Costruirono il concetto stesso dei commerci all’apice del Mondo Antico. Quando le opportunità rappresentate dagli insediamenti umani del Maghreb, conosciuti dall’Egitto prima e poi i loro vicini Romani e Cartaginesi, si scontravano regolarmente con il valico impossibile del più vasto e inospitale dei deserti, il Sahara. Letale per la stirpe equina, se possibile, ancor più di quella umana. Il che lasciava il compito di trasportare merci e bagagli a due sole possibili creature: il mulo e quello che nella lingua franca di quei secoli veniva detto dromas, un grecismo che significa “corridore”. In riferimento alla propria capacità di sopravvivere e spostarsi alacremente sulle sabbie, grazie alle riserve di grasso contenute nella gobba e quelle idriche riciclate nello stomaco sfruttando il suo perfezionato metodo di filtrazione renale. In quei tempi, tuttavia, chiunque conoscesse il popolo dei Libici o Amazigh non li associava ad una pratica particolare di abbellimento o decorazione di questi animali, visti unicamente come navi di quel mondo, funzionali al coronamento di palesi e ben collaudati obiettivi. Con l’inizio del periodo islamico a partire dal VII secolo, ed il diffondersi di questa religione attraverso il corso dell’Alto Medioevo, le cose iniziarono gradualmente a cambiare: il gobbuto era un dono divino, creato sulla Terra per fornire aiuto e ricchezze ai devoti. Quale miglior modo, dunque, di rendere omaggio ad Allah, che veicolare lo splendore implicito del cosmo imprimendovi la risultanza di svariate ore di lavoro, così da renderlo magnifico allo sguardo, oltre che utile all’ingrandimento del portamonete dei mercanti? Dove o quando ebbe inizio questa particolare pratica, non è ad oggi noto. Sebbene vanti una speciale associazione con la ricorrenza annuale della Eid al-Adha o festa del sacrificio, quando in grandi fiere le famiglie facoltose sono solite acquistare l’animale più attraente ed in salute, per offrirlo sull’altare così come Abramo era disposto a fare col suo unico figlio, Isacco. Sebbene sia opinabile che ad oggi, il più alto livello apprezzabile di tosatura artistica del dromedario sia attestata soprattutto nel subcontinente, tra il Pakistan e l’India, avendo trovato in quest’ultima il nuovo contesto calendariale della Kartika Purnima, occasione dedicata al bagno purificatore effettuato dal creatore Brahma nel lago di Pushkar, nell’odierno distretto del Rajasthan. Dove il palesarsi di quadrupedi finemente ornati è un’occorrenza in molti modi attesa, vista la quantità di operatori esperti nella messa in pratica di questa antica e complicata materia. Tanto che il loro lavoro, portato a compimento con perizia ineccepibile e capacità probabilmente oggetto di specifiche stirpi di appredimento, rappresenta un’ulteriore attrazione del contesto per gli amanti del mammifero artiodattilo dei climi aridi, assieme alle sue corse, combattimenti e concorsi di bellezza per ciascuna delle razze riconosciute. Mentre nel mondo contemporaneo di Internet, la barberia dei dromedari rappresenta un altro misterioso lavorìo dei popoli, capace di dar adito a visioni supportate da preziose convergenze esteriori…
Il punto dell’intera questione, qualunque sia la sua effettiva origine, è una pregevole caratteristica posseduta dal pelame di quest’animale. Sostanzialmente diverso da ogni altro cammellide esistente, ivi inclusi quello a due gobbe asiatico, nonché i lama, alpaca e vigogne. Giacché il dromedario stesso, creatura dei climi aridi per eccellenza, possiede un manto la cui lunghezza non è significativa, pur avendo raggiunto il traguardo evolutivo di due strati comprimari: un sottopelo fine, morbido e lanoso con funzioni d’isolamento termico e la sua controparte esterna, ispida ed impenetrabile, pensata per respingere la polvere e la sabbia del deserto, oltre alla luce battente dell’astro solare. Sovrapposizione cromaticamente discordante, il caso vuole, così che in molte circostanze innate è già possibile osservare un significativo cromatismo, allorché dovesse presentarsi una diversità di