Tra le tipologie edifici utilizzati per donare prestigio ad un centro urbano non è certo il più comune. Rispetto a municipio, un grande monumento, persino una cattedrale, il teatro dell’opera comporta già solide basi culturali del suo luogo di riferimento, per poter sperare di riuscire a funzionare a regime. Quali scuole formeranno la sua orchestra, quante grandi troupe, chi sarà, tra i cantanti e musicisti di fama internazionale… A calcare il palcoscenico di un luogo per quanto ben concepito, qualora quest’ultimo si trovi nel bel mezzo di un deserto, sospeso nell’oceano o sulla cima di un’arida montagna? Ed è forse proprio questa la ragione della scena d’apertura del famoso film di Werner Herzog del 1982, Fitzcarraldo, che vede il protagonista omonimo raggiungere la capitale dell’intera regione di Amazonas con lo scopo di assistere a un’esibizione del tenore Italo Caruso. Soltanto per trovarsi davanti al più magnifico, svettante edificio di Manaus troppo tardi, a luci spenti e lo spettacolo ormai terminato. Una dolente metafora, per quanto calzante, di ciò che è stato e cosa ha comportato il rapido reinvestimento delle significative ricchezze accumulate in questo luogo sul finire del XIX secolo, durante il boom commerciale del secondo tipo di oro nero, la materia prima resinosa dei cosiddetti alberi della gomma.
Fu la nascita, quest’ultima, di una nuova classe di baroni e facoltosi imprenditori, capaci d’influenzare grandemente la politica dell’ormai calante Impero Brasiliano, destinato ad abolire la schiavitù soltanto nel 1888. Ponendo funzionali basi nel contempo, all’edificazione di molte significative infrastrutture, nonché opere pubbliche dall’impressionante perizia realizzativa. Tramite l’intercessione ed il supporto offerto ad importanti figure del mondo politico, tra cui spicca in modo particolare Eduardo Gonçalves Ribeiro, governatore positivista dello stato dietro il rinnovamento della sua Manaus, con vasti viali, ponti, parchi pubblici e qualcosa che i melomani avevano da sempre desiderato: una propria personale, inconfondibile interpretazione di luoghi prototipici come l’Opéra Garnier di Parigi o la Scala di Milano. Là, dove il destino musicale dell’intero Sudamerica fosse in attesa di compiersi, di fronte a un pubblico pagante pronto a fare la propria parte volendo sostenere il merito ulteriore di un’idea.
Così venne stabilito il piano di fattibilità nel 1882 con incarico all’Ufficio portoghese di ingegneria e architettura di Lisbona, trascurando di badare a spese a partire dalla scelta delle personalità coinvolte, tra cui l’architetto Sacrim Celeste già responsabile della creazione del Theatro da Paz a Belém ed il pittore Domenico de Angelis, entrambi italiani, nonché il rinomato decoratore d’interni Crispim do Amaral del vicino stato di Parà. Figure di spicco all’epoca, incaricate di creare una struttura con spiccati elementi neoclassici, sebbene il progetto fosse eclettico e fondato su dei crismi estetici dei suoi reciproci fattori costituenti. A partire da quello che avrebbe costituito nella fase finale, ormai quasi 13 anni dopo, la letterale ciliegina sulla torta architettonica dell’imponente orpello urbano: una cupola metallica autoportante dal diametro di 19 metri, ricoperta da 36.000 piastrelle dipinte nella remota Alsazia con il colore della bandiera brasiliana. Qualcosa che mai si era visto nel meridionale continente americano e a voler scegliere uno spunto d’analisi più esteso, il mondo intero…
