Nello spazio curvo di un lungo corridoio, situato all’interno degli spazi storicistici e neoclassici del palazzo Neue Burg sulla Heldenplatz viennese, una serie di magnifici guerrieri sembrano sospesi nel bel mezzo di una trionfale parata. I loro destrieri immobili, dall’espressione rilassata, sormontanti dalle armi più fantastiche mai costruite sul finire del Medioevo europeo. Ecco torreggiare in questo luogo l’elegante guarnitura di Massimiliano II, ricoperta di scanalature per deviare il colpo della lama nemica; subito seguìta dal cavallo di Federico III, con l’aquila bifronte asburgica ritratta sopra i quarti posteriori della corazza equina; e Ferdinando II del Tirolo col pennacchio di piume in cima all’elmo, le volute nere ed oro della sua corazza utili a sottolineare il prestigio di una dinastia; senza dimenticare gli ospiti stranieri, tra cui Maurizio d’Orange dal claustrofobico cimiero, Alessandro Farnese con la caratteristica placca difensiva mandibolare ed Enrico III di Francia riconoscibile per l’aurea cresta perpendicolare. Ciascuno decorato con gli emblemi di un diverso popolo ma nello stesso modo pronto a imporsi su una piazza d’armi, come comandante in capo di un intero esercito di sottoposti. Chi ha portato a confluire una simile pletora di personaggi in questo posto, e perché? La risposta trasferita nello schema delle effigi è che un tale consorzio eterogeneo non può certo palesarsi nel corso di una singola generazione. Oppure due. Essendo la diretta risultanza di una predisposizione tradizionale, riconducibile al bisogno di un monarca di legittimare la sua sacra discendenza. Accogliendo nelle proprie auguste sale i simboli pregressi di coloro che sperimentarono le stesse sfide, superarono gli ostacoli medesimi e incontrarono la gloria nella stessa guisa. Inclusi quelli appartenenti a una derivazione del mestiere delle armi, inteso non soltanto come il compito di prevalere in battaglia. Bensì il possesso da parte d’individui o una famiglia del preciso portamento necessario a incutere timore, stima o soggezione. Sulla base del contesto quotidiano di schieramento. C’era dunque un intento di conservazione artistica, ma anche e soprattutto di natura politica, nel primo significativo gesto in grado di condurre a tutto questo, compiuto dall’Arciduca del Tirolo Ferdinando II (1529-1595) fratello minore dell’Imperatore Massimiliano II, incline a radunare tra le mura del proprio castello ad Ambras un’estensiva collezione d’implementi cerimoniali, militari e sportivi, per poi commissionare la creazione di quello che potrebbe essere considerato il primo catalogo museale in ordine di tempo, il tomo noto come Armamentarium Heroicum, un inventario illustrato dei principali sovrani, condottieri ed altri protagonisti della storia europea. Sarebbe in verità stato difficile immaginare, all’epoca, una famiglia con maggiori connessioni sul piano matrimoniale ed alleanze strategiche di quella degli Asburgo, il che permise a questo cadetto di un ramo secondario di accumulare una quantità iniziale stimata attorno alle 15-17 tonnellate di materiale, successivamente trasferita nel palazzo Hofburg di Innsbruck…
Ciò almeno finché successivamente al suo decesso, nell’anno 1606 il nipote e Imperatore d’Austria Rodolfo II non decise di spendere la cifra considerevole di 170.000 fiorini per acquistare la totalità dei pezzi dal margravio e figlio illegittimo Charles di Burgau, con l’intento mai realizzato di trasferire il tutto presso la sua Kunstkammer a Praga. Ci sarebbe voluto tuttavia fino al XIX secolo ed il tardivo regno di Francesco Giuseppe I (1830-1916) marito della celebre Sissi dei Wittelsbach, perché una rinnovata coscienza identitaria portasse all’intento di ricongiungere tale sconfinato armamentario alle dotazioni accumulate precedentemente dagli Imperatori Massimiliano I e II, custoditi all’ultimo piano dell’edificio rinascimentale Stallburg di Vienna. Nel quadro del progetto mirato all’inaugurazione