Come parte del tesoro all’interno dell’epocale tomba del faraone Tutankhamon, gli archeologi furono inizialmente colpiti nel trovare alcune parti di mobilia: un trono, uno sgabello pieghevole, una sedia dell’altezza di 70 cm, probabilmente utilizzata da sovrano nel corso della sua infanzia. Ciascuno costruito da una combinazione dei due singoli, e ad oggi più pregiati legni di derivazione africana. Il cosiddetto avorio dell’albero rosa (Phyllogeiton zeyheri) ed il nerissimo hbny, identificato con una traslitterazione pressoché diretta dai commentatori contemporanei. Una scelta incline a trarre in inganno i non esperti, giacché l’ebano dei faraoni non apparteneva affatto alla famiglia Diospyros comunemente rilevante, bensì a un altro ambito specifico non totalmente né direttamente conforme. Dalbergia melanoxylon è il nome della specie, imparentata con altre fabacee simili presenti anche nel sud dell’Asia e del Nuovo Mondo, cui possiamo attribuire con certezza l’appellativo di palissandro oppure in lingua inglese, per l’appunto, blackwood. Il cui livello di più alto livello di pregio può essere immediatamente attribuito sulla base di una semplice domanda: viene da Mozambique, Senegal, Eritrea o Sudafrica? I quattro angoli di un continente dove i fattori ambientali in essere e la spinta evolutiva hanno contribuito a dare luogo ad una pianta con caratteristiche davvero straordinarie. Il cui durame riesce ad essere talmente resistente, da richiedere l’impiego di strumenti per il metallo al fine di essere sottoposto a qualsivoglia tipologia di lavorazione.
Con una densità di circa 1.000-1.310 Kg al metro cubo, facilmente desumibile dalla difficoltà con cui i suoi tronchi vengono abbattuti e maneggiati dalle maestranze forestali in-situ, prima di venire fatti a fette per l’esportazione verso i molti paesi interessati di ogni parte del mondo. Ad un costo niente meno che impressionante fino a 15.000 dollari per metro cubo, tali da farne una risorsa dal valore virtualmente incontrastato all’interno del settore della falegnameria, e non solo. Con molte valide, nonché dolorosamente significative ragioni. Rintracciabili non solo nella rarità crescente dell’arbusto produttore, ad oggi prossimo all’inserimento nell’indice degli esseri botanici a rischio di estinzione, bensì talune inerenti caratteristiche insite nel raccoglimento, sfruttamento e lavorazione del materiale. La cui stessa quantità fornita per ciascun esemplare risulta inferiore alle aspettative, come si può facilmente desumere dall’aspetto dell’albero in questione. Non un imponente e indistruttibile gigante, come si potrebbe essere indotti a pensare sulla base di quanto detto finora, quanto piuttosto una presenza contorta e spettinata non più alta di 4-15 metri, dalla corteccia grigiastra ed i rami ricoperti di spine legnose. Il cui tronco, spesso composto da fusti multipli adiacenti ed intrecciati tra loro, presenta uno spessore inadatto all’ottenimento di larghe tavole o pesanti travi di materiale. Il che rende quest’ultime, paradossalmente, ancora più desiderabili da chi giunge sul mercato con il desiderio di acquisirne quantità importanti…
