbai con i suoi 12 milioni di abitanti è uno stratificato esempio della convergenza di popoli, culture e religioni dislocate lungo sette isole connesse l’una all’altra, tramite un reticolo di ponti, viadotti e tunnel sottomarini. Un maggioranza di religione induista, affiancata da importanti comunità musulmane, cristiane, sikh, parsi ed ebraiche, ciascuna corredata dal suo piccolo universo di luoghi di culto e punti di riferimento. Appare dunque in qualche modo significativo, e stranamente adeguato, che il più iconico e riconoscibile dei monumenti cittadini appartenga a nessuna e al tempo stesso tutte tali gruppi identitari. Essendo stato costruito in un momento storico molto particolare, per volere imprescindibile di una classe dirigente venuta in tempi relativamente recenti e da molto, molto lontano. Sto parlando, se non fosse ovvio, del Governatore Generale della compagnia delle Indie, quindi Viceré britannico, insediatosi nella metropoli in seguito al trattato di Bassein del 1802, fatto firmare in condizioni di durezza in seguito alle multiple vittorie militari contro i portoghesi e il Sultanato del Gujarat. Il quale poco più di cento anni dopo e nella persona di Charles Hardinge, primo barone Hardinge of Penshurst, ricevette sul principio del XX secolo una notizia fonte di giubilo e tremori al tempo stesso: l’imminenza di una visita da parte del recentemente incoronato sovrano d’Inghilterra, dei dominion oltremare nonché Imperatore di tutte le Indie, Giorgio V del Regno Unito, assieme alla sua consorte Maria di Teck. Occasione senza pari di agghindare ed abbellire quella che in tale epoca veniva detta Bombay, sotto la supervisione del proprio subordinato Sir George Sydenham Clarke; fautore di un’idea dal gusto chiaramente classico ed al tempo stesso aggiornato per i tempi odierni: la costruzione in prospettiva lungo i moli di un grande arco di trionfo, un monumento splendido paragonabile come importanza a quello di Costantino nell’Antica Roma, e per le dimensioni, al più recente Arc de Triomphe degli Champs-Élysées parigini. Visione in apparenza irrealizzabile e nei fatti destinato a scontrarsi, come le onde agitate dell’Oceano Indiano, con l’impossibilità di essere completato in tempo per l’anno cruciale del 1911. Il quale vide l’installazione, in occasione dello sbarco dei sovrani, di una semplice struttura temporanea in carta pesta e intonaco, impreziosita se non altro da una lunga e articolata parata delle truppe britanniche locali. Ma giacché un sogno destinato a rimanere tale costituisce poco altro che una perdita di tempo, a più livelli per chi gestisce ed amministra le intere facoltà di una nazione, il superamento della data prefissata non costituì fattore di accantonamento dell’originale idea. Fino al tardivo coinvolgimento nel 1913 dell’architetto di origini scozzesi, trasferitosi in India, George Wittet (1878-1926) già progettista di svariati edifici del ricco patrimonio cittadino, tra cui l’Istituto delle Scienze, la sede della Tata Company nota come Bombay House ed il palazzo dei congressi di Cowasji. Offrendogli ben poco più di un canovaccio, in merito all’effettivo aspetto e funzione pratica dell’edificio. Purché fosse possibile riuscire a garantire che ne avesse una, s’intende…
Maestro ed uno dei principali fautori all’epoca dello stile ormai realizzatosi a pieno titolo col nome di architettura indo-saracena, anche detta mogol-gotica o neo-mogol, l’autore presentò dunque ai committenti un progetto dotato di tre aperture dalla notevole altezza di 26 metri, con la luce centrale sormontata da una cupola del diametro di 15, adibito almeno parzialmente a spazio pubblico d’attesa per i passeggeri interessati ad imbarcarsi su una delle molte navi presso l’adiacente porto di Mumbai, ma che servisse soprattutto come simbolo ed inconfutabile evidenza dell’assoluta superiorità tecnologica dei supervisori stranieri nei confronti dei loro sottoposti. Incorporando attentamente, a tal fine, una serie di soluzioni estetiche sostanzialmente omni-comprensive, come un punto d’incontro tra i diversi volti storici posseduti, e talvolta sovrapposti, nella gestalt storica della pregressa storia cittadina. In tal senso l’arco, destinato ad essere chiamato ufficialmente