Abnorme nel crepuscolo, la mosca della quercia sa di essere il più vorace distruttore della foresta?

Dicono che il sonno della ragione possa dare vita alle creature più temibili, ma che dire, allora, del risveglio? Quando in una calda notte centroamericana, le finestre aperte per lasciar entrare l’aria nella camera del tutto priva d’aria condizionata, s’ode all’improvviso un sibilo potente, simile alla suoneria di un segnatempo digitale. Ma che varia e fluttua nell’ampiezza e intensità, esigendo di essere riconosciuto ed accettato dalla coscienza. Missione più difficile di quanto sembri, dal momento in cui si cerchi di attribuire forma fisica al problema, razionalizzando l’imponente forma nera che si muove in modo erratico tra le rigidi pareti del tranquillo pomeriggio inoltrato. Perfettamente in linea con il profilo sistematico di un animale; fluttuante nera delle circostanze in essere, presenza familiare sui confini metropolitani di San José ed altri simili agglomerati umani. Eppur volendo dargli proporzioni logiche, impossibile da collocare nel suo contesto! Giacché lunga dieci volte tanto e circa duecento volte più pesante. Capace di guardarti coi suoi grandi occhi sfaccettati e chiederti, in maniera implicita se veramente, adesso, pensi di poterti coricare nuovamente sul tuo cuscino.
Magnifica è la Pantophthalmidae, a suo modo, volatrice membra di una piccola e rara famiglia (per nostra fortuna) di ditteri dallo stile di vita e caratteristiche del tutto straordinarie. La cui affinità con rifiuti e marcescenza riesce ad essere meno stretta dei loro plurimi cugini sotto-dimensionati, in forza della propria propensione gastronomica per il più nobile dei materiali: il tronco stesso delle piante in cui trascorrono quasi l’interezza della propria esistenza. Da cui il termine generico impiegato in lingua inglese, di timber flies ovvero “mosche del legname”, sebbene l’effettiva attribuzione di una simile connotazione avrebbe maggior senso con riferimento alle sue larve, bruchi cilindrici con testa corazzata e le mandibole più forti, in proporzione, dell’intero regno animale. Fin da quando, quasi due anni prima, l’uovo schiuso sotto la corteccia ha liberato il suo strisciante contenuto, lontano dalla vista e dall’udito dei suoi potenziali nemici. Pronto a fare ciò che gli riesce meglio: scavare lunghe gallerie di fino a 20 cm di lunghezza, con ramificazioni plurime ed interconnesse, attraverso libro, cambio ed alburno. Gli arbusti attaccati? Querce, il croton dai colori dell’arcobaleno, il sempreverde Hieronyma alchorneoides. Ma soprattutto e con diabolico trasporto, gli alberi da frutto nelle vulnerabili piantagioni possedute dagli umani. Il che tende a costituire, inutile specificarlo, il chiaro esempio di un legittimo problema…

Ventuno in totale le specie riconosciute dalla scienza di questa categoria d’insetti, suddivise nei due generi di Pantophthalmus e quello monotipico di Opetiops, con i primi passi compiuti nell’ormai remoto 1882 dal naturalista francese Jacques-Marie-Frangile Bigot. Già colpito, inevitabilmente, dall’unicità di simili creature, adattate ad una nicchia ecologica più simile a quella di un coleottero lignicolo, che al tipico ospite ronzante delle nostre abitazioni sfortunate. Nei fatti un unicum della propria singola ecozona neotropicale di pertinenza, e conseguentemente, in tutto il mondo, oltre ad essere del tutto priva di una discendenza fossile nota alla scienza, rendendo ancor più difficile individuare i fattori contribuitivi alla sua stessa esistenza. Un chiaro caso di gigantismo equatoriale, se mai ce n’è stato uno, con oltre 12 specie attestate nel solo Brasile, dove la categoria vengono chiamate collettivamente mosca da madeira utilizzando il termine portoghese per il loro cibo elettivo. Almeno per tutto il tempo necessario al raggiungimento dell’età adulta, strisciando e nutrendosi all’interno della pianta, laddove in merito alla dieta della mosca propriamente detta le opinioni riescono a divergere in maniera a dir poco significativa. Con buona parte del mondo accademico, soprattutto fino al termine del secolo scorso, convinta che il mega-dittero semplicemente fosse ormai incapace di nutrirsi, potendo sopravvivere soltanto i pochi giorni o settimane necessarie per l’accoppiamento, contando sulle sole risorse energetiche accumulate in precedenza. Ipotesi oggi confutata, almeno in parte, dall’analisi più approfondita dell’apparato di masticazione e digestione posseduto dalla mosca propriamente detta, non troppo dissimile da quelli posseduti dai loro cugini tafani. Fin troppo complesso, perché possa realisticamente venire considerato un residuo vestigiale.
Avrete a questo punto notato la quantità di condizionali e ipotesi più o meno confutabili per quanto concerne le caratteristiche di queste creature, dovuta alla mancanza di dati acclarati e supportati da nozioni scientifiche del tutto coerenti. Condizione in larga parte dovuta alla difficoltà di procurarsi esemplari vivi, considerata l’eccezionale rarità di questi esseri anche all’interno del loro areale, che si estende dal Centro America fino al Venezuela, Panama e nord-est del Brasile. Il che non ha impedito, comunque, l’elaborazione di alcuni studi interessanti, tra cui quello di Bartholomew & Lighton del 1986, relativo alla capacità della mega-mosca di “pre-riscaldare” i muscoli delle proprie ali prima del decollo, in maniera analoga a quanto fatto dai calabroni. Nonché l’articolo del 2005 di Santos, J.C.; Tizo-Pedroso, E. & Fernandes dove s’identifica una tendenza alla foresi (trasporto in volo) di fino a 22 ninfe di pseudoscorpioni per singolo esemplare di Pantophthalmus, rivelando una capacità contributiva nei confronti della dispersione di tali, molto più piccole creature.

Più che memorabile e largamente inaspettata riesce ad essere per questo l’opportunità di un incontro con il mostro ronzante, sia nel quadro di riferimento di un ambiente domestico, che in quello ancor più raro della foresta cui naturalmente appartiene. Mentre la capacità di danneggiare gli alberi da frutto, per quanto significativa, è in ogni caso mitigata dalla quantità numericamente ridotta di esemplari coinvolti. Ancorché ciascuno dotato del notevole ovopositore telescopico, simile ad un pungiglione uscito dalla forgia dal più abile dei fabbri, l’evoluzione stessa. Che talvolta elabora creature in grado di cambiare il paradigma della consapevolezza lungamente acquisita. Cambiando i crismi delle proporzioni in essere. Con tutta l’inquietudine dello stato di un sonno interrotto che infinite volte tende, suo malgrado, a derivarne.

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