Con il suo visore ad alta definizione per la telepresenza, l’operatore esegue il suo programma un singolo passo alla volta. Completamente trasportato ad oltre 760 metri di profondità, sente i cingoli che fanno presa sul terreno accidentato, mentre allunga il forte braccio all’indirizzo del bersaglio ormai da tempo individuato. Così afferrando con la pinza calibrata l’oggetto cilindrico di un colore rosso intenso, dalla catasta di altri simili lo solleva e gira di lato, osservando il sale che precipita all’esterno dai suoi fianchi usurati. “Qui ne abbiamo un altro, gente!” Il segnale era previsto. Un collega scuote la testa e spinge innanzi la sua leva di controllo. Allorché un altro mostro meccanico, con cappa di cemento al seguito, inizia a muoversi guardingo nell’oscurità della montagna.
Una delle affermazioni più frequentemente citate a supporto dell’impiego dell’energia nucleare tra i circoli americani è la famosa frase di John W. Simpson, ex presidente della relativa divisione presso la grande azienda Westinghouse: “In questo tipo di centrale elettrica, danni ambientali o rischi umani si palesano soltanto quando qualcosa non va per il verso giusto. Nel caso degli impianti a carburante fossile, ciò succede di continuo, facendo essenzialmente parte del loro principio di funzionamento basilare.” Da un punto di vista dell’efficienza e il tipo di emissioni liberate nell’atmosfera, il moderno processo di trasformazione dei carburanti radioattivi ha in effetti un impatto eccezionalmente basso. E gli incidenti sono statisticamente molto rari. Ciò che occorre tuttavia considerare, è come il verificarsi di questi ultimi possa portare, in determinate condizioni, a derive decennali che semplicemente appaiono del tutto irrisolvibili. E potrebbero restarlo per intere generazioni. Un esempio? Niente può adattarsi meglio che il caso tristemente celebre della miniera di cloruro di potassio e salnitro scavata nei primi del Novecento nella nuda roccia della catena montuosa d’Asse nella zona di Wolfenbüttel. Che una volta ritrovatasi priva di risorse facilmente estraibili, fu convertita dalla Repubblica Federale di Monaco in sito “sperimentale” di smaltimento delle scorie radioattive a partire dal 1967 e per i successivi 11 anni. In altri termini, all’apice del principale programma di modernizzazione della rete energetica successivo al dopoguerra, durante cui 37 siti tra cui quelli maggiori di Gundremmingen, Obrigheim e Würgassen si attrezzarono per trasportare i propri fusti di carburante consumato all’imboccatura dei pozzi di accesso. Dove furono tranquillamente scaricati, dapprima in modo ordinato, quindi alla rinfusa e senza troppe cerimonie, né controlli ulteriori. Stiamo qui dunque al cospetto, tanto per utilizzare una scala numerica di riferimento, a 125.787 barili di materiale fissile a basso rischio e 1.293 a medio rischio, ciascuno costruito in modo tale da poterne mantenere il contenuto al sicuro per moltissimi (?) anni a venire. Ma poiché laddove l’uomo contemporaneo opera in base a profili di rischio estremamente chiari e definiti, la natura è da sempre totalmente libera di fare ciò che vuole, non fu necessario attendere particolarmente a lungo affinché le cose iniziassero a prendere una piega inaspettata…
Il caso di Asse II risulta essere conforme a quello di molte altri scavi umani in corrispondenza di falde acquifere connesse alla linea costiera di un continente, in questo caso l’Europa, e per questo inclini a ricevere un apporto di materia liquida proveniente in modo pressoché costante. Il che non sarebbe stato un così significativo problema, per una miniera abbandonata, se non per un piccolo, fondamentale dettaglio: quello stesso sale un tempo tanto desiderabile, facente parte dei depositi preistorici della regione di Wolfenbüttel, una volta entrato in soluzione e fatto galleggiare in ciascuna delle gallerie presenti, diventa capace di corrodere qualsiasi tipo di metallo. Incluso quello, guarda caso, dei fusti di materiale radioattivo risalenti alla seconda metà del secolo scorso. Possibilità già nota al principio dei primi anni ’70 e successivamente studiata e proiettata fino al punto di definire gli scenari peggiori immaginabili vista la situazione presente. Forse non così terribili come alcuni catastrofisti potrebbero essere indotti a pensare, almeno in base a Joachim Breckow della German-Swiss Radiation Protection Association (FS) citato in un articolo di Der Spiegel del 2013, che parla di un’esposizione equivalente di 20 radiografie per gli abitanti subìte nel corso di un’intera vita di circa 100 anni. A patto, s’intende, che si eviti di bere l’acqua estratta direttamente dal sottosuolo di questa regione. Ma i calcoli possono anche rivelarsi errati, come è accaduto in precedenza, ed altri imprevisti possono sempre capitare. Il che avrebbe portato ad aprile di quell’anno all’approvazione nel Parlamento Tedesco della cosiddetta Lex Asse, decreto per la rimozione del pericolo sepolto “costi quel che costi” e nei tempi più brevi possibili, con agevolazioni burocratiche e fornitura di fondi virtualmente illimitati dall’erario di stato.
