Straniante il senso di dislocamento che deriva dall’incedere lungo il tragitto, di un distretto appartenente a un parco naturale di quell’isola del più remoto meridione, di 68.000 Km quadrati attraversati da soltanto 12 arterie stradali. Che la suddividono in distretti, ognuno appartenente a un microclima imprevedibile determinato dai potenti flussi ventosi dell’emisfero australe. Così da lasciar sussistere, tra gli altopiani centrali e le montagne occidentali, zone subalpine ed alpine dalle condizioni assai specifiche, dei micromondi sottoposti a regole particolari della fisica, l’espletamento ecologico e la biologia. Osserva, dunque placido escursionista del Tarn Shelf e il passo di New Gate, presso il Mt. Field National Park come i boschi sembrano apparire all’orizzonte per poi scorrere lungo l’estendersi del soggettivo punto di vista. Accelerati dalla prospettiva delle circostanze, in forme assai riconoscibili, per quanto stranamente prossime alla polvere spostata dal passaggio dei venti. Quegli stessi flussi in grado di riconcorrersi, agitando i mistici e intricati rami simili a dei celtici arabeschi. Non più alti di un comune broccolo, o la chioma verdeggiante di un rettangolo di prato circondato dalle semplici barriere cespugliose delle circostanze. In vino veritas, si usa dire come in questo caso, in (social) media veritatem, quando i canali Instragram e i Reel di Tiktok affermavano come in Tasmania si potesse far l’incontro con “minuscole foreste” simili a macchie vegetative di comune caratura, la cui altezza media non riesce di suo conto a superare i 15-20 cm dal suolo sottostante. Sebbene si trattasse, come di consueto, di un’affermazione fuori dal contesto e priva di effettive giustificazioni nella maggior dei casi. Un micro-mondo tipico di questi luoghi e non solo, in grado di massimizzare l’inerente suggestione di trovarsi ai margini del mondo alieno, emerso dalla letteratura speculativa situato all’alto lato della cognizione presente. Frutto di suo conto, in modo pienamente concepibile, di un microclima spesso gelido, con neve in grado di cadere fino ai mesi dell’estate inoltrata. Spostamenti d’aria significativi ed incessanti, inclini ad ululare tra le rocce del paesaggio antistante. E soprattutto, la continuativa sussistenza di un punto di rugiada molto basso, coadiuvato da suoli poveri di nutrienti dove la vegetazione prospera, soffrendo al tempo stesso nello strenuo tentativo di raggiungere il suo potenziale inerente. Non potendo fare a meno di attecchire, per l’effetto dell’umidità, per poi ricorrere al fenomeno noto come nanismo ecologico: svolgere le mansioni di un ciclo vitale completo, senza mai raggiungere le dimensioni tipiche di un esemplare adulto. Riuscendo nonostante tutto a propagarsi, tra l’indifferenza delle innumerevoli creature che disperdono lo stesso i loro pollini e le capsule vitali dei semi nascosti…
Volendo a questo punto entrare nel particolare, attribuendo a questa serie di elucubrazioni una terminologia più prettamente scientifica, si può ricorrere a una classificazione sistematica di questo tipo fenomeni, paesaggistici e botanici al tempo stesso, in base all’effettivo grado di miniaturizzazione osservabile nella progressione offerta da una carrellata videografica, o il ricordo di un’effettiva e singolare esperienza. A partire dalle alture di quel parco sopramenzionato, intercalato dai numerosi laghi glaciali, cui si frappongono le valli digradanti con i rispettivi micromondi, a loro modo rispondenti ad una logica dettata dall’ambizione vegetale alla sopravvivenza. Dove il caso delle chiome dal più alto grado di preminenza, trova l’espletamento pratico e circostanziale di una certa varietà di eucalipti nani e sclerofille, dalle foglie rigide adattate ai climi secchi non lasciando traspirare più di minime quantità dell’acqua contenuta nei propri rami e