Ana-tsurushi, il Supplizio del buco: la vittima veniva appesa a testa in giù all’interno di una fossa. Un foro praticato dietro al collo, atrocemente, garantiva un lento e inesorabile dissanguamento. Soltanto sollevare la mano sinistra, chiamando il carnefice per cedere alla sua veemente richiesta, avrebbe posto fine alle sue sofferenze. Unzen jigoku, l’inferno dell’Unzen: le acque incandescenti di questa famosa sorgente termica venivano versate sulle carni dei fedeli, causando ustioni dolorose finché non fossero stati disposti ad abiurare. Queste solo due dei più famosi metodi, resi famosi sul piano internazionale dal romanzo “Silenzio” (Chinmoku – 沈黙) di Shūsaku Endō utilizzati per costringere i Cristiani a rinnegare il fumi-e (踏み絵 – immagine da calpestare) tra ferimenti, mutilazioni e fosse dei serpenti, in base ad una logica spietata ma efficiente; l’idea che creare martiri sarebbe stato un approccio controproducente. A meno che costoro rinnegassero di fronte a testimoni, in maniera inconfutabile, di aver lasciato indietro i problematici dettami appresi dai sacerdoti stranieri. Un gesto nonostante tutto imperdonabile, in base all’ideale di abnegazione e fedeltà profondamente intrinseco nell’ideale di quella cultura.
Una comunità cristiana all’interno del Giappone finalmente unificato dal più potente samurai vissuto, Ieyasu Tokugawa, successivamente all’epocale conflitto delle guerre civili terminate nel 1600, poteva essere uno strumento pericoloso. Così come dimostrato esattamente 37 anni dopo, a causa della ribellione di Shimabara, guidata dal samurai convertito Amakusa Shirō contro il mal governo del suo precedente signore, Matsukura Katsuie. E molto venne fatto, dalle generazioni successive dei supremi Shōgun sopra il trono edochiano, onde perfezionare ulteriormente i già affinati metodi impiegati per infliggere dolore a chi negasse la legittima sovranità dei discendenti del prestigioso clan dei Minamoto e i loro servitori più che millenari. Eppure la Cristianità riuscì, in qualche maniera, a sopravvivere. Fino al verificarsi del famoso “Miracolo d’Oriente” allora battezzato dallo stesso Papa Pio IX nel 1867, con riferimento al presentarsi due anni prima di un gruppo di 15 nativi, presso la recentemente costruita chiesa di Oura Tenshudo a Nagasaki, per chiedere ai missionari francesi di poter pregare presso l’immagine di Maria. I cui avi avevano saputo, nonostante tutto, mantenersi nascosti alle autorità centrali della temuta polizia del Bakufu. E quando inevitabilmente catturati, di tanto in tanto, avevano potuto recitare con estrema convinzione la loro parte. Non soltanto custodendo un’immagine indefessa del Divino nella propria mente intonsa. Bensì all’interno delle loro stesse case, invisibile e visibile al tempo stesso. Ogni qual volta si prendeva quell’oggetto liscio costruito in bronzo, lo specchio sacrosanto degli antichi miti e Dei shintoisti. Esponendolo alla luce in un particolare modo, volgendolo contro una specifica parete. Vedendo allora immantinente comparire su di essa, evanescente ma perfettamente riconoscibile, il volto proibito del Salvatore…
La storia del cosiddetto makyō (魔鏡) o “specchio demoniaco” è una questione che affonda le radici nelle origini remote dello stesso senso del sacro nipponico, come narrato già negli ancestrali miti compilati nel Kojiki (古事記 – “Vecchie Cose Scritte”) di Ō no Yasumaro nell’VIII secolo d.C. Una superfice riflettente artificiale venne infatti utilizzata nel più celebre frangente al fine di attirare nuovamente la dea del Sole Amaterasu fuori dalla sua caverna, dove si era ritirata successivamente alle angherie subite per mano di suo fratello Susanoo, riottoso dio della Tempesta. Ed oggetti simili col nome di sankakubuchi shinjūkyō venivano impiegati già nel terzo secolo durante il regno di Himiko, regina sciamana del regno di Yamatai, come simbolo di legittimità politica, offerte nel corso dei rituali della dinastia regnante nonché doni diplomatici