Lungo la briosa tavolata che presenta ai convitati uno scenario apotropaico, tramite l’impiego di eleganti confluenze di kumquat, l’oblungo mandarino giapponese, non è difficile scorgere la forma suggestiva di un intruso, replicato mille volte in simmetrie svettanti che corroborano lo sforzo della buona sorte sul concludersi del calendario di quest’anno: piccoli alberi ideali fatti con il Wǔ dài tóng táng (五代同堂) “Cinque generazioni sotto lo stesso tetto” come sono soliti chiamarlo in modo poetico entro i confini dell’antica terra d’Asia. Approccio assai meno figurativo, senza dubbio, del nome scientifico Solanum mammosum, per non parlare dei vari appellativi occidentali come teta de vaca, tittyfruit o l’altisonante “mela di Sodoma” che sembra più un ammonimento contro le metafore eccessivamente dettagliate. Finalità non pienamente assolta, se è vero che in funzione dell’analogia implicata, questo parente di patate e melanzane è innocentemente confluito dalle nostre parti sotto il termine ad ombrello “pianta dei capezzoli” benché risulti essere, causa il ventaglio limitato della propria utilità, eccezionalmente raro. Non così nel vasto Oriente, d’alto canto, dove coltivazioni esistono con scopo ornamentale o addirittura gastronomico e medicinale, casistica capace di sorprendere le popolazioni endemiche della sua originale terra sudamericana, dov’è considerato un frutto tossico, persino letale. Laggiù nella foresta, sugli arbusti di un paio di metri appena, cionondimeno in grado di produrre appariscenti florilegi e il dono arancio che immediatamente ne consegue, caratterizzato dall’aspetto piriforme con atipiche protuberanze contrapposte: una singola maggiore, quattro piccole nella sua parte contrapposta (benché possano talvolta essere di meno) rispettivamente inclini ad essere associate al seno delle donne ed il suo analogo del regno animale, il pendente ubero bovino. Difficile a quel punto rimanere indifferenti. Difficile, non farne un simbolo capace di evocare immagini divine o mitologiche, per la mimesi platonica di un certo tipo di corrispondenza universale.
Classificato per la prima volta sul piano accademico nel 1753 dallo stesso Linneo, che coniò il termine latino sopracitato, questo Solanum diffuso in buona parte del continente sudamericano fu di suo conto annoverato lungamente negli elenchi delle piante tossiche, vista la valenza comprovata nell’uccidere gli scarafaggi e stordire i pesci, facilitandone la cattura. Nonché una certa attitudine alla saponificazione. Finché non fu notata, in circostanze poco chiare, l’implicita bellezza di un simile tesoro vegetale. Per la perfetta simmetria evidente. Per l’immaginazione che costituisce un ingranaggio imprescindibile degli scienziati all’opera nella tassonomia situazionale…
Il primo utilizzo rituale documentato del mammosum può essere dunque collocato nella municipalità di Esquipulas, presso il dipartimento guatemalteco di Chiquimula. Dove per la festa annuale dedicata alla figura religiosa del Cristo Nero figura l’usanza, documentata tra i fedeli dell’intero territorio di lingua neolatina, consistente nel presentarsi con filamenti del “muschio spagnolo” Tillandsia usneoides intrecciati sul capello a vivaci composizioni del frutto dei capezzoli, geometricamente non dissimili dagli alberelli cinesi del nuovo anno. Possibile retaggio di un antico rituale di fertilità, ormai da tempo svanito nella densa nebbia delle circostanze avìte. Ancora conseguenza della mera osservazione dei fattori contingenti, tra cui l’opera spesso citata delle api locali, inclini a fare il proprio ingresso dentro l’accogliente calice del fiore maschio della pianta, iniziando a indurre una potente vibrazione, tale da staccare e incorporare il polline principalmente necessario al compiersi del ciclo naturale. Da veicolare presso i petali posizionati nella parte bassa dello stesso arbusto, generalmente ermafroditi, conseguentemente inclini a dare forma alle riconoscibili protuberanze distali. Segue dunque l’efficiente formazione della bacca di un colore inizialmente verde, poi giallo intenso intenso, che vira verso arancio verso la maturazione e infine tende al color marrone lucido, ancor prima di seccarsi e cadere. Un processo che può anche richiedere dei mesi, con l’unico cliente possibile di determinate specie d’uccelli resistenti ai glicoalcaloidi, laddove i mammiferi lo evitano per il gusto estremamente spiacevole e la tossicità inerente, nonché le aguzze e quasi invisibili spine nascoste lungo i rami ricoperti da una fitta peluria. Benché l’avvelenamento umano sia in effetti estremamente raro, i sintomi accertati per la consumazione del tittyfruit includono disturbi gastrointestinali, scialorrea, confusione e midriasi. Laddove l’utilizzo della spremitura sopra menzionata in patria come insetticida ed anestetico per pesci non prospetta certo uno scenario invitante. Il che, d’altronde, non ha sembrerebbe aver scoraggiato le popolazioni del Sud-Est Asiatico insulare, ivi incluse le Filippine e parte della Malesia, dove il frutto immaturo viene abitualmente consumato in qualità di ortaggio, previa bollitura onde ridurne le precipue implicazioni velenose. Ancora differente il caso della valenza simbolica nei paesi dell’Occidente contemporaneo, dove una reinterpretazione New Age sul modello della tradizione di Esquipulas gli ha visto attribuire dei presunti meriti connessi alla fertilità, nutrimento e procreazione. Possibilmente ancor più recenti, e persino meno radicati, dell’impiego apotropaico durante le festività del Capodanno Cinese.
Vita e morte che s’intrecciano, il veleno contenuto in una confezione stranamente anatomica, persino attraente nonostante l’aposematismo conseguente da millenni d’evoluzione. Di un frutto che pur figurando all’interno del novero di una famiglia lungamente nota, sembra costituire l’eccezione da ogni spunto d’analisi rilevante.
Incluso soprattutto quello metaforico, il che rende ancor più sorprendente la sua rara menzione nei componimenti dei poeti. Forse perché il mammosum o mammosissimum (come lo chiamò nel 1991 Ram. Goyena) semplicemente non risulta essere abbastanza conosciuto? O magari perché non tutti sceglierebbero di alludere in modo forbito, mitologico o adeguatamente letterario, al globo femminile che attraverso le generazioni svetta al centro della nostra sempiterna memoria.


