Cantami, o Diva, del colossale verme, che molti danni fece alla Contea e infinite mucche trangugiò, sulle infernali sponde

C’è stata un’epoca in cui mancare di recarsi a messa la domenica costituiva una mancanza molto grave. E la punizione di colui o colei che risultava carente in tal senso, assumeva proporzioni significative non soltanto per il colpevole, bensì l’intera comunità che per sua sfortuna risiedeva sulle terre che, da tempo immemore, potevano portare il suo nome. Così Lambton, presso Washington, nell’odierna città di Sunderland sul fiume Tyne and Wear, era una contea ma anche la famiglia nobile che ivi esercitava il suo dominio, fin dall’epoca che si perdeva nel periodo anglosassone della colonizzazione delle Isole Inglesi. Ma per i giovani del luogo, tale risultava essere il cognome del coetaneo John, riottoso istrione amante delle gozzoviglie, i divertimenti, le avventure. In quanto figlio del signore di quell’alto castello, una condizione che gli concedeva un grado di libertà anche troppo elevato, nell’opinione di alcuni. Così fu nel giorno destinato a condannarlo, che invece di ascoltare assieme agli altri la funzione, egli si trovasse lungo il corso di un torrente, a pescare. E tanto assorto risultava essere, che da principio non capì cosa avesse tirato a riva: una… Anguilla, forse? Lunga quattro spanne appena, ma dall’espressione alquanto demoniaca. Tanto che pensò di riportarla a casa per mostrarla a tutti quanti se non che, verso il sentiero del ritorno, udì una voce tra le fronde: “Male, male, male! Getta via quell’essere maligno, brucialo sul fuoco, non lasciare che continui a vivere nel nostro mondo!” Era soltanto il vecchio eremita del villaggio, uomo dalla fama di aver perso ormai da tempo la ragione. Così John sorrise, fece un cenno con la mano. E dietro l’angolo, gettò l’anguilla dentro un pozzo. Questo fu, senz’alcun dubbio, il più terribile errore della sua vita.
Molte sono le leggende collegate nel folklore atavico alla mitica figura del Worm, creatura simile a un serpente, in grado di precorrere l’idea del mostro alato resa celebre dalla compilazione dei bestiari medievali. Spesso adattamenti regionali o trasformazioni dell’originale storia di San Giorgio e il drago, questi aneddoti più o meno fiabeschi, spesso, ma non sempre, dotati di un lieto fine, trovarono un nuovo seguito nell’epoca del Romanticismo, forse per una ricerca dell’identità perduta dei popoli, o magari per i primi ritrovamenti di grandi crani fossili, appartenuti a creature dalle dimensioni inusitate. Tutti d’altra parte conoscono nell’odierno distretto britannico di Durham la canzone del 1867, scritta e composta da Clarence M. “Jack” Leuman nel dialetto della Nortumbria, ancora oggi cantata nelle sagre locali ed eventi sportivi, contenente una disanima di questa beneamata leggenda. E qui visse in modo verificabile, nella semplice realtà dei fatti, un effettivo Lord John Lambton con prima menzione scritta nel coévo 1180, grazie ai registri dei cavalieri che partirono per le crociate sotto lo stendardo dell’isola di Rodi. Una sorta di pellegrinaggio auto-inflitto, o punizione sacra, per gli errori e le leggerezze commesse in gioventù, inclusa la tendenza a marinare il sermone domenicale. Sebbene non tutte le colpe, prosegue la morale della storia, possano essere del tutto sovrascritte con l’impegno e il tentativo di cambiare in meglio le cose…