dei due grandi edifici gemelli sulla Ringstraße, l’uno dedicato alle scienze naturali ed il secondo alla storia, con il nome per l’appunto di Kunsthistorisches Museum. Dove le armi furono tenute al sicuro per l’interno estendersi della grande guerra, senza andare incontro ad ulteriori rischi di saccheggio dopo quelli dei conflitti napoleonici, fino a una cruciale lettera dello storico dell’arte e direttore dell’istituzione Alfred Stix, il quale chiese nel 1934 al Ministero dell’Istruzione di spostare la raccolta d’armi ed armature presso gli ambienti rimasti parzialmente inutilizzati dell’ultima espansione in ordine di tempo dello storico complesso di residenze imperiali a Vienna, costruito tra il 1879 e 1902 tramite le competenze dell’architetto storicista Carl von Hasenauer. Una mescolanza romantica di neobarocco, neorinascimento e classicismo monumentale, mirata ad esemplificare il prestigio di una dinastia regnante ormai avviata al suo tramonto. Quale miglior luogo, dunque, per celebrare l’eccezionale splendore estetico degli implementi utilizzati al fine di sancirne l’eccellenza imperitura sul piano umano e personale? Così tante e notevoli bardature, spade, picche ed elmi, universalmente riconducibili al mondo delle elite regnanti, risultando dunque poco rappresentative delle crude verità guerresche. Ma piuttosto di uno splendore idealizzato del conflitto senza vincitori né vinti, concettualmente imprescindibile dall’atmosfera tipica dell’area museale ad oggi nota come Armeria Imperiale, alias Hofjagd- und Rüstkammer, HJRK. Ove figurano, tra le numerose armi di ottima fattura ma prive di un nome, alcuni dei pezzi di maggior rilievo degli artefici più rinomati del XV e XVI secolo, ivi inclusi nomi come Lorenz Helmschmid, Konrad Seusenhofer, Filippo Negroli ed Andrea Casalini. Notevoli anche i pezzi singoli riconducibili a specifici personaggi, come l’elmo e la spada di Skanderbeg, condottiero albanese del XV secolo, la spada d’oro cerimoniale fatta forgiare da Massimiliano II ed i svariati implementi ottomani appartenenti al mondo Islamico, importate in questo luogo forse al fine di testimoniarne i lunghi e difficili rapporti commerciali e diplomatici con l’Occidente Europeo.
Con un percorso in larga parte tematico, piuttosto che prettamente cronologico come quello offerto dal vicino Heeresgeschichtliches Museum dedicato all’apparato militare imperiale nella sua interezza, l’Armeria Imperiale permette dunque al visitatore d’immergersi nel significato meno materialistico dei conflitti tra le più alte classi del mondo trascorso, senza dimenticare l’attività venatoria rappresentata da intere sale dedicate ai fucili ed altre armi sportive dedicate a tale attività di pregio. Anch’essa parte di una ricca dimensione della diplomazia rinascimentale, non necessariamente documentata in modo estensivo dai cronisti coévi, ma capace di creare connessioni attraverso le mura insuperabili delle nazioni contrapposte, tramite l’incontro tra coloro che avevano il mandato di rappresentarne gli interessi tra i loro pari. In un processo spesse volte destinato a fallire, evocando tanti tragici disastri e dolorosi conflitti nel corso delle epoche trascorse. Ragion per cui ogni tipo di conflitto individuale, all’interno di precisi margini codificati dall’ideale trascendente dell’onore dei guerrieri, poteva risultare utile a sfogare gli animi e placare la scintilla catastrofica dell’ora finale.
Allorché potrebbe essere proprio questo il punto, tra tutti, maggiormente meritevole di essere reso imperituro. Se soltanto coloro che governano i termometri dell’attuale incandescenza geopolitica potessero fare buon uso di una simile tipologia di sfoghi individuali! Allora vedremmo i cavalli rincorrersi in un altro tipo di corridoio, oltre le pagine grondanti sangue della storia. E magari alla gente comune verrebbe offerto, tanto per cambiare, un rilassante attimo per trarre un qualche tipo di transitorio respiro.