steli. Cespugli come quelli appartenenti al genere Monotoca, con i caratteristici margini arrotondati e la cuticola spessa capace di riflettere ed incamerare la splendente luce dell’astro diurno. Ma sono proprio gli alberi simbolo del continente australe, in altri luoghi capaci di raggiungere i 70-80 metri, a colpire con la loro compattezza rasoterra ed il disordinato susseguirsi dei loro rami straordinariamente contorti. Fino alla sostanziale formazione di un krummholz, termine tedesco riferito all’aggrovigliamento deformato e schiacciato dal vento, tipico delle brughiere d’alta quota, in questo caso costituito soprattutto da specie come E. coccifera, vernicosa e subcrenulata. Lungi dal costituire la parte di grandezza inferiore della foresta fin qui discussa, tali macchie con l’altezza media tra il mezzo ed un metro lasciando effettivamente il posto mentre ci si muove innanzi a un tipico tappeto verdeggiante, ancor più prossimo agli spazi menzionati e dimostrati con i posti virali cui facevo accenno nel paragrafo soprastante. Trattasi allorché di un altro tipo di fenomeno, frutto di un ambito botanico riassumibile col termine ad ombrello di Tasmanian cushion plants. Piante a cuscino: mai metafora fu maggiormente appropriata, al fine d’identificare visualmente un gruppo di sei famiglie, egualmente indotte dalla convergenza evolutiva ad assumere una serie di valide contromisure contro le vigenti asperità del proprio clima di appartenenza. Consistente nell’abito di un fitto tappeto, formato da steli bassi e interconnessi, sincronizzati nella crescita con l’unica esclusione di piccole rosette apicali, impiegate da ciascuna varietà nel tentativo di attirare l’attenzione dei trasportatori di pollini necessari all’efficiente riproduzione. Piante del tutto endemiche come la Donatia novae-zelandiae dai fiori gialo canarino, sbocciati sopra il verde delle foglie lineari e carnose, lunghe 5-6 mm e dotate di fitti peli alla base. O la Dracophyllum minimum, con strutture fotosintetiche spesse e rigide, concave, pungenti. Ma fiori leggiadri dai 5 petali perfettamente candidi, leggiadri nella propria inconcepibile evidenza. Veri e propri capolavori dell’evoluzione, anche nei casi meno iconici, capaci di conservare il poco calore accumulando l’umidità, fino al mantenimento di una temperatura media superiore anche di 10 gradi alla temperatura dell’aria circostante. A sempiterna quanto eccezionale dimostrazione di come un ambiente insolito possa determinare l’effettivo aspetto di ogni essere vivente al proprio interno. Scatenando i ritmi fervidi dell’immaginazione inquisitiva digitalizzata.
Non c’è pace ne alcun tipo tipo di vigente alternativa situazionale: la vita trova sempre un modo e cerca in modo pressoché costante di portarlo fino alle sue più estreme conseguenze. Laddove la conservazione dell’energia implicata dai processi naturali, così come quelli usati nello studio della fisica, non è finalizzata ad altro se non veicolare simili risorse conservate verso il nesso ideale della propensione implicita comunitaria: replicare il proprio codice di espletamento iscritto nelle cellule, finché si è in grado di farlo. Imperativo posseduto dalle menti più complesse, come tutto ciò e coloro che ne costituiscono l’ambiente.
Proponendo accenni possibili d’inquadrature tipiche di tali luoghi avulsi, come plastici da sogno per illimitati campi di battaglia con le miniature fantasy, oppur diorami abnormi dedicati alla riproduzione di famose spedizioni dell’Epoca delle Scoperte. Laddove l’unico confine è lo spazio disponibile sul cellulare o la memoria della macchina da presa… Se soltanto tali alture non fossero tanto difficili da raggiungere. Soprattutto per la maggior parte degli odierni membri del consorzio urbano, abituati ai propri comodi sedili e schermi scintillanti, a far da filtro per le innumerevoli bellezze del mondo.


