Ruote che girano all’interno di altre ruote, esse stesse inscritte in figurazioni interconnesse di portata inconcepibile ed inusitata. La musica sacra dagli altoparlanti. Il caldo della primavera inoltrata che comincia a farsi opprimente, il brusio incessante di migliaia di persone per le strade che camminano con l’obiettivo di acquisire il senso di quella serata. La città che splende come fosse giorno, per l’effetto combinato degli addobbi elettrici, le insegne luminose ed il candore soprastante di una notte drammaticamente bianca. Condizione necessaria, nella maggior parte dell’Asia Meridionale, a spingere la propria mente ad un preciso periodo storico e i tre eventi che più di ogni altro l’hanno definito: la Nascita, il supremo Risveglio e successivamente, la Sua dipartita. Non riuscite forse a intravedere il Sire Buddha, tra le ruote allucinogene dei sovrapposti ingranaggi?
Rendere manifesta la profonda devozione ad un principio e la figura che più di ogni altra ne ha manifestato l’occorrenza costituisce, in ogni circostanza, la natura delle feste popolari appartenenti a una fondamentale religione di questo mondo. È d’altra parte percepibile come un simile percorso venga effettuato qui nell’isola oltre l’apice del sub-continente, che in tempi non sospetti si chiamava Ceylon ed ha per capitale la metropoli di 640.000 abitanti con l’appellativo portoghese di Colombo, con una forza espressiva stranamente singolare e strumenti unici a supporto di un tale intento. Fatti di carta, bambù e cangianti diodi luminosi, al posto delle originali candele monocromatiche, cionondimeno funzionali parimenti all’obiettivo di riferimento: definire gli ornamenti sacralmente manifesti di un imprescindibile sistema di coinvolgimento spirituale. Liberamente interpretato all’interno di ciascuno di quei templi ed ogni singolo, esperto, competitivo gruppo creativo e comitato di quartiere coinvolto.
Ciò di cui stiamo parlando ed abbiamo qui descritto, per attribuirgli un nome, altro non costituisce che l’oriunda interpretazione della convergenza pan-asiatica di Vesak o Buddha Purnima, corrispondente al primo plenilunio del mese di maggio, quando è tradizione radunarsi e meditare sul corpo d’insegnamenti del Dharma, compiendo sforzi superiori per non nuocere ad alcuna creatura e praticando collettivamente il dana, principio virtuoso della generosità terrena. Mediante la disposizione innanzi a ciascun tempio e istituzione di quartiere dei caratteristici dansala, bancarelle temporanee con l’offerta gratuita di libagioni, ai passanti che in tale occasione vengono invitati nei locali retrostanti, onde osservare la munifica creazione messa in opera come coronamento di un così sentito e partecipativo impegno artigianali. Il cui nome canonico è kuudu, con riferimento a un tipo di lanterna, tradizionalmente auto-costruita ed esposta fuori dalla propria casa con la forma iconica di un attampama, prisma ottagonale in legno e carta riferito al Nobile Sentiero così come le figure di pigmenti colorati kolam/rangole, spesso disegnate con farina così che “le formiche possano trarne nutrimento”. Ma è ad un altro tipo di esigenza che rispondono le costruzioni riprese nelle qui presenti testimonianze, costruite su una scala architettonica e spropositata al tempo stesso…
C’è un che di scenografico, persino surrealista, nel modo in cui le kuudu colombesi mostrano uno stadio d’evoluzione tecnologico decisamente superiore al necessario, penetrando a pieno titolo nell’ambito delle creazioni concepite col fine parallelo di dimostrare qualcosa. Quasi come se esistesse una competizione non dichiarata, tra i diversi committenti che annualmente si fronteggiano lungo le rive del lago cittadino artificiale di Beira, costruito in epoca coloniale dai Portoghesi e riempito al tempo di coccodrilli come barriera paesaggistica contro la possibile invasione di forze nemiche. Finché in