Il magnetismo leggendario dell’oscura rupe captatoria che fagocita gli oceani della Terra

Dopo settimane di navigazione in alto mare a largo della costa della Norvegia, senza punti di riferimento eccetto il tiepido baluginio stellare, l’equipaggio stava cominciando a dare significativi segni di cedimento. Il clima rigido, le scarse riserve d’acqua e di provviste, la carenza sempre più preoccupante di un vento a favore avevano collaborato nel creare un senso di ansietà e condanna, in grado di anteporsi addirittura alla promessa ricompensa dei funzionari di corte al servizio di Edoardo III dei Plantageneti, sovrano d’Inghilterra. Fu allora che venuto meno l’effetto delle rassicurazioni del capitano con il suo fedele astrolabio, gli uomini volsero la propria attenzione in direzione dell’Altissimo, potendo trarre beneficio dai sermoni dell’unico uomo di chiesa presente a bordo. “Miei coraggiosi compagni di viaggio, credetemi” Declamava a più riprese il frate di Oxford, il cui nome la storia sarebbe inaspettatamente riuscita a dimenticare: “Ben presto avvisteremo i Quattro Fiumi ed al centro di essi, l’ultima propaggine a noi prossima del Paradiso Terrestre. Allora Dio in persona parlerà alle vostre anime…”
Quello che sappiamo di tale avventura, portata al culmine probabilmente attorno al XIV secolo, fu in seguito annotato all’interno di un diario scritto proprio da costui, chiamato in latino Inventio Fortunate o la Scoperta Fortunata, di cui abbiamo solamente resoconti di seconda o terza mano. Questo perché il testo, strumentale ma non liturgico, iconico ma destinato a una graduale quanto imprescindibile confutazione, avrebbe languito assieme ad altri in biblioteche polverose, destinate un giorno a perderlo o dimenticare. E nulla sapremmo assai probabilmente, se non fosse stata per la colta citazione fatta dal viaggiatore fiammingo coévo Jacobus Cnoyen di ’s-Hertogenbosch, anch’essa cancellata dalla nebbia del tempo, sebbene destinata a suscitare quasi 300 anni dopo l’interesse del rinomato cartografo Gerardo Mercatore. Che in una lettera al collega studioso e occultista britannico John Dee, parlò di quanto il frate e il suo equipaggio riportarono, al ritorno in patria, di aver effettivamente individuato: “Una montagna nera dalle proporzioni soverchianti, alta e nuda in mezzo al mare. Questa roccia dalla circonferenza pari a quasi 33 miglia nautiche sembrava fatta di una pietra magnetica, ed era circondata da quattro terre emerse divise da altrettanti corsi d’acqua. Questi ultimi a loro volta, fluendo dall’esterno verso l’interno, correvano a gran velocità verso il massiccio, precipitando in un profondo vortice verso le viscere profonde della Terra…”