indirizzati al vicino territorio cinese dei Wei. Come ulteriormente dimostrato dagli scavi praticati presso uno dei tumuli a forma di foro di serratura dell’epoca Yayoi (300 a.C. – 200 d.C.) nella regione di Yamato (odierna Nara) nel 1998, durante cui vennero rinvenuti 33 oggetti bronzei appartenenti a tale categoria. Alcuni dei quali, sottoposti a studi approfonditi durati fino al 2014, furono dimostrati possedere la misteriosa qualità d’immagini nascoste nella luce riflessa, raffiguranti forme stilizzate di dività, demoni e montagne. Grazie all’utilizzo di un sapiente metodo creativo, con ogni probabilità importato dalla Cina stessa. Già secoli prima, durante il primo periodo della dinastia Han, oggetti simili erano stati costruiti con il nome descrittivo di tòu guāng jìng (透光鏡) ovvero “specchi che lasciano passare la luce”. Un indizio estremamente valido a comprendere il principio del loro funzionamento. Giacché l’immagine nascosta, che fosse di divinità orientali o figure sacre ai praticanti del Cristianesimo, veniva nella pratica intagliata non direttamente sulla superficie lucida frontale, bensì il retro del riflettente oggetto. Affinché durante la fase di limatura successiva alla fusione del bronzo, l’artigiano esperto potesse andare soltanto un po’ più a fondo nella parte centrale del suo lavoro, generando imperfezioni microscopiche e del tutto invisibili ad occhio nudo nell’assoluta uniformità presunta. Una funzione esponenziale utile alla produzione dell’immagine desiderata, in base a un tipo di equazione Laplaciana del rilievo in questo modo proiettato, che soltanto la metrologia moderna, grazie all’uso di strumenti avanzati, avrebbe avuto un giorno modo di esplicitare. Il che non pesava necessariamente sull’impiego pratico di tali oggetti, soprattutto in un’epoca in cui la furtività della preghiera era diventata comprensibilmente imprescindibile. Così come la necessità di espiare tramite quel rito, in assenza di sacerdoti abilitati al rito della confessione, l’imposto vilipendio nei confronti dell’immagine del Signore.
Il problema era del resto pratico ed al tempo stesso intrinseco, laddove icone raffiguranti la Madonna col bambino, in un contesto giapponese, potevano venire camuffate come rappresentazioni della dea Kannon/Avalokiteśvara, bodhisattva buddhista della compassione. Mentre lo Spirito Santo in forma di volatile sarebbe parso ai non iniziati una mera rappresentazione della natura. Ma qualsivoglia sagoma di Cristo sulla croce, senza equivalenze o possibili fraintendimenti nell’iconografia asiatica, avrebbe dato luogo all’immediata condanna del suo possessore. A meno che non fosse stato, preventivamente, occultato. Nel modo possibile grazie ai presupposti di funzionamento dello specchio demoniaco. Che anche con il retro coperto chiuso e reso del tutto inaccessibile mediante l’uso di un coperchio anonimo, avrebbe continuato nonostante tutto a funzionare.
Artifici simili, attraverso un paio di crudeli, impietosi secoli, avrebbero dunque permesso ai fedeli di mantenere in vita la segreta profezia del confessore Sebastiano: “Tra sette generazioni giungeranno navi nere con a bordo dei confessori. Ed allora finalmente, tutti coloro che cedono potranno avere l’assoluzione dai peccati”. Così come avvenne, puntualmente, con la spedizione commerciale del commodoro statunitense Matthew Perry, il breve assedio e la conseguente apertura della baia di Edo, inizio della fine per l’incontrastata egemonia dei Tokugawa. Allorché i cristiani avrebbero potuto infine praticare i propri dogmi senza sottoporsi al rischio di terribili torture. Mentre la nazione andava incontro ad uno dei più rapidi, traumatici e trasformativi processi ammodernamento mai sperimentati da una nazione. Con effetti negativi e positivi al tempo stesso. Come tanto spesso avviene, nei corsi e ricorsi della Storia, all’incontro tra visioni contrastanti in merito ai diversi modi di trovare nella vita un obiettivo superiore.


