Percorrendo a bordo di un’imbarcazione il corso del Green River, principale tributario del Colorado, i visitatori del Sud-Ovest degli Stati Uniti sanno di poter andare incontro a un’esperienza molto particolare. Quella delle celebri Porte di Lodore, un canyon stretto e angusto che s’insinua in mezzo agli elevati massicci delle Uinta Mountains, di cui il poeta inglese Robert Southey scrisse nel 1820 l’assonante quanto estesa descrizione: “Si sollevano e strisciano / s’insinuano ed involano / si girano e si avvolgono […] Uno spettacolo impressionante / Incomprensibile, stupefacente / che confonde e assorda i padiglioni col suo rumore.” Quello che potremmo in altri termini chiamare, molto più semplicemente, un canyon sebbene sia possibile a chiunque scorgerne quasi immediatamente le caratteristiche senz’altro particolari. Per il modo in cui le acque non soltanto lo attraversano ma paiono piuttosto risalire al loro interno, nelle geometrie impossibili di un taglio angusto e profondo, là dove il paesaggio più che essere plasmato dalle acque, sembrerebbe quasi essergli stato costruito attorno. Perché sebbene un fiume sia comunemente in grado di produrre il risultato di un processo d’erosione pluri-millenario, esistano dei limiti a un simile processo. E normalmente ciò che avviene quando esso incontra una struttura inamovibile, è che s’inoltri lungo il prolungarsi della via di minore resistenza, aggirandolo, piuttosto che passarci attraverso. Vedi il modo in cui il Danubio evita le Alpi ed i Carpazi. Così come il sacro Gange evita gli alti massicci dell’Himalaya, scendendo fino alle propaggini settentrionali dell’India. Casi celebri di un’acclarata legge di natura, che come ogni altra volta capita, prevede il suo corredo d’eccezioni. Cos’ha portato, dunque, questo fiume nordamericano fino al punto estremo della propria condizione topografica del tutto priva di paragoni? Fin dalle prime spedizioni spagnole nel 1776, quando ricevette il nome di Rio de San Buenaventura, la realizzazione delle mappe che potessero tracciare il suo corso ebbe ragione di dimostrarsi complessa. Con diversi esempi che ponevano le sue sorgenti presso i Grandi Laghi piuttosto che nei picchi sorgivi del Wind River Range, Wyoming, ed altre che pensavano in maniera erronea avesse la prerogativa di sfociare nell’Oceano Pacifico. Soltanto nel 1826 il pioniere statunitense Jedediah Smith, sfruttando guide native ed un’approfondita conoscenza del territorio, raggiunse finalmente il punto in cui esso confluiva nel fiume che dà il nome allo stato soprannominato “Svizzera del Nuovo Mondo”, il Colorado. Giacché per oltre un secolo, con l’applicazione dei metodi scientifici contemporanei e un’agguerrita discussione sul piano accademico, le ragioni del suo corso anomalo avrebbero continuato a generare un elevato grado di perplessità tra i molti conoscitori e studiosi della geologia terrestre…
La prima teoria in ordine di tempo sul tema della questione ebbe in effetti l’opportunità di palesarsi poco più di mezzo secolo dopo, quando il celebre studioso paesaggistico e cartografo John Wesley Powell elaborò nel 1876 una famosa teoria. Fondata sull’idea in effetti alquanto semplice, che il fiume precorresse l’orogenesi delle montagne, le quali ebbero ragione e il modo di acquisire la propria svettante preminenza, non potendo d’altra parte sollevare i letto di quel corso d’acqua possente. Approccio valido in maniera sistematica, che tuttavia fu destinato ad entrare in conflitto con l’evidenza. Allorché l’applicazione delle datazioni radiometriche, assieme all’analisi dei sedimenti, permisero di determinare un’età di circa 80 milioni di anni per le Uinta Mountains, contro gli appena 8 di esistenza per il Green River che ci passa attraverso. Generalmente più difficile da confutare, di contro, l’idea diffusa in epoca attuale che il fenomeno possa essere la risultanza di un sistema d’isostasia variabile, ovvero la ricerca di un punto d’equilibrio gravitazionale tra colonne di materiali più o meno compatti, capaci di creare un punto di passaggio privilegiato per il grande flusso delle acque. Il che può in certo senso costituire un fattore rilevante alla questione, pur non rappresentando l’intero arco narrativo della sua storia. Il che ci porta, finalmente, alla pubblicazione dell’inizio di quest’anno su JGR Earth Surface dello studio di Adam Smith e Matthew Fox dell’Università di Glasgow, assieme a Miller, Morriss e Anderson del Dipartimento di Geologia di Salt Lake City, mirato ad offrire una diversa angolazione al fine di dirimere ed approfondire un così antico mistero. La cui natura stessa è già presente nel titolo dello studio, che fa riferimento al fenomeno del lithospheric drip grossomodo traducibile come gocciolamento dello strato esterno, e generalmente solido, della crosta terrestre. Ciò almeno fino al palesarsi di un particolare tipo di situazione, individuata per la prima volta sul principio degli anni 2010 in una serie di studi relativi proprio al bacino del Colorado e del Green River tra gli stati americani attraversati dal loro corso. Là dove l’imporsi di masse sopraelevate, veri e propri massicci rocciosi dal peso estremamente significativo, provvide a creare in epoche ancestrali dei punti sotterranei di appiattimento del sostrato, così compressi da subire un aumento esponenziale della temperatura, e conseguente indurimento della loro forma in contrapposizione allo stato semi-solido dei propri dintorni. Favorendo in seguito l’effetto, paragonabile a quello di una goccia di catrame che affonda in un bicchiere d’acqua, di avvicendarsi lungo il corso dei millenni fino alle radici più remote del paesaggio, con conseguente abbassamento dei monti di superficie. Un effetto talvolta descritto come quello di un tappeto elastico, allorché al distacco della goccia in questione, la tendenza naturale alla conservazione dell’energia avrebbe portato questi ultimi al rimbalzo, tale da tornare ad una situazione simile a quella di partenza. E sarebbe stato nell’intervallo di una tale circostanza, nei fatti inferiore agli 8 milioni di anni per l’estendersi dei quali il Green River è esistito, a permettere lo scavo delle sue acque attraverso, e non attorno alle possenti rocce indebolite dal drip.
Ipotesi piuttosto ambiziosa ma fondata sull’impiego di fattori evidenti. Dall’approfondimento dei dati sismici della regione, compatibili con l’esistenza di una massa meno solida a 200 Km di profondità sotto il canyon di Lodore, compatibile con il residuo di una colata litosferica. Fino all’individuazione dello schema topografico dalla forma di un bullseye o cerchi concentrici, come un bersaglio, distintivo del verificarsi della fenomenologia citata dalla squadra di Smith. Metodi efficaci al fine di dirimere non solo questa annosa questione, ma una pletora possibile di ulteriori misteri tettonici, lungamente rimasti ai margini delle corpose biblioteche delle conoscenze di cui disponiamo in merito alla natura più profonda e imprescindibile del nostro antico pianeta.
Talvolta silenzioso nel mantenere la propria riservatezza e certe altre, per tornare alla poesia di Southey, incline a denunciare la sua unicità mediante: “Suoni e movimenti che si sovrappongono in eterno / Tutti assieme e l’uno sopra l’altro, all’apice assoluto di quel tumulto.”
Collegamento allo studio scientifico: A Lithospheric Drip Triggered Green and Colorado River Integration, Adam G. G. Smith , Matthew Fox , Scott R. Miller , Matthew C. Morriss, Leif S. Anderson