epoca di pace, proprio in tale luogo sorsero i più vasti templi dedicati alla tutela delle antiche usanze ed il mantenimento delle loro implicazioni più dispendiose. Vedi il caso del magnifico Gangaramaya, fondato nel 1885 dal mercante di navi Don Bastian, noto per portare monaci dalla Birmania al fine di fare proselitismo tra i suoi connazionali. Personalità del calibro di Matara Sri Nanarama Maha Thera, a vantaggio di cui essendo particolarmente devoto, decise di edificare le imponenti mura del complesso che tutt’ora costituisce uno dei più rinomati della capitale. E non è del tutto irragionevole pensare che proprio in associazione a tale meta di pellegrinaggi, già nota per la sfilata di Navam Perahera del mese di febbraio con elefanti e danzatori per le strade antistanti allo specchio d’acqua, abbia avuto origine l’idea d’ingigantire e movimentare le tradizionali attampama del Vesak primaverile. Facendo scuola molto presto per i suoi vicini, gradualmente sempre più abili nell’inserire al loro interno gli apparati lucidi e multimediali dell’incipiente modernità. Fino all’attuale configurazione che vede simili strutture emergere in grandi spazi interni, giungendo ad altezze di fino a 10-15 metri come se fossero dei variopinti lampadari dei giganti, le cui luci cambiano colore mentre ruotano ad un ritmo sincopato attorno al perno della propria simmetria evidente. Non esistono, a tal proposito, studi specifici sulla tradizione delle kuudu monumentali di Colombo, sebbene sia del tutto ragionevole immaginare una linea ininterrotta dall’artigianato particolarmente avanzato del bambù locale, già impiegato nell’ottenimento di un effetto traslucido mediante l’uso di “finestre” ricavate con la carta di riso, in uno stile d’illuminazione alquanto originale in Asia Meridionale, per certi versi più simile all’effetto delle traforate decorazioni calligrafiche e geometriche del jaali musulmano. Qui fondato, di suo conto, su motivi stilizzati come volute, rosette e squame, tipicamente mutuati dall’arte pittorica dell’epoca del regno di Kandy (XV-XIX secolo) durato fino all’istituzione del protettorato britannico nell’anno 1815. Laddove non mancano elementi figurativi legati ad aneddoti della vicenda del Buddha stesso o il ricco repertorio delle narrazioni Jataka, legate alle sue vite precedenti in forma umana ed animale, rappresentati mediante statue o intagli incorporati nel complesso disegno.
Aspetto, quest’ultimo, preso direttamente in prestito dall’altro tipo di arredo celebrativo collegato in Sri Lanka alla ricorrenza del Vesak, ovvero gli imponenti frontoni narrativi dei pandol, evoluzioni delle tende un tempo messe in opera con rami e tronchi degli alberi Puwak Gasa (produttori della noce di betel) ma oggi costruiti con strutture autoportanti e alimentate con la luce elettrica. Lasciando confluire nella propria vasta facciata, capace di raggiungere anche i 20-30 metri quadri d’ampiezza, tutto lo splendore intrinseco e l’aspetto memorabile delle metafore contenute nei Jataka, in un rutilante susseguirsi di figure e variopinti arcobaleni, inclini a ricordare ai non iniziati l’insegna accattivante di un Luna Park. Il che non dovrebbe, in alcun modo, ridurne il fascino da lungo tempo tramandato. All’interno di una festa che è al tempo stesso un momento d’introspezione, di convergenza e divertimento nonché un’attrazione turistica di alta e incontrastata caratura. Per una disciplina filosofica e religiosa come quella del Buddhismo, che più di molte altre ha saputo unire popoli e culture differenti, mediante un sistema di valori utili al superamento psicologico della fragile condizione dei viventi. Verso regni obliqui alla normale percezione della logica della materia, in quanto rispondenti all’idealizzazione delle prospettive inerenti. In una danza temporanea che trascende, in modo effimero, le stesse leggi ereditarie dell’Universo.


