Fra tutte le immagini della cinematografia moderna, ce n’è una, in particolare, che ha lasciato il suo segno indelebile nella cultura popolare: Re Leonida che arringa i suoi guerrieri, indossando la più terrificante, seppure naturale, delle maschere di scena. “Questa è…Barba!” Coltivare un giardino richiede una certa costanza, pazienza e dedizione. Farsi crescere la più folta delle chiome secondarie, dipende. Per alcuni, tale attività costituisce l’espressione di una breve fase, sospesa sul valico della maturità. A lungo costoro aspettano, ricordando le gesta degli eroi delle Termopili, l’avanzata implacabile di quel nemico, proveniente dalla Persia più metaforica dei nostri giorni. Che poi, fatte le dovute proporzioni, sarebbe la temutissima calvizie (come quella di Serse che aveva, a malapena, due depilate sopracciglia). Quindi questi emuli, passivi, perseguono l’obiettivo di un tardivo cambio del banale look: accantonando il rasoio, lasciano libero il potere nascosto nei bulbi piliferi del volto maschile, tentando di assumere l’aspetto dell’irsuto difensore. Al posto di quella prosaica lametta immaginano asce, spade e coraggiose lance. Vichinghi dei nostri giorni, anticonformisti ma ornati della classica giacca e cravatta, stravaganti, eppure mai ridicoli perché comunque sono già arrivati. Dov’è il coraggio, in tutto ciò? Si sa, ce lo si aspetta, persino. Cadono i capelli, crescono i peli sulla faccia. Molti, alla fine, si stufano pure, cercando di tornare indietro. Però a quel punto, inevitabilmente, è davvero troppo tardi. Oltre la superficie della barba stereotipata, tipica dell’uomo comune in crisi di mezza età, non resta ormai più nulla. Diversa è la situazione degli astuti giovani, che scelgano di perseguire un tale nobile obiettivo. Coloro che della moda non se ne curano, perché sanno crearla di propria iniziativa. E se un uomo come questo, meno che 30enne, si mostra in tale guisa, invero sappiamo che dev’esserci un perché. Qualcosa di speciale, dietro a tanti scuri peli. O anche dentro, se c’è il caso di un velato languorino…
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Phonebloks, cellulare che si smonta come un LEGO
Ieri sera, mentre gli occhi di mezzo mondo scrutavano i dorati palchi di Apple Computer (meleto dei re) e noi meditavamo su impronte digitali e coprocessori di localizzazione, presso il campus digitale di Internet trapelava l’esistenza del più bislacco pretendente a quell’ambìto trono, che si nasconde nella tasca dell’uomo medio: Phonebloks, primo telefonino smontabile, prodotto della mente immaginifica di Dave Hakkens, designer e marketeer di Valkenswaard, in quel d’Olanda. Difficile è la vita, per chi lavora nel mondo della tecnologia. Serve sempre trovare nuove strade. Chi capisce ed interpreta i diversi trend culturali di un contesto X, il più delle volte, ottiene la chiave del successo. L’operato di abili ingegneri, per quanto imprescindibile, verrà soltanto dopo, se veramente necessario. Proprio per questo, il ragionamento alla base della proposta di Phonebloks è schietto, sebbene un po’ contorto. Viviamo nell’epoca di una ritrovata coscienza ecologica, tanto diffusa da portare al rigetto di tutto ciò che contamina la natura. Le star di Hollywood, abbandonata la via salvifica di stravaganti religioni, acquistano e pubblicizzano le loro auto elettriche meno inquinanti. I cacciatori di chi arpiona le balene, eroici bucanieri dei nostri tempi, diventano i protagonisti di romantici reality televisivi, esportati insieme alle culture animaliste d’Occidente. Così nasce l’idea di Dave: basta gettare ciò che è diventato vecchio! Spesso acquistiamo l’ultimo terminale soltanto perché ha una fotocamera migliore, piuttosto che la batteria più capiente o il processore potenziato; per una singola funzione, improvvisamente rifiutiamo tutto il resto, che ci andava pure bene. E se…Il telefonino fosse modulare? Come un giocattolo per bambini, altrettanto curato nell’estetica, Phonebloks si compone di blocchetti intercambiabili, ciascuno dotato dei componenti necessari per fare qualche cosa. Quando obsoleti, potranno essere sostituiti uno per volta. Il valore aggiunto di una tale soluzione, che ovviamente presenta ostacoli progettuali non indifferenti, sarebbe la personalizzazione. Nel video, un uomo d’affari sceglie una batteria più potente. Un escursionista ci mette l’obiettivo gigante di una cinepresa stile anni ’30, presumibilmente più adatto al suo status invidiabile di hipster. L’anziana signora, con qualche problema d’udito, gli preferisce l’utile altoparlante da 130 decibel per centimetro quadrato. Davvero fantastico, questo Phonebloks. Non fatelo cadere in terra. A meno che abbiate il tempo per improvvisare un puzzle.
