Pesante è il capo che sostiene la corona. Ma cosa ancor più problematica, pesanti sono le sue palpebre al concludersi della giornata. Il che significa che esiste un universo, tra le plurime combinazioni dei cationi, dove leone ha la necessità di rifugiarsi sul calare delle tenebre. Allorché gazzelle dalle aguzze zanne incedono sui propri zoccoli attutiti. Per coglierlo e versare il regio sangue mentre ululano il proprio affronto alla Luna. Quel mondo è adesso e il tempo, l’epoca vigente negli Stati Uniti, a dimensione degli artropodi eusociali che più d’ogni altro incutono timore nei giganti molto più imponenti di loro. Chi non conosce la tipica reazione degli affetti da vessofobia? Timore delle cose gialle che si aggirano all’interno delle stanze con ronzio feroce, senza un’evidente cognizione di quel detto: “Ha più paura di te che tu di lei.” Ed insieme ad esse il pungiglione che punisce la sua vittima, più volte nello svolgersi di una singola esistenza che si svolge alla difesa di quel nido. Principio aposematico che pare funzionare in molti casi, ma non tutti o necessariamente. Nella corsa agli armamenti che, ormai da quasi 170 anni, chiamiamo Evoluzione. Neppure Charles Darwin d’altronde, con la sua ben nota fascinazione per gli esseri dal ciclo vitale atipico, avrebbe potuto concepire lo specifico approccio alla sopravvivenza dell’insetto definito inizialmente Cataclysta iphitalis, da parte del collega naturalista Francis Walker nel 1859. Per poi approdare alla definizione attuale di Chalcoela aurifera esattamente 13 anni dopo, con riferimento etimologico alla lucentezza metallica di una parte delle sue quattro ali, caratterizzate invece nella parte posteriore da una cupa macchia, che gli è valsa l’appellativo contemporaneo di falena fuligginosa. Forse un tentativo di mimetizzarsi, per colei che ha fatto della furtività un’arma. E del coraggio un efficiente marchio di fabbrica soltanto successivamente accreditato, finalizzato al compiersi del più ordinario e nondimeno atroce degli orrori: l’uccisione dei nuovi nati nella loro culla, sinonimo dell’assoluta indifferenza del Demiurgo nei confronti della Creazione. Affinché il predatore parassita per definizione possa venire ripagato, almeno qualche volta, con la sua stessa moneta.
Quando al calare della notte, anche le vespe cessano la propria veglia furibonda. E il messer vampiro con le ali di seta lievemente posa le sue zampe sull’esterno ruvido della colonia. Pronto per inocularla con la cosa più terribile esistente: le proprie stesse, tondeggianti uova…
Fu certamente un attimo di straordinario stupore scientifico quando, soltanto nel 1968 e durante uno studio scientifico sui parassiti delle vespe del genere Polistes, John M. Nelson scoprì la presenza delle larve di C. aurifera all’interno di alcuni nidi prossimi al collasso, e che ben presto sarebbero stati abbandonati. Comodamente rannicchiati all’interno delle singole cellette, avendo consumato ciascun piccolo occupante, e nel frattempo perforato il muro alla ricerca del suo tranquillo vicino. Nella più totale indifferenza della regina. Ecco, allora, la sapiente strategia della falena; finalmente osservabile mentre lavora e talvolta sottoposta a studi approfonditi, successivamente al sopraggiungere del vespro in territorio come California, Arizona, Carolina del Sud e fino al nord, nel canadese Ontario. Dove nonostante l’energia per costruire tali abitazioni, raramente i calabroni tornano la primavera successiva ad abitare i luoghi della propria gioventù remota. Questo causa la probabile e acclarata consapevolezza del pericolo che quietamente, persiste. Interessante notare, a tal proposito, la maniera in cui i nidi delle vespe Polistes dominulus, importate recentemente dall’Europa, vengono nella maggior parte dei casi ignorate da queste falene, ricevendo come conseguenza un vantaggio ecologico tutt’altro che indifferente.
Creature bivoltine che si riproducono due volte l’anno, in primavera e sul finire dell’estate, le falene parassite della seconda generazione americana possiedono in effetti la capacità di vivere sensibilmente più a lungo. Mediante l’efficace tecnica della diapausa o letargo, che una volta emerse dalla metamorfosi, le porta a sonnecchiare per due intere stagioni tra le sale della propria nascita efferata, in attesa di poter compiere lo stesso crimine dei propri genitori. Ed è una visione stranamente suggestiva, quella di un risveglio successivamente al quale, posandosi tranquillamente sul nuovo vespaio, la falena adulta vaga in mezzo alle guardiane senza suscitarne l’immediata ostilità. Mentre appoggia le sue antenne su quelle delle padrone di casa, producendo uno stimolo chimico sensoriale subito seguìto da un cauto allontanamento, ogni qual volta sembra prossima ad essere scoperta ed uccisa. Per poi compiere il salente gesto, della deposizione cui possa far seguito la nascita dei bachi. Macchine perfette fatte per mangiare, sminuzzare, trasformare ogni essere vivente, in carburante per la propria auspicabile trasformazione finale.
Una vicenda diametralmente all’opposto, nei fatti, rispetto a quella delle Trichogramma Evanescens, piccole vespe note per la loro capacità di consumare le uova di falene, con particolare riferimento alla Tineola bisselliella o tarma dei vestiti, a discapito di cui vengono talvolta sistematicamente allevate. Nonché ignota, fuori dalle due specie nordamericane simili della C. iphitalis e C. pegasalis, nell’intera famiglia rilevante delle Chalcoela. Sebbene esistano, in altri luoghi del mondo, esempi ulteriori di lepidotteri parassiti. Il più famoso e frequentemente citato dei quali individuabile nel caso della Aphomia sociella o “falena delle api” europee, storico nemico degli imenotteri sociali e particolarmente del bombo, la cui cera e feci consuma fino al sopraggiungere dell’ora della metamorfosi agognata. Allorché l’affamata larva, poco prima di creare il bozzolo, sgranocchia i figli di colui che per propria fortuna l’aveva tanto a lungo ospitato. Una tragedia che continua a compiersi così come succede per il parassitismo aviario dei nidi. Poiché affinata è la crudele strategia del cuculo. E strategicamente fluida, con certo grado di effettiva reciprocità tra le categorie di predatori e prede… Invero certe volte ci sorprende, nella sua complessità inerente, l’incessante e incomprensibile mistero della Natura.


