Dall’atomica al rifornimento aereo, l’evoluzione decennale dell’ultimo gigante dei ponti di volo

La drammatica conclusione del secondo conflitto mondiale, secondo le modalità precisamente scelte dal comandante in capo F.D. Roosevelt, evidenziò di fronte al mondo come nulla sarebbe stato, a partire da quel fatidico momento, più conforme alle stesse regole d’ingaggio o dipanarsi degli eventi. Con la distruzione nucleare di due città capace d’instillare un senso di sgomento non soltanto nei nemici ed alleati della Nazione, ma anche nella stessa macchina amministrativa che aveva, nel corso degli ultimi sei anni e un giorno, condotto il sofisticato balletto coadiuvato con gli sforzi della coalizione su scala globale. Gli ammiragli responsabili di uno degli strumenti più importanti in tal senso, le formidabili portaerei delle classi Yorktown, Essex e soprattutto le moderne Midway, compresero immediatamente come il mancanza di un ruolo di quest’ultime in materia di deterrenza nucleare le avrebbe inevitabilmente condannati all’irrilevanza. Fu così che già nel 18 aprile 1949 nei cantieri di Newport, con un’approvazione soltanto parziale del Congresso, il rappresentante di categoria John Sullivan impostò i lavori per quella che sarebbe dovuta diventare la CVA-58 USS United States, prima di una nuova classe di navi con ponte di decollo dal dislocamento di 65.000. Un’operazione tanto attentamente calibrata e con solido supporto da parte dell’Alto Comando, che soltanto l’intervento repentino del segretario alla Difesa Louis Johnson poté bloccare la prima tranche dell’investimento da 189 milioni di dollari connesso alla realizzazione del progetto, dando inizio ad uno scontro tra le autorità civili e militari tali da portare alla dimissione di svariati eroi decorati del conflitto. Il sogno naufragato nella cosiddetta rivolta degli ammiragli, tuttavia, aveva suscitato l’interesse nelle sfere pertinenti nei confronti di una nuova soluzione bellica. In un mondo in cui i sistemi balistici intercontinentali erano ancora un mero spettro all’orizzonte, per non parlare dei sommergibili con a bordo il terrificante missile Polaris, la possibilità di far decollare in qualsiasi mare e in qualsiasi momento un moderno emulo dell’Enola Gay non poteva essere semplicemente accantonata. Il che avrebbe visto trasformare già verso l’inizio degli anni ’50, per intercessione del Capo delle Operazioni Navali, la commessa per il velivolo da 45 tonnellate immaginato per l’imbarco sulla superportaerei di Sullivan in qualcosa di più leggero, versatile e realisticamente pronto all’utilizzo. L’apparecchio risultante avrebbe costituito il primo bombardiere strategico imbarcato degli Stati Uniti e del mondo. Continuando a servire, in varie iterazioni successive, fino per oltre 40 anni fino all’inizio della guerra del Golfo.
Eppure, complici i meri 282 esemplari prodotti, non molti conoscono fuori dagli Stati Uniti l’A3D Skywarrior della Douglas, affettuosamente soprannominato the Whale (la Balena) per i suoi 23 metri di lunghezza e 22 di apertura alare, sufficienti a creare un effetto quasi surreale durante il decollo dalle comparativamente appena sufficienti portaerei coéve. Il che avrebbe previsto, inevitabilmente, l’inclusione di avanzati sistemi per la piegatura delle ali e della coda verticale, ma anche la riduzione ai massimi livelli del peso di decollo, con artifici come la rimozione dei seggiolini eiettabili. Il che avrebbe portato tra gli avieri ad un secondo informale, meno lusinghiero acronimo di riferimento: All 3 Dead – Tutti e tre morti. Un peculiare tipo di oscura, eppure comprensibile ironia…

