Il mostro di Kalinin, mancato precursore della strategia sovietica del bombardiere d’acciaio

Estremamente popolari negli ultimi tempi online, sono le foto di una misteriosa e non meglio definita “fortezza volante” costruita in Russia, negli anni in bilico tra le due guerre mondiali. Svettante e spigolosa, con una corazzatura impressionante che si estende alle sue tozze ali, la mostruosità è coperta come un istrice da una pluralità di bocche da fuoco di vari calibri, gondole di carico e quello che sembra un ponte panoramico del tutto degno di un hotel di pregio. Nonché una quantità spropositata di motori, idealmente concepiti al fine di spingere in aria il suo impressionante peso. Che ciononostante riesce assai difficile da immaginare, mentre si libra agile in mezzo alle bianche nubi dei nostri trascorsi. C’è molto di fantastico, in effetti, nella concezione totalmente digitalizzata di quella che avrebbe dovuto essere la versione militare del Kalinin K-7. Sebbene un tale dinosauro da 53 metri di apertura alare, 28 di lunghezza e fino a 42 tonnellate teoriche di peso al decollo, sia effettivamente esistito. Riuscendo addirittura a guadagnarsi un numero non trascurabile di ore di volo, prima di andare incontro a un rovinoso quanto rapido disfacimento contro il suolo della Moscovia.
Quando si pensa al volo a motore, l’aeroplano è un approccio ingegneristico che manca sotto certi aspetti della versatilità del suo predecessore, il dirigibile. La cui grande forma oblunga, nell’epoca del volo più leggero, aveva l’implicito vantaggio di essere completamente visitabile nonché, soprattutto negli Zeppelin a guscio rigido di manifattura tedesca, perfettamente in grado di ospitare impianti, pacchi postali, persone. Prendete in considerazione, di contro, il tipico velivolo composto da una carlinga, una coda e due ali. Dove lo spazio utilizzabile risulta concentrato unicamente là, nel centro rinforzato dalla forma simile ad un tubo, mentre la maggiore superficie disponibile risulta dedicata unicamente alla generazione di portanza. Invero non c’è molto da sorprendersi per la maniera in cui, nel primo terzo del secolo scorso, simili apparecchi faticassero a portare tra le nuvole dei carichi ingombranti. Come tendevano frequentemente ad esserlo, nella maggior parte dei casi, le bombe. Dopo il concludersi della grande guerra tuttavia, un paese vasto e “circondato” come riteneva d’essere la Russia stalinista, fu incline all’elaborazione di un bisogno percepito come imprescindibile, di poter far fronte ad emergenze sui confini del suo vasto Impero. Il che portò tra le altre cose i vertici organizzativi del massiccio programma d’industrializzazione noto come Piano dei Cinque Anni (1928–1932) a dare autorità e finanziamenti a un piccolo bureau ingegneristico di Kharkiv, in Ucraina, guidato dall’ex aviatore dell’Armata Rossa diplomato a Odessa, Konstantin Kalinin. Già creatore di una serie di riusciti aerei per uso civile e postale, con motori tedeschi, britannici, francesi. E successivamente contattato dal collega Andrej Tupolev, con una proposta d’imitare, questa volta, i più avanzati modelli statunitensi. Da lui rifiutata per la ferma convinzione, come strada verso il futuro, che la Russia dovesse costruire in proprio i suoi velivoli, con soluzioni e materiali totalmente differenti dalle nazioni potenzialmente rivali. Fu da tale forgia delle anime, che la personalità creativa di costui riuscì a pensare in modo nettamente divergente dai propri contemporanei. Risolvendo in un solo rivoluzionario progetto denominato assai semplicemente K-7 (era il suo settimo) molti dei problemi degli aerei costruiti fino a quel momento. Ma creandone nel contempo, purtroppo per lui, almeno uno che sarebbe stata la genesi della sua stessa rovina…