Gateway o Porta dell’India, sarebbe sorto gradualmente nel corso degli 11 anni successivi, sfruttando fondi rigorosamente requisiti dalla tassazione ed altre risorse sequestrate direttamente alla popolazione subcontinentale, con caratteristiche mutuate in via diretta sia dall’arte endemica del Maharashtra, vedi i motivi floreali, le cornici geometriche e gli altri ornati bassorilievi, che il gusto successivo all’installazione del Sultanato, vedi la forma specifica degli archi ed i loro jaali traforati, soluzione in realtà molto pratica capace di filtrare la luce diretta e raffreddare l’aria degli spazi interni. Laddove gli alti torrioni angolari, quasi simili a un castello medievale, ricordavano piuttosto la vigente eredità europea del monumento. Realizzato quasi interamente nella pietra locale del basalto giallo, posto in posizione sopraelevata tramite l’impiego di un plinto di marmo, la struttura faceva anche largo uso di cemento per la propria armatura interna, diventando in tal senso un simbolo evidente di tecnologia applicata alle necessità ingegneristiche coéve. Situato fin da subito in un punto di attrito tra visioni contrapposte della società vigente, la Porta vide dunque il suo completamento poco dopo quello del retrostante Taj Mahal Palace and Tower Hotel, fiore all’occhiello dell’imprenditore parsi Jamsetji Tata, massiccia struttura con i suoi filari sovrapposti di balconi jharokha e l’alta cupola ispirata al mausoleo seicentesco dello Shah Jahan. Nonché una statua eroica dello stesso Re straniero Giorgio V, che vide fin da subito attirarsi un certo grado di antipatia da parte di svariati gruppi e comunità locali. Così come l’intera struttura funzionava al tempo stesso a guisa di meta turistica, orgoglio cittadino e solenne prova del pesante giogo coloniale, mantenuto in mani salde da un’autorità capace di apparire all’epoca del tutto eterna e insuperabile, per il corso degli eventi e la deriva stessa della Storia.
Fu dunque un momento dall’alto valore simbolico, il cui dipanarsi deve quanto meno essere riconosciuto ai meriti di autorità avvezze a un lungo regime di cooperazione reciproca, la fondamentale cerimonia di commiato condotta il 28 febbraio del 1948, quando a seguito di decine di anni di campagne di disobbedienza civile guidate dalla figura del Mahatma Gandhi, ribellioni a più livelli e il sostanziale indebolimento dei domini stranieri britannici per via degli eventi delle due guerre mondiali, si era giunti da mesi alla dissoluzione sostanziale dell’istituzione del Raj, già celebrata con la formale sfilata e partenza del 2° battaglione del Black Watch a Karachi, ultima forza straniera a lasciare il neonato stato del Pakistan. Il che avrebbe portato il Somerset Light Infantry a fare lo stesso a Bombay dall’altra parte del confine, con una marcia finale in direzione del molo, coronata dall’imbarco del maggiore generale Lashmer Whistler proprio innanzi alla magnifica cornice dell’arco costruito decadi prima sotto la supervisione di Sydenham Clarke. Un letterale punto terminale, in cui quella che avrebbe dovuto costituire la porta d’ingresso di un sovrano assolutista si trasformava nella sostanziale uscita di servizio, utilizzata finalmente per il ruolo a cui, all’insaputa di tutti, era stata predestinata. Far uscire con tutti gli onori quella parte della collettività che non serviva più agli scopi di un tempo, costituendo piuttosto un indelebile memento del dominio imposto e l’ormai decadente potenza degli Europei. Con un ultimo, per quanto significativo collario ancora da compiersi: l’abbattimento nel 1959 della statua di Giorgio V adiacente all’arco, sostituita con una fedele raffigurazione del condottiero dei marathi Chhatrapati Shivaji Maharaj. Gesto criticato come mero nazionalismo da parte della residua minoranza britannica, ma degno di essere inquadrato in una successione di episodi che avrebbero portato, in quegli anni, alla nascita di una nuova forma d’orgoglio comunitario. Per il superamento di ogni senso di sottomissione e la nascita di una nuova Mumbai proiettata verso il suo stesso futuro. Che sceglieva in questo modo di commemorare, in base a crismi totalmente autoctoni, i lunghissimi capitoli dei suoi trascorsi avìti.


