Delitto e castigo degli animali: una pagina oscura nei vetusti tomi giuridici del Medioevo

Alla luce di dozzine di candele, il flusso di persone inizia collettivamente ad essere percorso da un moto di agitazione. Dal tono e l’inflessione della voce, si capisce che l’arringa iniziale è prossimo al completamento, e l’imputato sta per essere portato all’interno della sala del Consiglio di Basilea. Ora si apre la grande porta in fondo alla sala, ed una gabbia fa la sua inquietante apparizione. Al suo interno, la cresta eretta in segno di rimprovero e superbia, il più invidiato gallo del distretto innanzi alle porte del castello di Gundeldingen. “Che il magistrato osservi, a questo punto, l’occhio ingannatore della bestia. Soddisfatta di aver commesso adulterio con la serpe servitrice del Demonio, mai incontrata o percepita da occhio umano. Eppur nessuno può realmente dubitare del risultato.” Qui il parroco della vecchia Bischofshof, come ad un segnale concordato, si alzò in piedi tra il pubblico gridando “Anathema, anathema!” Molti iniziarono a fargli eco. Mentre l’assistente del giurista, scoprendo un panno sopra uno sgabello già presente a pochi metri dal banco, scoprì l’oggetto tondeggiante dal guscio lucido e a un primo sguardo privo di particolarità evidenti. Richiamato all’ordine direttamente dalla controparte della difesa, ora il pubblico precipitò verso un silenzio inquieto. Possibile che in questa sede fosse stato trasportato, davvero, l’uovo demoniaco della coccatrice? Un alone mistico sembrò pervadere la scena. “Ma qui dobbiamo porci l’essenziale domanda,” Disse allora il responsabile di tutelare i diritti dell’uccello, con la lunga tunica e il berretto di stoffa: “Di chi l’abbia effettivamente deposto, e perché. Entrino i testimoni.” Fu allora che tutti capirono che il procedimento avrebbe richiesto ore, non minuti. E il fuoco del supremo fuoco purificatore avrebbe arso, anche per questo, ancor più intensamente del necessario.
L’anno era il 1474 è il frangente totalmente privo di alcun tipo d’ironia. Giacché punire un essere che avesse sovvertito l’ordine divino tramite gli schemi prevedibili della Natura era percepito come ben più di un mero esercizio di stile, bensì l’opportuno metodo per contrastare uno scivolamento graduale quanto inesorabile della società verso il disfacimento pressoché totale. In quel mondo dove gli animali della fattoria e domestici erano qualcosa di diverso da “membri della famiglia” come si usa dire ai giorni nostri, bensì un ingranaggio persistente e al tempo stesso necessario per riuscire a tutelare l’esistenza del concetto stesso di aggregazione umana. Eppur sostanzialmente misteriosi, in quanto mossi da comportamenti e un senso differente degli aneliti e le circostanze vigenti. Secondario era il fatto che simili creature fossero dotate d’intelletto superiore. O quanto meno posto in subordine, alla loro capacità di porsi come pratiche barriere alla comune progressione del rapporto di cause ed effetto. Abbiamo perciò multipli e inquietanti resoconti, di cui quello descritto in Svizzera non è altro che uno dei maggiormente eclatanti, di animali portati alla sbarra soprattutto nel contesto del Medioevo europeo. Con particolare rilevanza della Francia, dove tra il XIV e XV secolo si è giunti a definire quasi ordinaria l’eventualità di processare, con palese riguardo sistematico, i maiali e le scrofe responsabili di essersi macchiati di un crimine particolarmente efferato: aver inflitto lesioni anche gravi ai loro proprietari o coloro che essi ritenevano più preziosi al mondo. Gli incolpevoli rappresentanti, lasciati momentaneamente incustoditi, della loro prole…

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