Il gigante spaccato di Assuan, maggiore obelisco mai fallito nel Mondo Antico

Vivere a Roma significa dare per scontato ciò che in altri luoghi è straordinario, scorgere ogni giorno gli elementi di un’antichità remota e attualizzarli nel nucleo pulsante dei tuoi pensieri. In certi casi, questo può portare a specifici fraintendimenti, di un tipo non soltanto cronologico, bensì territoriale. Svettante a Piazza del Popolo, sormontato da una croce anacronistica, oppure innanzi per tagliare, come un tronco fuori dal contesto, ogni foto del palazzo di Montecitorio. O posto per gettare la sua ombra sul maestoso Pantheon, tempio un tempo dedicato agli Dei superni… E ancora a piazza Navona, o della Minerva, e là dove la scala scende giù da Trinità dei Monti. E che dire dell’imponente monolite Lateranense, 425 tonnellate e 32 metri di granito rosso trasportato via da Karnak per volere dell’Imperatore Costantino I, quindi nel 357 d.C. fino alla Città Eterna dal suo successore Costanzo II? Soltanto in questi luoghi l’obelisco può apparire come il più comune degli arredi urbani, al pari di un qualsiasi monumento, di una statua, o una fontana. Entro i confini del Raccordo Anulare restano, in effetti, un maggior numero di tali oggetti in posizione verticale che nell’intero spazio dell’Antico Egitto, il quale di suo conto resta l’unica reale e comprovata origine di un tale approccio alla celebrazione del potere. E per comprenderlo possa bastarvi questa visita di tipo virtuale tra le sabbie della piana di Assuan. Esattamente là dove gli uomini del Faraone, e la loro moltitudine di schiavi, operavano incessantemente settimane, mesi ed anni per tirare fuori il nucleo solido del sottosuolo. In forme che sarebbero state immediatamente riconoscibili. Nonché straordinariamente utili allo scopo prospettato dai loro padroni. Immaginate dunque la reazione collettiva, propagatosi ai diversi punti della catena di comando, quando nel XV secolo a.C. gli agenti della seconda sovrana donna nella storia delle allora 18 Dinastie, Hatshepsut, scoprirono una spaccatura sulla superficie dell’oggetto che per tanto tempo, e con tale enfasi, aveva visto concentrate le proprie attenzioni. Un singolo blocco imponente, qualcun altro avrebbe detto ciclopico, scavato con pedissequa attenzione dal sostrato granitico di queste cave, fonte inamovibile di tanto materiale usato nei templi, monumenti e mausolei dei comprovati costruttori del Nilo. E da quel preciso istante, totalmente inutile: giacché chi avrebbe osato continuare l’opera, ponendo l’opera completa ad ergersi a guisa di simbolo imperfetto della sua superba committente? Vigendo nel contempo il rischio che potesse frammentarsi, precipitando rovinosamente contro il pubblico impegnato nelle proprie necessarie ed opportune venerazioni… Il che avrebbe portato, di lì a poco, all’inevitabile abbandono di quest’opera incompleta. Una terribile sfortuna, per l’epoca, ma anche un’opportunità per la posterità indivisa. Pronta ad indagare simili criticità dei tempi avìti. Così da scorgere, sulla distanza, il tiepido barlume della Verità dimenticata…

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L’abisso decennale degli incauti da cui era stato estratto il primo granito statunitense

Sulla strada periferica di Ricciuti Drive, in quello che è ormai diventato un sobborgo meridionale della principale città del Massachusetts, un cartello ammonisce i visitatori: “Attenzione: il parco è chiuso dopo il tramonto. Zona di rimozione negli orari serali.” Ma non è chiaro cosa sia situato, esattamente, dietro quella copertura di alberi svettanti e fronzuti. Finché inoltrandosi dietro la svolta, non si scorgono gli alti macigni ricoperti di graffiti variopinti, con al centro una radura di terra erbosa e compatta. Esattamente là, dove in un tempo non così lontano, tendevano frequentemente ad annegare le persone.
Si tende oggi a guardare agli anni ’80 e ’90 come un’epoca dorata, in cui i giovani vivevano nel quotidiano senza la continua tentazione di rifugiarsi oltre la tenda del digitale. Serate fuori, socializzazione, divertimenti all’aria aperta. E soprattutto, nessun bisogno di apparire “migliori” sotto la lente implacabile dei social network e l’inquietante forma mentis che tende tanto spesso a derivarne. Osservare un periodo della storia recente con oggettività, tuttavia, dovrebbe voler dire apprenderne gli aspetti negativi assieme a quelli da commemorare sulle cartoline. Comprendere davvero la maniera in cui l’oscurità dell’anima delle persone ha sempre ricercato il modo di costruire gerarchie tra gli abitanti dei contesti condivisi. In maniera non meno terribile, quando il mondo materiale era il teatro di quel tipo di battaglia priva di una via d’uscita che potesse soddisfare le ambizioni di ognuno.
Così capitava tanto spesso, tra i liceali e gli universitari bostoniani, che qualcuno perpetrasse la necessità di sopravvivere ad un importante rito di passaggio: il salto nelle cupe acque della vecchia cava allagata di Quincy, da rocce sfaccettate che potevano raggiungere anche i 20 o 30 metri d’altezza. Al termine di una serata che iniziava tra la gioia e le risate; proseguiva al tavolo di alcolici o narcotici di varia natura; individuava il suo coronamento, tristemente inevitabile, in terribili tragedie familiari. Viene riportato a tal proposito che le vittime, principalmente i molti tuffatori che batterono la testa, scomparvero sotto la superficie, esalarono l’ultimo respiro tra le acque torbide dell’incidentale bacino, raggiunsero un gran totale di 51 tra il 1960 e il 1998 per una media di 1,3 l’anno. A un ritmo tale che in certi periodi la polizia e gli altri soccorsi, ogni qual volta accorrevano sulla scena successivamente all’ennesima sventura, finivano per ritrovare altri cadaveri, ancor prima di quello indicato dai compagni o colleghi dell’ultimo individuo transitato a miglior vita tra le scoscese pareti di pietra. Per una serie di malcapitate eppur dannatamente comprensibili ragioni. In primo luogo, la vicinanza al centro cittadino e la facilità con cui un simile tetro poteva essere raggiunto dalle persone. Seguìta dalla relativa segregazione, lontano dall’occhio scrutatore di qualsivoglia autorità o guardiano designato dalle autorità cittadine. E poi c’è il fascino tentatore, di un’attività che in linea di principio poteva sembrare così facile da portare a compimento: “Se l’hanno fatto gli altri, perché rifiutarsi? Che fai, non ti butti?” Quindi circa un ventennio prima degli anni 2000, la sempre nutrita fazione americana di coloro che volevano Cambiare le Cose in Meglio pensò bene di far collocare in queste acque vecchi pali telefonici e tronchi d’albero nel tentativo di scoraggiare i tuffatori. Ma nel giro di pochi mesi, appesantiti dall’umidità, gli oggetti ben visibili finirono per scomparire sotto la superficie. Così che le vittime, purtroppo, continuarono ad aumentare…

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