C’è una statua in bronzo che si erge presso il centro storico di Ceuta, polo urbano sulle coste d’Africa in prossimità di Gibilterra, il cui aspetto complessivo può essere scambiato superficialmente per Cristoforo Colombo. Un uomo in posa eroica, che punta con una mappa nautica arrotolata in direzione della costa, la tunica lunga fino alle caviglie ed un cappello a tesa larga da capitano. Un semplice fraintendimento che deriva dalla percezione limitata che molti abitanti d’Europa possiedono della propria stessa storia. Ma non così coloro che risiedono nella città in questione: tutti, in questa enclave dai travagliati trascorsi militari, conoscono la storia del principe Enrico il Navigatore. Era il 1415 a tal proposito quando costui, dopo una lunga opera di persuasione, convinse il padre Giovanni I del Portogallo ed i suoi due fratelli che il futuro della propria nazione risiedeva in Africa. Un vasto e redditizio territorio, largamente ignoto salvo che per i ricchi guadagni che venivano dalle carovane che attraversavano la regione del Sahara. Dove diffondere il verbo di Dio tra gli infedeli, come nella leggendaria impresa del sovrano medievale Prester John, avrebbe costituito l’occasione addizionale di un accumulo di crediti a vantaggio della vita successiva per l’intera dinastia di Aviz. Trascorsi erano ormai diversi secoli, dal tentativo inizialmente riuscito di ricostituire i possedimenti oltremare dell’Impero Romano d’Oriente ad opera di Giustiniano ed il suo glorioso generale Belisario, il cui principale lascito nel Mediterraneo Occidentale, la sopracitata roccaforte già considerata inespugnabile sulla penisola di Almina, famosamente fu ceduta ai musulmani del sultanato Marinide nel VII-VIII secolo da parte del conte traditore Giuliano. Aprendo ad un periodo di abbellimento e costruzione di quel sito, culminante nella costruzione di ulteriori mura e porte monumentali del tipo più imponente possibile in quell’epoca ormai remota. Ma i Portoghesi, per l’incombente battaglia del 1415, si erano preparati a lungo ed in segreto, con mappe accurate di Ceuta ed un dislocamento di forze spostato in posizione senza lasciar trapelare in anticipo le proprie intenzioni. Così che una flotta dotata di circa 50.000 soldati, all’improvviso apparve innanzi alla vasta fortezza sul Mediterraneo. E sotto la guida dello stesso Enrico, che restò ferito in azione, conquistò nel giro di una sola notte ciò che legittimamente risiedeva sotto l’egida del governatore Salah ben Salah.
Il che segnò l’inizio, piuttosto che la fine, delle ostilità. Con l’ex comandante berbero rimasto isolato dal suo sultano Said Uthman III, all’epoca coinvolto in una crisi politica e di successione, accampatosi fuori le mura con circa 100.000 uomini, donne e bambini evacuati in anticipo e guidati da un pletora notevolmente diversificata di leader tribali e religiosi. Ci sarebbe tuttavia voluto fino al 1419 per un tardivo, fallimentare tentativo di riconquista della città. Durante il periodo di dominio portoghese, durante il regno del figlio maggiore di Re Giovanni, il suo erede Duarte, Ceuta crebbe ulteriormente vedendo la propria moschea trasformata in una cattedrale. Ed ulteriori rinforzi alle ormai vetuste mura protettive di quel centro strategico d’espansione europea. Giungendo a costituire un dei primi esempi, ragionevolmente conforme da ogni punto di vista rilevante, di un possedimento territoriale d’oltremare in parallelo con la città spagnola di Melilla, nella regione del Marocco Orientale. Ma il suo periodo storico più drammatico e sofferto doveva ancora venire…
Pochi luoghi nella storia diventarono un polo di concentrazione simbolica e strategica al pari di questo nodo geografico per contrapposti imperi, più volte passato di mano assieme alla fondamentale responsabilità di poter proteggere da meridione l’unico punto di passaggio tra l’Atlantico e il bacino del Mediterraneo. Chi controllava Ceuta controllava i commerci, sebbene non nel modo che lo stesso Enrico aveva prospettato: non ci volle molto negli anni dopo l’epica battaglia, per scoprire come in assenza di un controllo dell’intera costa del Maghreb, le carovane avrebbero semplicemente deviato altrove. E fu così che in seguito alla breve unione dinastica tra Spagna e Portogallo del 