“Fate silenzio, ragazzi! Chiudete le bocche. E vi racconterò una storia terribile. Chiudete le bocche e vi racconterò del Verme.” Così recita il famoso ritornello, del canto che prosegue col narrare delle imprese di John Lambton in terra di Palestina, prima di portare nuovamente l’occhio della storia nella sua terra paterna. Dove il mostro rigettato dentro il pozzo, invece di morire, era cresciuto nelle proprie dimensioni a dismisura, sempre più incapace di muoversi e con gli occhi sporgenti, finché un giorno riuscì a mettere la testa oltre il bordo. E con gran fatica delle sue compresse spire, strisciar fuori, fino ad avvolgersi per nove volte attorno ad un colle vicino. Forse l’odierna “Worm” Hill, piuttosto che l’ancor più grande collina di Penshaw. Non ci volle molto, d’altra parte, perché al mostro venisse voglia di nutrirsi, allorché esso iniziò a nutrirsi delle pecore locali, terrorizzando gli abitanti dei villaggi vicini e, cosa ancor più terribile, uccidendone talvolta i più indifesi e malcapitati abitanti. Allorché fu proprio il saggio genitore dell’assente John, così dice il racconto, a trovare una sorta di compromesso, abituando il grande verme a presentarsi ogni sera alla sua porta, ricevendo in cambio l’equivalente di venti galloni imperiali di latte (91 litri) per placare la sua incessante fame. Ma la contea continuava a soffrire, i commerci si erano fermati e la gente viveva nel terrore. Inoltre, aspetto alquanto problematico, orgogliosi cavalieri da ogni parte del regno giungevano armati di lancia, spada e mazza, nello speranzoso tentativo di riuscire a uccidere la bestia demoniaca. Se non che ogni volta in cui il verme di Lambton veniva tagliato a pezzi, i suoi segmenti ritornavano magicamente a ricomporsi, e gli aspiranti eroi finivano tra le sue fauci comprensibilmente innervosite.
All’inizio di quello che potremmo definire dunque il terzo atto della problematica vicenda, l’ormai esperto e rigoroso John fece il suo ritorno dai conflitti della Terra Santa, accompagnato dalla fama di un grande guerriero. E appresa la situazione sempre più terribile, nonché la propria colpa immisurabile in tal senso, decise presto di rimuovere l’infestazione demoniaca nell’unica maniera possibile. Ciò non prima di recarsi, come in molte storie simili, dalla figura di una maga in mezzo alla foresta, per cercare ausilio o qualche informazione utile a portare a termine l’ardua missione. Ed è qui che il protagonista riuscirà a comprendere in maniera letterale il detto in base a cui la conoscenza è un’arma, così come la tecnologia metallurgica opportunamente guidata: “Vestiti, mio prode giovane, di un’armatura ricoperta di aculei il più possibile affilati. Affinché il verme possa essere tagliato a pezzi, nel tentativo di trangugiarti. Ma non dimenticare quanto segue: dopo averlo ucciso, tieni alta la tua spada. Annienta il primo essere vivente che ti troverai davanti, o i tuoi discendenti saranno maledetti per le prossime nove generazioni!” Sipario.

Nel dipanarsi della scena successiva, forse la più prevedibile ed al tempo stesso necessaria, John il cavaliere carica la roccia lungo il fiume dove il verme si era abituato a lasciar trascorrere le pigre giornate, tra un ovicidio e una piacevole bevuta di latte bovino. Ciò non prima di aver preso accordi con suo padre: “Quando avrò ucciso la bestia, suonerò per tre volte il mio corno da guerra. Udendo tali squilli, libera il tuo segugio più veloce. Allorché me lo troverò davanti, lo passerò a fil di spada. Salvando la nostra discendenza da ulteriori maledizioni.” Così l’umano e il drago combatterono gloriosamente, in un cozzar epico di denti e acciaio, rombo di zoccoli ed altisonanti maledizioni. Finché la controparte umana del duello, alquanto prevedibilmente, perse la sua spada e venne preso tra le fauci del suo nemico. Allorché furono gli aculei della sua corazza, a decidere l’esito della tenzone. Segue l’immagine del verme, letteralmente tagliato a pezzi per l’effetto imprevisto della sua ingordigia. E questi pezzi trascinati via dalla corrente, l’uno dopo l’altro, impedendogli di riformarsi nuovamente. John il vittorioso, estatico per il successo conseguito, suonò allora il proprio corno, preparandosi al sacrificio del cane fedele. Passarono 10, 15 minuti. Finché all’altro capo del pianoro, con occhi increduli, non vide la terribile figura. Dell’anziano padre, in persona, confuso e ansioso di vedere se il suo erede era sopravvissuto.
Profezie e promesse, normalmente, non possono venire accantonate nelle narrazioni popolari. E così il prossimo Lord di Lambton, per la svista dell’amato genitore, avrebbe dovuto macchiarsi di patricidio. Decise di non farlo. E ricevette in questo modo la predetta maledizione. Ciò si evince dagli annali dei suoi discendenti, con molte morti “fuori dal letto” come quella di Robert Lambton, annegato a Newrig nel 1583. E il colonnello William L, caduto nel 1644 durante la guerra civile inglese. O ancora il politico dei Whig, Henry L, perito nel 1761 per un malore improvviso mentre si spostava con la sua carrozza verso il parlamento londinese.
Di certo nulla di anomalo per la cronistoria di una famiglia nobile attraverso i lunghi secoli, sebbene sia difficile confermare “l’assenza” di qualcosa, ivi inclusa una maledizione. Ed in ultima analisi il mistero più grande di tutti resti, in dei conti, cosa siano le anguille, e perché scelgano di compiere le loro lunghe migrazioni. Verso l’Oceano dei Sargassi e quindi nuovamente, presso i fiumi dove avevano vissuto i loro genitori. Esponendosi alla fatale mano dei malcapitati pescatori umani. Che difficilmente possono affermare di conoscere le supreme verità della Natura. Occultate tra le ripide pareti senza tempo dei profondi pozzi, oscuri e sconosciuti.

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