Il che ci porta rapidamente all’attuale 2026, con passi importanti compiuti in tal senso, ma il grosso dei rifiuti radioattivi ancora situati esattamente dove si trovavano all’inizio degli anni Duemila. Le ragioni dei ritardi? Molteplici. Dalle difficoltà tecniche alle prospettive operative nonché, fattore di rilievo, l’aumento esponenziale di perizie, ciascuna più complessa ed apparentemente irrimediabile di quelle precedenti. Particolarmente in merito alla latente instabilità del dedalo della miniera stessa, tanto da aver ormai lungamente determinato la necessità di scavo di un nuovo sentiero d’accesso, il cosiddetto pozzo 5, onde raggiungere in tutta sicurezza il centro nevralgico dell’ormai vetusto deposito radioattivo. Con stime conservative in merito all’usabilità di tale dispendioso, massiccio impianto infrastrutturale collocate attorno all’anno 2033. Il che renderà possibile, se non altro, di avere pronto già da tempo l’ausilio prospettato menzionato in apertura: degli avveniristici, potenti robot manipolatori, concepiti tramite l’applicazione delle competenze delle compagnie Bilfinger e Fraunhofer IOSB, assieme a molte altre, onde mantenere l’organismo umano il più lontano possibile dalle scorie ormai completamente esposte all’aria densa del sottosuolo remoto.
Macchinari già testati in condizioni digitalizzate e che dovranno andare incontro, nella decade a venire, ad approfondite prove sul campo, prima di mettere in pericolo le condizioni già precarie del proprio sito d’impiego finale. In spazi angusti e cedevoli, mediante sistemi di collegamento a banda larga ma anche un certo grado di autonomia, affinché l’applicazione della cinematica inversa permetta loro di operare in base ad una quantità relativamente limitata di input, così da ridurre il rischio di errore umano. Importante, in tal senso, anche l’automatizzazione dei processi ripetitivi, facenti necessariamente parte delle manovre da compiersi al fine di prelevare, incapsulare e rimuovere le migliaia di fusti presenti nel cuore della miniera. Con sfide ingegneristiche non trascurabili nel proteggere l’elettronica e i motori non soltanto dalle radiazioni, ma anche dallo stesso effetto corrosivo della salamoia che ormai pervade ogni recesso delle remote gallerie interessate. Fantascienza che diventerà realtà, a patto che il progresso tecnologico possa raggiungere il livello auspicato, prima che il peggioramento ulteriore delle condizioni già critiche renda del tutto irragionevole il complesso piano, o che il subentro di nuove forze politiche al comando del paese scelga di dare priorità ad altri, meno dispendiosi o irrisolvibili disastri epocali.
Il che ci porta alla saliente, sempre dolorosa cognizione in merito all’energia nucleare, perfettamente utilizzabile in assoluta sicurezza, senza inquinamento ed emissioni di rilievo, ma soltanto all’interno di un mondo a tutti gli effetti ideale. Come per l’impiego di una macchina massiccia, in cui ogni componente deve funzionare in base a logici criteri che in pochi attimi possono venire accantonati. Tramite il superamento delle stesse norme pienamente necessarie, le quali paradossalmente, saranno in seguito un ostacolo alla risoluzione in alcun modo rapida di quella stessa, potenzialmente mortifera questione.