Un aspetto molto rilevante dal punto di vista storico del Teatro Amazonas di Manaus (letteralmente: Teatro dell’Amazzonia) è il suo essere stato costruito a cavallo tra la caduta dell’ultimo monarca nazionale, Dom Pedro II ed il colpo di stato militare di Deodoro da Fonseca del 1889, da cui sarebbe emersa la nuova e tutt’ora rilevante Repubblica Federale Brasiliana. Il che non avrebbe mai del tutto arrestato i lavori di costruzione, in larga parte finanziati da imprenditori e filantropi privati, contribuendo tuttavia a rallentare sensibilmente le operazioni di costruzione. Basti aggiungere a ciò la complessità notevole del progetto, per un edificio alto 35 metri con intelaiatura di metallo costruita a Glasgow, marmo di Carrara per colonne e scale, vetro di Murano per il lampadari e mobili in stile Luigi XV importati dalla Francia, per comprendere il perché ci sarebbe voluto fino al 1896 per giungere all’attesa data di inaugurazione, con l’opera italiana La Gioconda di Amilcare Ponchielli, in una contingenza dal rilievo internazionale destinata a rimanere iscritta a chiare lettere nella storia della città. E quando i 701 spettatori possibili all’interno del salone principale fecero il proprio ingresso, lo spettacolo ebbe inizio ancor prima dell’arrivo dei musicisti, per i plurimi e sovrapposti fregi in stile rinascimentale, il pavimento con intarsi geometrici da 12.000 elementi lignei interconnessi, i corridoi barocchi con ritratti statuari dei maggiori compositori della storia europea e il dipinto sul soffitto di De Angelis, intitolato “La Glorificazione delle Belle Arti dell’Amazzonia”. Per non parlare dell’immagine ritratta sul sipario, dedicata alla confluenza paesaggistica dei fiumi Negro e Solimões, capace di creare la ben nota mescolanza locale di acque di tonalità diverse, alla genesi di quello che diventa a valle di quel sito urbano il gigantesco e vorticoso Rio delle Amazzoni, mai attraversato da un ponte umano.
Ciò che venne dopo nella storia del teatro, tuttavia, non riesce ad essere altrettanto degno di essere annotato nelle antologie dei grandi concerti o momenti trasformativi nella storia dell’arte musicale. Con la fine del boom commerciale della gomma brasiliana, causa l’esportazione clandestina nel 1876 di migliaia di semi di Hevea brasiliensis da parte dell’esploratore britannico Henry Wickham, la copiosità di fondi da investire per la prosecuzione dei grandi spettacoli teatrali andò rapidamente incontro ad esaurimento. Aggiungete a questo l’intrinseca difficoltà nel raggiungere Manaus, situata nel bel mezzo della giungla più estesa e densa del pianeta, e potrete comprendere perché già verso le soglie del Novecento, i gestori dell’istituzione trovassero difficile riempire il calendario di un simile svettante tempio della Belle Epoque. Molte erano le difficoltà logistiche, tanto che in una stagione d’inizio secolo avvenne addirittura l’impensabile: un’intera orchestra in visita che si ammalò di febbre gialla, con diversi decessi riportati sui giornali del tempo. Era dunque soltanto il 1926 quando una Manaus ormai andata ben oltre i margini ulteriori del suo boom economico e produttivo, decise a malincuore la cessazione delle operazioni teatrali.
Rimasto chiuso e per lo più inaccessibile al pubblico per quasi l’intero secolo successivo, l’edificio venne nondimeno dichiarato bene nazionale nel 1966, guadagnandosi il diritto a periodici ed estensivi interventi di restauro, estendendo la tutela basilare implementata già all’inizio degli anni ’50, che famosamente cambiò le tradizionali pareti azzurre con l’attuale, ormai iconico color rosa antico. Per poi passare a campagne più dispendiose nel 1974, fino alle riparazioni estensive ed analitiche del 1990-91 finalizzate ad una vera e propria riapertura, con la nascita e l’affermazione del Festival Amazonas de Ópera, che continua tutt’ora.
Ciò benché rispetto all’originale evento del 1889, fosse stato ormai l’intero mondo a cambiare, con buona parte dell’auditorium riservato questa volta a facoltosi visitatori e turisti stranieri, mentre la gente di Manaus venne lasciata a protestare sulla piazza a immaginare quelle note e lo spettacolo nelle auguste sale. I cui gridati slogan potrebbero essere riassunti nella locuzione: “Il popolo ha pagato con le proprie tasse il teatro e adesso non possiamo più entrare!” Visione pessimista, quest’ultima, che avrebbe potuto risultare un po’ meno calzante, se soltanto tale prospettiva non fosse parimenti utile a descrivere le condizioni geopolitiche vigenti nell’intero territorio Sudamericano, allora come oggi e chissà per quanti altri anni a venire.