Facendo un passo indietro fino 1948, un totale di otto fornitori delle Forze Armate avevano risposto al richiamo degli ammiragli per la presentazione del bombardiere principale della prospettata USS United States. Facendo capo a linee guida che vedevano l’esigenza del tutto raggiungibile che rimpiazzasse l’attuale bombardiere navale North American AJ Savage da 21 tonnellate, aereo con motori ad elica semplicemente giudicato troppo lento per eludere i nuovi, formidabili intercettori a reazione dell’Unione Sovietica. Il progettista Ed Heinemann della Douglas, in modo particolare, aveva individuato la natura effimera della massiccia supercarrier, proponendo in linea di principio un jet del peso di “soltanto” 31 tonnellate, andando incontro ad un feroce attacco e accuse d’irresponsabilità da parte del generale Hoyt Vandenberg. Con la cancellazione e chiusura coatta del cantiere a Newport, pochi giorni dopo l’inizio dei lavori, la situazione andò incontro a un radicale capovolgimento. E mentre i produttori concorrenti si ritirarono di fronte alla prevista impossibilità di un bombardiere nucleare imbarcato su navi esistenti, Heinemann si fece nuovamente avanti con una versione riveduta e migliorata del suo progetto. In assenza di alternative, il CNO diede il via libera nel 1949 al proseguimento del progetto Skywarrior, destinato ad impegnare negli anni successivi le non trascurabili risorse della Douglas californiana. Il che ci porta al decollo del primo prototipo, l’XA3D-1, nell’ottobre del 1952: un velivolo con ali a freccia, pieghevoli, capace di sfruttare le catapulte navali sollevandosi con un peso lordo di fino a 38 tonnellate, abbastanza per un carico completo di bombe convenzionali o caso mai servisse un singolo, possente ordigno nucleare. Almeno in teoria. Sul fronte motori Heinemann aveva infatti previsto, rivisitando le passate collaborazioni, l’utilizzo di due turbogetti Westinghouse J40 da 20 kN ciascuno, appena sufficienti ad effettuare il decollo tramite l’ausilio di bottiglie a razzo JATO, ma decisamente insufficienti a conservare un’adeguata capacità di manovra una volta in territorio nemico. Ci sarebbe voluto fino alla metà del 1953, affinché il gruppo di progettazione comprendesse finalmente la necessità di ricorrere a dei più potenti, nonché costosi, Pratt & Whitney J57 da 47 Kn, più che raddoppiando la potenza complessiva. Una versione effettivamente producibile in serie del bombardiere, dunque, giunse soltanto dopo il concludersi del conflitto in Corea. Ma le opportunità di schieramento, negli anni successivi, non sarebbero certo mancate…

Con ampie opportunità di prova e addestramento lungo l’estendersi della guerra del Vietnam iniziata nel 1955, l’aereo fu dunque giudicato pronto ed inviato al fronte a partire dal 1964. Affidabile, compente, benché notoriamente odiato dagli Air Boss delle portaerei Essex e Midway per il suo notevole ingombro e le frequenti difficoltà incontrate in fase di atterraggio, lo Skywarrior si fece nondimeno una reputazione positiva tra i rappresentanti delle Forze Aeree. Non tanto per il suo utilizzo originariamente prospettato di bombardiere, causa la lentezza e pesantezza capaci di renderlo un bersaglio fin troppo invitante, quanto in ruoli di supporto come la guerra elettronica e soprattutto, il rifornimento in volo. Molti furono, in tal senso, i piloti di ritorno da difficili missioni a bordo di F-4 Phantom II, F-105 Thunderchief o F-8 Crusader, salvati all’ultimo momento da un pieno di carburante offerto dalla stimata Balena dei rispettivi gruppi di volo. In molti casi dotata di un equipaggio pronto a decollare con scarso preavviso, e spingersi coraggiosamente in territorio nemico. Fu proprio questo ruolo di supporto, scollegato dal combattimento diretto e per questo non necessariamente condizionato dalle prestazioni degli intercettori avversarsi, a prolungare in modo eccezionale il servizio dell’A3D. Come oppositore teorico del Patto di Varsavia per tutto l’estendersi della guerra fredda ed, ancor più incredibilmente, ancora al principio degli anni ’90 come piattaforma di rifornimento durante le operazioni in Iraq e Kuwait. Uno dei pochi aerei imbarcati a poter vantare un utilizzo tanto esteso, nonché cosa ancor più incredibile, il singolo più pesante ad aver trovato l’utilizzo continuativo in quel difficile contesto. Sebbene il possente ed altrettanto iconico Grumman F-14 Tomcat, con le sue 27 e più tonnellate, in particolari missioni avrebbe potuto raggiungerlo o persino superarlo. Difficile tuttavia immaginare al culmine degli anni ’80, come testimonial hollywoodiano della potenza bellica statunitense, Tom Cruise a bordo di una ponderosa nonché inelegante Balena.

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