1581, l’interesse a gestire la città transitò gradualmente in direzione dei mercanti ed amministratori dei vicini iberici, rimanendo ad essa attribuito anche successivamente alla guerra di restaurazione del 1640. Ciò finché 18 anni dopo, durante il regno portoghese di Alfonso VI, la sofferta roccaforte venne infine ceduta a Carlo II di Spagna con il trattato di Lisbona, dando ufficialmente termine alle ostilità tra le due nazioni. Di nuovo un potente sovrano europeo ebbe un fortissimo interesse a proteggere quei luoghi da una possibile riconquista da parte delle genti d’Africa. Obiettivo destinato a palesarsi con quelle che sarebbero rimaste celebri col nome di Murallas Reales, un vasto ed impressionante complesso di barriere, fortificazioni, contrafforti ed un fossato navigabile per la città di Ceuta, con una serie di zone successivamente recintate per agire come piazzeforti indipendenti al possibile attacco di un’armata nemica. A partire dal Baluarte de los Mallorquines con la Puerta del Campo, il Baluarte de la Coraza Alta e l’Espigón de La Ribera. Per poi passare alla seconda linea della Hornabeque del Frente de la Valenciana, subito seguita dalla Controguardia di Santiago e le lunette di San Luis, La Reina e San Felipe. Rendendo manifesto un timore che nel 1694, come lungamente prospettato, ebbe infine modo di palesarsi. Allorché il sultano del Marocco Ismail Ibn Sharif, alla testa di un’armata dalle proporzioni spropositate, si organizzò per cingere d’assedio la città. Fu l’inizio di un lungo periodo di battaglie, destinato a subire soltanto delle occasionali ma mai troppo significative interruzioni nel corso dei successivi 33 anni. Più volte gli uomini del potente sovrano islamico, che nel frattempo era entrato anche in conflitto con gli Ottomani nei suoi domini orientali, conquistarono parte della città ed in ogni caso vennero cacciati indietro dai soldati spagnoli. Mentre i rifornimenti continuavano ad arrivare da Gibilterra, questi ultimi approfittarono dunque di ogni pausa per continuare a espandere la lunghezza ed altezza delle mura, raggiungendo una perizia architettonica che tutt’ora non teme rivali dentro e fuori l’intero territorio dell’Europa rinascimentale e moderna. Durante l’interminabile assedio, interi quartieri furono distrutti e ricostruiti, verso la creazione di una gestalt urbanistica di tipo più compatto ed autosufficiente, capace di raccogliere l’acqua nelle sue cisterne, coltivando parte del cibo necessario alla sopravvivenza in piccoli orti nascosti attorno e dietro le abitazioni. Ogni strada e piazza furono precisamente riordinate, in base a logiche militari ed approcci logistici alla difesa chiaramente organizzata.
Fu soltanto nel 1727, con la morte del sultano Moulay Ismail, che le truppe marocchine si trovarono improvvisamente in un impasse. Causa la prolungata incapacità di stabilire un blocco navale, assieme alla crisi di successione in atto, fu dunque deciso di spostare le truppe su altri fronti, abbandonando quella che era ormai diventata una vera e propria città in pianta stabile, con accampamenti, piantagioni ed allevamenti di bestiame. Le Murallas Reales, d’altro canto, erano ormai diventate letteralmente inespugnabili richiedendo l’applicazione di metodologie affini al successivo assedio moderno, che semplicemente non esistevano ancora in quel secolo di sofferte e diversificate battaglie.
Ceuta aveva resistito e per quanto concerne l’attribuzione politica dei territori, sussiste ancora. Sebbene la spinta patriottica da parte del Marocco a riprenderne il controllo, assieme alla vicina Melilla, sia stata il soggetto di svariati movimenti collettivi nel corso degli ultimi decenni rivolti al dominio spagnolo. E nonostante la problematica, costantemente dispendiosa difesa che deve essere operata per impedire a gruppi di migranti africani di varcare costantemente i confini dell’enclave, nella vana speranza di poter così trovare un futuro nell’agognata parte settentrionale del Vecchio Mondo. Il che dimostra, in modo inconfutabile, quanto può essere complesso custodire zone d’influenza fuori dai propri confini geografici inerenti. Come se non ci fossero già abbastanza problemi, nell’instabile equilibrio dell’ordine globale tra le contrapposte culture dell’Era presente.