crescita, ad esempio durante la muta stagionale dell’animale. Dal che, palesemente, venne a più di un proprietario questa ispirazione, di prendere un paio di forbici e iniziare la creazione di un qualche tipo d’effimera visione su quei fianchi torreggianti, simili a cartelli naturali. I soggetti preferiti, da Oriente ad Occidente, sarebbero stati dunque di un tipo geometrico, considerato l’ottenimento auspicabile di tele semoventi la cui fruizione non è poi tanto diversa d quella del tatuaggio umano. Fattore contributivo, in tal senso, anche la stretta associazione della pratica alla religione islamica, che proibisce la rappresentazione della figura umana. Il che non toglie che anche in Rajasthan e nella regione del Sindh a prevalenza induista le decorazioni preferite siano pattern ripetuti o al massimo, immagini stilizzate di sole e stelle, possibilmente finalizzati a offrire protezione a chiunque interagisca con l’ornato quadrupede dall’indole innegabilmente paziente. Una tendenza alla mansuetudine e staticità, quest’ultima, di gran lunga assente nelle controparti equine e che probabilmente offrì storicamente un valido pretesto per dare continuità alla pratica, diventando gradualmente un’opportunità di evidenziare qualità nascoste del soggetto, in molte circostanze festose o di aggregazione per la compravendita, da parte di molteplici caste o strati sociali. Resta rilevante, in tal senso, la diversa funzione perseguita dai barbieri con i propri strumenti nel contesto dell’India a maggioranza politeista, dove il dromedario non costituisce un bene destinato al sacrificio bensì essere vivente giudicato sacrosanto al pari di altri armenti, da custodire e rendere idealmente un membro della grande famiglia facente parte della Creazione. Stabilendo i crismi di un approccio il cui merito diventa quello di affascinare e coinvolgere il pubblico nel corso della fiera, piuttosto che indurre ad un acquisto effettivo. Si riporta, a tal proposito, come a partire dal 2025 appena un paio di centinaia di cammellidi vengano venduti nel corso di una singola edizione della Pushkar ka Mela, laddove fino allo scorso secolo migliaia di capi passavano di mano in tale occasione, giungendo a costituire il letterale motore e mezzo di trasporto necessario al funzionamento della società civile.
In quest’epoca dedita al culto delle immagini, d’altro canto, era improbabile che un tale repertorio di perizia individuale mancasse di attirare l’attenzione della collettività indivisa. Il che avrebbe aperto inaspettatamente la porta della celebrità a singole figure di quest’arte del quotidiano, per questo diventate dei veri e propri simboli di un mondo ed un contesto culturale così remoto. Tra di loro Ali Hassan, il pakistano cinquantenne di un villaggio senza nome in Naushero Feroze, incline a viaggiare ben 200 miglia fino alla grande fiera del bestiame di Karachi ogni anno, per dedicarsi al suo pregevole lavoro mediante l’uso esclusivo di soltanto un paio di forbici e un pezzetto di corda per misurare la posizione di ciascuna simmetrica figurazione. Sia mai che i fianchi del dromedario si presentino come diversi a chi finisca per osservarli da entrambi i lati! Una mansione in cui egli è tanto abile, a quanto si evince, da trovarsi a dover spegnere il telefono man mano che il giorno atteso si avvicina, pena l’eccessiva quantità di prenotazioni e conseguente impossibilità di lavorare. Finestra sintomatica, per quanto circoscritta, sul grado d’importanza notevole mantenuto ad oggi da una tale usanza vernacolare, possibilmente prossima a sfociare nel mondo propriamente detto delle espressioni artistiche dei popoli, in attesa di studi e approfondimento di stampo propriamente accademico-divulgativo. Un approccio inerentemente favorito dalle tecnologie odierne, capaci di commemorarne molti esempi. Che affondano radici nell’imprescindibile tendenza collettiva a perseguire la bellezza. Persino dietro a quell’oblungo ed espressivo muso, dalle ciglia preminenti, dove la natura stessa aveva già terminato di dare il suo contributo.