Carta Marina di Olao Magno, 1539

Chiamata Rupes Nigra o “Roccia Nera” tale isola fantasma era in effetti compatibile con la ben nota e necessaria tendenza dell’ago della bussola a puntare sempre verso il nord, ragion per cui in assenza di altre spiegazioni possibili, l’idea della sua esistenza aveva finito per essere enfaticamente trasmessa alle nuove generazioni di cartografi del tardo Medioevo, diventando una presenza persistente nelle loro rappresentazioni, molto spesso artistiche, del polo settentrionale. Martin Behaim nel 1492 ne aveva rappresentato gli immediati dintorni nel suo mappamondo Erdapfel custodito a Norimberga, trascurando soltanto di nominarle esplicitamente. Laddove questa si sarebbe palesata, in seguito, con l’appellativo di Insula Magnetu[m] nella Carta Marina di Olao Magno del 1539, incline a posizionarla in alto a destra rispetto all’improbabile figura di un leone del gelido e distante Nord Europa. Scelte tutt’altro che insolite, per la mentalità dell’epoca, nella necessità pratica di connotare i distretti e luoghi della Terra di cui non si avevano notizie precise, fatta eccezione per il resoconto di pochi, isolati esploratori che scrivevano talvolta in base al mero sentito dire. In assenza di un vero e proprio metodo scientifico, gli studiosi dell’arcano campo della geografia tentavano così di dare l’impressione di essere precisi, soprattutto quando era impossibile verificare certe informazioni, fornendo ulteriore credibilità a fatti o nozioni del tutto prive di appigli reali verificabili, sebbene dotate di oblique, pregne schegge di verità. Come la nozione, anch’essa riportata e in seguito illustrata dallo stesso Mercatore (vedi immagine d’apertura) nella sua mappa dell’Artico del 1620, secondo cui la più vicina delle quattro isole all’Europa avrebbe ospitato una popolazione di pigmei alti meno di quattro piedi, possibile esagerazione relativa alle genti di statura relativamente bassa delle terre ghiacciate per buona parte dell’anno, come la Groenlandia. Nozione, è secondario quanto interessante sottolinearlo, possibilmente all’origine della storia moderna sugli elfi che lavorano nelle officine di quel leggendario personaggio, Babbo Natale. Parimenti possibile appare, di suo conto, l’ipotesi che il vortice circostante l’isola fosse un riferimento al Moskenstraumen o Maelström, temuto gorgo delle isole Lofoten tra Moskenesøya e l’isola di Værøy, incline a spingere le navi sulle secche e gli scogli sommersi.
L’idea che sulla sommità del globo stesso potesse esistere un Axis Mundi, luogo del potere affine al Monte Meru della cosmologia indiana, la percezione filosofica dell’Omphalos da parte dei Greci o ancora, in epoca successiva, l’albero Yggdrasil norreno era d’altra parte un filo ininterrotto nel discorso mitologico dei popoli di luoghi molto distanti, così da rendere nozioni relative all’alta rupe non soltanto plausibili, ma addirittura rassicuranti. Il fatto che il polo nord potesse essere una sorta di pozzo, capace d’inghiottire le acque del mondo, avrebbe costituito ancora una nozione acclarata nel mondo accademico fino agli scritti del gesuita tedesco Athanasius Kircher (1602-1680) il quale parlò estensivamente del pianeta come entità cava, affine per molti versi a un essere vivente. Il cui respiro ininterrotto prevedeva l’inghiottimento sistematico dei fluidi dalla bocca sopracitata, successivamente espulsi, a getto pressoché continuo, dal remoto e misterioso polo meridionale. Come per molti dei suoi contemporanei, d’altra parte, nessuno avrebbe mai potuto disporre degli strumenti nozionistici necessari a confutarlo.

Le cose chiaramente cambiarono con l’estendersi delle esplorazioni umane nel XVII e XVIII secolo, durante cui alcuni avventurieri andarono effettivamente in cerca della Rupes Nigra, assieme ad altri luoghi ancor più strategicamente primari come Capo Horn ed il passaggio a Nord Ovest. Ed ancor più negli anni successivi, con l’affermarsi della nuova industria di sfruttamento oceanico mirata alla caccia di foche e balene, i cui partecipanti mancarono ripetutamente d’individuare la massiccia roccia citata con tanta certezza da Mercatore. Piuttosto che a seguito di un singolo episodio o clamorosa smentita, la nozione della montagna magnetica passò dunque lentamente in secondo piano, fino a cessare del tutto di essere riprodotta, persino dai cartografi più spregiudicati e creativi. Ci sarebbe voluto tuttavia fino al 1838 perché il fisico tedesco Carl Friedrich Gauss attribuisse un teorema matematico sicuro al campo geomagnetico terrestre, dimostrando per inferenza l’esistenza della dinamo planetaria autoeccitante, composta da nichel ed altri metalli tra cui il ferro, responsabile del prevedibile comportamento degli ausili alla navigazione lungamente impiegati dai marinai di tutto il mondo. Nonché la deviazione necessaria di parte delle radiazioni nocive provenienti dalla nostra stella, una probabile condizione necessaria all’evoluzione di forme di vita complesse. Nient’altro che l’ennesima conferma di quanto complessa e stratificata sia la serie di coincidenze che hanno collaborato a dare luogo alla nostra trascurabile, per quanto duratura presenza tra mari e montagne. Ed ogni tipo di elucubrazione, più o meno probabile, sul funzionamento di simili e specifici distretti dell’Esistenza.

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