Concepito e costruito nel corso di un febbrile biennio tra il 1931 e 1933, il prototipo di quello che avrebbe dovuto essere il più impressionante aereo da trasporto pesante al mondo (tra le altre cose) partiva dal concetto allora avveniristico dell’ala volante. Riprendendo il discorso degli alianti sovietici degli anni Venti di Cheranovsky, ed anticipando l’opera molto successiva del tedesco Horten e dell’americano Northrop, Kalinin aveva infatti progettato il suo capolavoro in modo tale che l’interezza dei suoi impressionanti 454 metri quadri di superficie contribuissero in maniera complessiva alla generazione di portanza, così come l’atipica doppia coda incorporata nella struttura del gigante. Il quale in un approccio totalmente privo di precedenti, sarebbe stato in larga parte costruito tramite l’impiego pressoché esclusivo di “ottimo acciaio” proveniente in via esclusiva dallo stabilimento siderurgico di Dnepropetrovsk, intitolato a Lenin, fondatore dei bolscevichi. Il che fece da subito del K-7 un favorito della propaganda, attirando l’attenzione della Pravda che ancor prima del decollo fece stampare più di un entusiastico articolo in materia. Attraverso una fase sperimentale travagliata, l’aereo incline ad una problematica mancanza di potenza fu dunque dotato in aggiunta ai sui sei motori in configurazione trainante Mikulin AM-34F V-12 da 750 cavalli ciascuno, di un ulteriore impianto spingente nella parte posteriore, posizionato esattamente dietro la cabina di pilotaggio. Laddove l’intero carico, le sette tonnellate di armi o i previsti 120 passeggeri nella versione civile, avrebbero piuttosto trovato posto esattamente lì dove la maggior parte degli aerei coévi e successivi custodivano soltanto il carburante: le ali stesse, fortemente rinforzate per l’occasione. L’11 agosto del 1933, dopo una serie di giri ed agili rimbalzi sulla pista di decollo a Kharkiv, il massiccio aereo si alzò dunque finalmente in volo. Dimostrando anche, a quanto si narra, soddisfacenti capacità di manovra, accompagnate da una singolare quanto inaspettata contingenza: la maniera in cui le vibrazioni in volo, in buona parte provocate dall’insolito posizionamento del settimo motore, sembravano aumentare in modo progressivo, cessando unicamente quando l’aeroplano poggiava nuovamente il suo carello al suolo. All’epoca, naturalmente, il concetto di risonanza armonica era ancora meramente teorico, e a nessuno venne in mente di sottolineare la gravità potenziale del problema. Mentre nel tentativo di definirne meglio le caratteristiche e trovare adeguate contromisure, il velivolo fu fatto decollare ancora, ed ancora. Finché durante la conduzione del suo settimo test di volo, uno dei supporti della coda, privo dei rinforzi suggeriti anche da Tupolev, si spezzò improvvisamente, causando un rovinoso schianto che costò la vita a 14 delle 20 persone a bordo, più una che si trovava in corrispondenza del punto d’impatto. L’intervento della polizia di stato, in quel frangente, fece mettere immediatamente in pausa il progetto di Kalinin, bloccando la costruzione degli ulteriori due prototipi previsti. Dando conseguentemente inizio ad un lungo periodo di time-out destinato a diventare, ufficiosamente, un altolà a tempo indeterminato.

Potrebbe sorprendere sapere a questo punto come il destino di Konstantin Kalinin, che non inneggiava pubblicamente al partito né si abbandonava notoriamente a grandi espletamenti patriottici, pur mostrando un carattere “equilibrato, calmo e deciso” non seguì immediatamente quello del suo più importante aereo. Continuando a ricoprire una posizione di prestigio nel corso del piano dei cinque anni e quelli successivi. Almeno finché nel 1940, per motivi largamente incerti ma secondo alcuni collegati al proseguimento abusivo di alcuni progetti che lo stato riteneva obsoleti, il suo nome non venne inserito nella lunga lista di una delle inesorabili purghe staliniane. Andando incontro alla più grave conseguenza immaginabile, l’immediata esecuzione senza possibilità di appello.
Finisce in questo modo inglorioso il sogno di colui che prima di parecchi altri aveva immaginato un’epoca in cui i grattacieli avrebbero solcato i cieli. Con rombo di tuono e l’assoluta dedizione al conseguimento di obiettivi collettivamente condivisi. La fortezza volante sovietica, cronologicamente antecedente a quella americana, non avrebbe mai potuto prendere forma dall’originale prototipo, nel modo esatto in cui era stata concepita. Almeno fino all’invenzione di Photoshop e gli algoritmi dell’I.A. generativa. Verso il probabile inserimento futuro, già chiesto a gran voce dagli utenti, nel popolare videogame simulativo War Thunder. O altri prodotti analoghi dell’era digitale.

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