Nelle umide serate della calda estate, quando ci si mette a contemplare lo splendore dell’ignoto ed ogni cosa che lo abita, la natura finalmente appare connotata dagli aspetti che precorrono la lunga partecipazione antropogenica dei suoi abitanti. Lieve musica di schiere di cicale, voli all’orizzonte di chirotteri superstiti ed il verso occasionale del rapace sopra gli alberi distanti. Ma soprattutto nei dintorni delle luci, elettriche e per questo incomprensibili a coloro che non le hanno costruite, nugoli fluttuanti di ambiziose piccole creature. Cercatrici di un contatto vantaggioso, dal punto di vista di costoro, quanto spoetizzante per il gusto della solitudine provato in quei possibili momenti dai giganti bipedi del mondo costruito a nostra esplicita e inviolata somiglianza. Maledetti moscerini, siamo soliti chiamarli con un termine ad ombrello, oppure sarapiche nel dialetto dell’Agro Romano, prototipico sinonimo di un essere crudele che non sembra riposarsi, non ha pace né pietà e continua a mordere, mordere succhiando il sangue delle vittime che ha scelto di colpire tra i potenti. Per un accumulo di forze necessarie, in modo imprescindibile, al raggiungimento di uno stadio di preparazione ultimo e finalizzato alla riproduzione. Allorché la femmina col carico di uova, posandosi tra il fango e l’indivisa polvere dei secoli, deponga il frutto del suo ventre, ahimè ed ahinoi. Nel mezzo di quel suolo soleggiato ricco di alghe verde-azzurre o verde muschio, allorché trascorsi quattro giorni i nuovi nati abbiano di che nutrirsi, per colmare i quattro stadi successivi nel giro di appena un paio di settimane. Come vermi brulicanti ma fiabeschi, in qualche modo fieri della propria stessa sussistenza. Poiché ornati come i mostri dei bestiari immaginifici, di sfere candide, ciuffetti e splendidi pennacchi spettinati.
Ah, la larva dei Ceratopogonidi! Ed in modo particolare quelle appartenenti al genere Forcipomyia, che proprio in Europa vede la sua diffusione più eminente, benché sia ben lieta d’insidiare le persone in tutti e cinque i continenti. E che in multiple varianti tra la schiera incontenibile delle sue plurime declinazioni, vanta l’abitudine esclusiva di affidare i propri figli al regno della terraferma, piuttosto che nell’acqua come fanno le zanzare. Avendo guisa di vermetti non più lunghi di 3-4 mm, lenti a muoversi perché privi di zampe ma non di una tecnica efficace per l’autodifesa. Grazie alla piccola foresta di aguzzi peli arcuati e paralleli, ciascuno sormontato dal prodotto di un particolare organo di secrezione. La bolla antibatterica e viscosa, quanto meno inaspettata per coloro che potrebbero ghermirle, come le formiche…
Il settore dell’osservazione delle larve di Forcipomyia è a tal proposito un reame a parte di visioni ultramondane e inusitate, dove le proporzioni sembrano spostate ai margini e ogni cosa appare per quello che vorrebbe essere, del tutto indipendente dai presupposti biologici che tendiamo normalmente a dare per acquisiti. Così i terribili bruchini dall’incedere maestoso, da un lato all’altro del pianeta, assumono un aspetto ben commisurato al rischio che potrebbero incontrare i loro presupposti nemici. Dagli aculei aguzzi sormontati da sferette non troppo grandi nel caso delle varietà meno riconoscibili, ai peli lunghi e meramente inumiditi di specie diffuse in tutto il territorio dell’Eurasia. Fino al caso iconico dei cosiddetti “ussari” di Nuova Zelanda ed Australia, con il duplice pennacchio bianco latteo sulla parte posteriore, pronto all’abbandono come falsa pista per i predatori, ben sapendo di poterlo ricreare nel giro di un tempo ragionevolmente breve. Strategia simile alle varianti cosiddette cerate (waxed) del contesto sudamericano, oppure per un potenziale caso di convergenza evolutiva, le mochi-nose dell’arcipelago giapponese, con i loro dirigibili dorsali simili a pasta di riso glutinosa, anch’essi concepiti come scudi mobili sul corpo principale dell’animale. Metodologie del tutto compatibili pensate al fine di anteporre al morso delle fauci cercatrici quel composto fatto di acidi grassi a catena media come il caprico ed il pelargónico, noti per la lieve capacità urticante a discapito di molte varietà di artropodi esistenti. Benché occorra sottolineare il modo in cui tutt’ora manchino studi specifici sull’argomento, lasciando le speculazioni per il ruolo dell’autodifesa come un mero assunto sulla base del senso comune. Contrariamente a quello di una pratica funzione secondaria delle secrezioni: quella di umidificare il corpo delle larve, agevolando il passaggio dell’ossigeno, in assenza di spiracoli pensati in via specifica per la respirazione.
Molte le ragioni per ammirare i metodi di un tale ciclo vitale, frutto dell’ingegno incomparabile dei processi evolutivi. Così come molte le occasioni in cui, punti per l’ennesima volta dalla forma adulta dell’insetto volatore, abbiamo esclamato per associazione con le prototipiche zanzare: “Condanna ed estizione! Dopo tutto a cosa servono, le sarapiche?”
Ecco allora la risposta ad un quesito, come sempre complicata da fattori non necessariamente evidenti. Rara è d’altro canto l’effettiva consapevolezza, sul tema dell’indiretta connessione tra quelle punture e ciò che tanto spesso allieta il termine dei nostri pasti e relativi snack situazionali. Nel suo stato primordiale dell’oblunga cabossa, il frutto geometricamente immacolato che punteggia in multiple occorrenze il tronco dell’arbusto Theobroma cacao, per fruttuosa trasformazione conseguente da altrettanti splendidi ovari variopinti. Ovvero la sagoma dei fiori concepiti, in via specifica, per attrarre ed ospitare, nutrire e coccolare quegli stessi Ceratopogonidi, cui appartengono i Forcipomyia e le odiate sarapiche delle nostre calde conclusioni di giornata. Impollinatrici predilette ed insostituibili, all’interno di un sistema assai più antico del concetto stesso delle semplici generazioni umane. Destinato a perpetrarsi ancor più a lungo, o almeno questo siamo indotti ad auspicare, della pratica contemporanea di coltivazione per l’industria della fabbrica degli Umpa Lumpa ed altre simili mascotte pensate dalla fervida fantasia degli scrittori. Per loro sfortuna privi di uno scudo chimico inerente, avvezzo a mantenere il più possibile lontano i succhiatori del nostro insostituibile fluido vitale. Ancorché resti difficile negarlo: senza dare il sangue, non potremmo avere la cioccolata.
Non si tratta forse di un caso da manuale di scambio equivalente? Ai pungitori l’ardua sentenza. E siano i posteri a sputarne i semi; ma giammai quel dono scuro e incomparabile che, al termine dell’arco lungo delle cause, ne costituisce la dolcissima catarsi finale.