La musica di Tetris cantata senza strumenti
Quanti riquadri definiscono la storia del videogioco? Troppi per essere contati. Visibili: migliaia di pixel in matrice, gaiamente disposti sugli schermi dei monitor e delle TV; nascosti: circuiti nanometrici d’innumerevoli processori, come fossero cellule organiche eucariote, ciascuno delegato ad una specifica funzione. Inaudibili, sonori e… Poi ci sono i primi attori. Perché c’è pure il caso che tanta tecnologia, geometricamente suddivisa, in ultima analisi non serva che a produrre degli altri cubi cosmici, fantastici quadrati ed eroici parallelepipedi. L’uno dentro l’altro. Riproposizione ludica del concetto di una matrioska: Tetris. Altrettanto russo. Questa straordinaria invenzione del matematico moscovita Aleksej Pažitnov, che negli anni a partire dal 1984 è diventata l’antonomasia del concetto stesso di rompicapo digitalizzato, semplice da comprendere eppure arduo da padroneggiare. Lui non pensò a brevettarlo, forse perché allora non si usava, oppure come suo gesto di generosità verso l’intera popolazione planetaria. Così tutti ebbero modo di metterci le mani, in un modo o nell’altro. Dozzine di versioni coin-op (a gettoni) praticamente identiche l’una con l’altra, seguite da conversioni non autorizzate per PC IBM, Spectrum, Commodore 64, Nintendo NES…Quest’ultima compagnia giapponese poi, tanto attenta al suo stesso diritto d’autore, senza neanche un grazie ai vicini siberiani, di Tetris ne fece il suo successo più immortale. Tutto inizia nel 1989, con la singola console per videogiochi più importante della storia. Stiamo parlando, ovviamente, del primo Game Boy. A Kyoto sapevano bene l’importanza di quanto stavano per scatenare nel mondo. Il primo dispositivo portatile che andasse oltre le sue stesse limitazioni, con grafica fluida, una buona autonomia, ottima visibilità dello schermo e 8 generosi bit di potenza. Mancava soltanto un gioco simbolo, la cosiddetta killer-app.
La canzoncina dell’alligatore arabo
Ci sono volte in cui, perdendosi nei meandri del web, ci si ritrova di fronte a personaggi davvero singolari. Questo è uno di loro. Nella sua lingua, dice così: “Cento milioni, cento milioni di visualizzazioni. Sono l’Alligatore, il migliore programma di Youtube.” La traduzione ci viene gentilmente offerta da TheKboos, sull’hub social di Reddit, ma chi non dovesse riconoscere le parole, probabilmente, apprezzerà comunque le note dell’orecchiabile melodia. L’orgoglioso protagonista è Temsa7, un burattino scatenato famoso nell’Arabia Saudita, che canta, balla e parla (tantissimo) agitando le due tozze manine rettiliane. Tra le sue attività preferite c’è l’andare in giro a fare interviste, un po’ come Triumph, il cane pupazzo della TV americana, senza il sigaro gigante ma, molto probabilmente, con la stessa verve impertinente, senza freni né mezze misure. E se quest’ultimo pupazzo è da sempre associato al comico di New York, Robert Smigel, che cura anche il suo parlato, l’attribuzione dell’antesignano medio-orientale risulta, da parte nostra, decisamente più complicata. Nel simpatico video, realizzato come chiara celebrazione di un notevolissimo traguardo di popolarità, Temsa7 sceglie di riferirsi al suo manovratore chiamandolo soltanto Sadeeq, ovvero l’amico. I molti fan del canale sarebbero invece i Jaysh Al-Timsah, l’armata dell’alligatore. Secondo quanto riportato nei commenti l’identità di colui che sta cantando, per lo meno, ci è nota: si tratterebbe di Alaa Wardi, artista della Giordania, famoso per la sua abilità nell’effettuare splendidi pezzi a cappella. E in effetti lo stile del video, con un singolo “individuo” (l’alligatore) più volte registrato, mandato in parallelo e quindi trasformatosi in una sorta di piccola orchestra vocale, è un punto fermo di tale classe di esibizioni. Qui, però, c’è anche l’aggiunta di qualche valido strumento sonoro improvvisato. Una bottiglia, una scatola, un tamburello… Ciò che colpisce è la perfetta sincronizzazione dei gesti dell’alligatore con i diversi suoni da lui visibilmente riprodotti. Se i rumori non sono stati registrati dal vivo, come del resto potrebbe anche essere, dev’esserci comunque stata un’ottima fase di post-produzione.



