La cenere sotto la torba del Pacifico, segno di un villaggio 100 secoli più antico delle piramidi di Giza

La prassi tipica della ricerca archeologica viene spesso romanticizzata come una sorta di avventurosa ricerca al tesoro: personaggi eclettici, avventurieri privi di confini, indagano le antiche civiltà mediante spedizioni in luoghi atipici e remoti, sfidando il clima, la mancanza di risorse e l’ostilità dei nativi. Alcune delle scoperte più importanti delle ultime decadi tuttavia, in questo mondo che ormai serba solo in parte i suoi segreti, si presentano come il coronamento di un lungo processo d’indagine, la progressiva e approfondita catalogazione di una scia di consapevolezza attentamente ricostruita. Opera più che decennale ed il lavoro di un’equipe affiatata, formatasi in un mondo, quello accademico, dove l’improvvisazione viene vista come avventatezza ed impreparazione. Aspetto molto spesso trascurato nel racconto dei loro successi, come capitato per il sito EkTb-9 dell’isola di Triquet sulla costa della Columbia Britannica, riportato nel 2017 dalla stampa generalista con il tipico accompagnamento di “scoperta accidentale” ed “opera di una studentessa”, la dottoranda in antropologia dell’Università di Victoria, Alisha Gauvreau. Il che, senza ridurre i meriti e l’ingegno di quest’ultima oggi diventata un’autorità nel suo settore, sembra mettere in secondo piano il contesto di questo paradigmatico ritrovamento, da inserire a pieno titolo nella serie di successi conseguiti dall’istituto Hakai facente parte della Fondazione Tula, nato specificamente per l’approfondimento degli antichi popoli abitanti sulla costa nord-occidentale del continente americano. Obiettivo conseguito a pieno titolo una volta completata la datazione al carbonio dei reperti frammentari fuoriusciti dal sottosuolo, collocati senza margini di errori entro un periodo andante tra i 14.800 e 13.700 anni a questa parte, tale da farne una delle singole prove di pregressi insediamenti umani più a antichi dell’intero contesto geografico del Nuovo Mondo. Ciò attraverso un lungo e articolato scavo condotto come un’analisi di tipo stratigrafico, in cui a ogni scarto di profondità ulteriore si faceva corrispondere un’epoca precisa. Fino al residuo più distante e significativo: i resti di un falò datato al Pleistocene ed evidentemente antropogenico, segno imprescindibile di consapevolezza e il tentativo di concerto di addolcire i più taglienti spigoli di un ambiente ancora dominato in larga parte dalla natura. Senza nulla togliere all’importanza delle più recenti ed ordinarie testimonianze, tra cui utensili di pietra per il taglio, attrezzi per la lavorazione del legno, arpioni ed aghi in osso nonché alcuni misteriosi pomelli, forse proiettili o giocattoli, ed un sostrato di resti animali e conchiglie. Il cui dipanarsi lungo l’estendersi di un arco temporale significativo serve ulteriormente a connotare un dato di essenziale rilevanza: il prolungarsi più che secolare dell’insediamento in questione, denunciando uno stile di vita stanziale, così strettamente collegato alle radici di una vera e propria civiltà.

Con un processo d’indagine parzialmente basato sull’analisi statistica degli altri siti situati lungo la costa del Pacifico, il ritrovamento di EkTb-9 viene spesso attribuito almeno in parte alla capacità di ascolto di Gauvreau e i colleghi dell’Hakai nei confronti dei nativi del popolo Heiltsuk, una delle Prime Nazioni sottoposta ad indottrinamento forzato durante l’epoca del colonialismo culturale canadese. Capace tuttavia di mantenere le antiche usanze e conoscenze tramandate, inclusa quella in base a cui la propria stessa discendenza risalisse ad antenati più che millenari distribuiti negli oltre 16.000 Km quadrati di costa dei loro tradizionali territori di pertinenza. In luoghi come l’isola di Triquet, per l’appunto, già connessa a precedenti e meno antichi esempi di wet sites, ambiti archeologici riemersi a poca distanza dal punto d’incontro tra l’oceano e la terra ferma. Il che ci permette d’inquadrare, in modo più specifico, la notevole importanza della scoperta del 2017, inseribile nel novero decisamente limitato dei residui umani antecedenti alla cultura di Clovis, originariamente interconnessa allo storico pregresso dei cosiddetti Paleoindiani. Una popolazione eterogenea ma con tratti in comune, tra cui le omonime punte di freccia con caratteristica forma rastremata, possibilmente utilizzata per la caccia di animali d’imponenti dimensioni, come i mammuth. Nonché quelli distribuiti, in base alla prestigiosa ipotesi elaborata per la prima volta negli anni ’30 dall’archeologo statunitense Edgar Billings Howard, nell’istmo intercontinentale della Beringia, sottile striscia di suolo calpestabile situato tra la Siberia e l’Alaska, caratterizzato da una vegetazione lussureggiante ed un ricco patrimonio faunistico nell’epoca corrispondente a 13.500 anni prima dei nostri giorni. Una situazione relativamente benigna, nel suo complesso, rispetto al tipo di traversata che avrebbero dovuto affrontare gli abitanti di Triquet, durante l’ultima tremenda glaciazione, quando lo stesso percorso avrebbe avuto l’aspetto di un’ininterrotta, invivibile striscia di ghiaccio. Richiedendo funzionali imbarcazioni al fine di giungere fino alla costa canadese, e poi percorrerla verso meridione fino ai primi luoghi dove, per la maggior parte dell’anno, i nuovi lidi fossero capaci di restare verdeggianti anche all’apice del più cupo inverno.
Parlare di un superamento delle precedenti certezze, proprio in relazione al significativo scavo in oggetto, non è dunque un’esagerazione così come la rinnovata presa di coscienza che l’esatta storia antropologica del Nuovo Mondo resti in larga parte misteriosa, non potendo beneficiare dei tragitti migratori lungamente acclarati nell’entroterra della vasta Eurasia. Davvero niente male, per un singolo perduto focolare! Difficilmente, coloro che lo accesero avrebbero potuto immaginare di stare gettando un’ombra in grado di oltrepassare intatta tante innumerevoli, interconnesse generazioni.

Privo di resti umani e per questo poco funzionale all’elaborazione di nozioni sulla cultura e credenze degli antichi abitatori, il sito di Triquet ha fornito nondimeno dati approfonditi sui metodi di sostentamento attribuibili, per inferenza al totale ambito degli insediamenti della preistoria sulla costa canadese. Capaci di affidarsi, nell’epoca più antica, soprattutto alla caccia di mammiferi marini, per poi passare attorno ai 7.000 anni prima di oggi ad uno sfruttamento intenso di specie ittiche quali sebastidi e molluschi, attestati grazie alla persistenza dello strato organico del periostraco sotto la torba, laddove le conchiglie vere e proprie sono da lungo tempo andate incontro a disintegrazione. Interessante, a tal proposito, l’ipotesi elaborata dalla stessa Gauvreau in base a cui un calo demografico avrebbe potuto verificarsi, entro quest’ampia fascia di date, per il verificarsi di una serie di paleotsunami possibilmente rintracciabili nella stratigrafia sepolta. Un risvolto che ci unisce, nella nostra prolungata incapacità di superare gli sconvolgimenti ed i drammi ecologici, ai più remoti tra i nostri predecessori. Egualmente incorporati, e spesse volte sovrascritti da processi che non hanno considerazione per gli sforzi condivisi. E potrebbero aver costruito il bivio procedurale tra i piccoli villaggi preistorici ed alcune delle grandi, maggiormente celebrate opere del Mondo Antico.

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