L’amorevole accoglienza dei turisti da parte del Re Leone in Crimea

Dicono che scattare un selfie al giorno sia un’abitudine potenzialmente costruttiva, utile a valorizzare la propria immagine, migliorare il senso critico e soprattutto, classificare i momenti della vita in base alla loro potenziale efficacia nell’accumulare interazioni, di un qualsiasi tipo, con persone la cui conoscenza è ormai sfumata assieme ai lunghi giorni di lavori o esperienze scolastiche pregresse. Qualora poi il classico gesto, portato in essere tramite l’apposito bastone o il proprio stesso braccio teso in modo riflessivo, venga condotto entro lo spazio disegnato da un’alta recinzione almeno in apparenza elettrica, sarebbe difficile negare i meriti contestuali della propria situazione, valida a massimizzare il potenziale empatico concesso dallo spazio tra la nostra faccia ed i confini dell’inquadratura. Sangue? Ossa sgranocchiate? Denti aguzzi conficcati nella viva carne e i tendini annodati tra di loro? Anatomiche inquietanti suggestioni, suscitate da una scena come questa: la giovane coppia in vacanza, telefono alla mano, che accarezza, bacia e abbraccia il più feroce e rinomato predatore della savana. Mentre lei, con una mano tesa versa il cielo, Samsung-icciola, Nokio-troma o iPhon-izza quel terrore quanto in apparenza massimo & giustificato. Almeno per chi guarda da lontano, in forza di una singola ragione: la mancanza, entro la specifica finestra offerta per gli spettatori di Instagram e gli altri, della figura che più di ogni altra permesso di creare tale contingenza. Oleg Zubkov! Niente meno, imprenditore nel settore degli zoo, naturalista, addestratore, conservazionista, politico nazionalista, nonché una delle pochissime persone in Crimea, Ucraina, Est-Europa e nel mondo, a poter affermare con piena sincerità di conoscere il segreto per “capire”, “mettere alla prova” o “interpretare” il volubile tempo atmosferico all’interno di un cranio leonino. Che poi sarebbe l’unica ragione, a conti fatti, capace di portarti ad acquistare una base militare abbandonata, vicino al celebre bacino artificiale Taigan della cittadina di Belogorsk, Belogorsky, non troppo lontano dalla capitale Sinferopoli della neo-Repubblica della Crimea. Ma le cose buone, questo è tristemente noto, tendono a durare molto poco; così che risale giusto allo scorso aprile la notizia, tristemente propagatisi attraverso Internet, che il tour “Cammina coi Leoni” del suo incredibile Safari Park è stato proibito con apposito decreto del governo. E benché l’eloquente titolare non si sia risparmiato nell’attribuire una simile misura alle antipatie accumulate ai piani anni, soprattutto negli anni successivi alla sua candidatura come sindaco di Yalta, almeno per chi interpreta una simile faccenda con la lente di una pacata ragionevolezza e il senso dell’autoconservazione umana, non è troppo difficile comprenderne il perché.
Del Taigan Lion Park se n’è parlato regolarmente, soprattutto nell’ultimo dei sette anni dalla sua apertura, quando grazie alla spontanea pubblicazione di contenuti registrati con il cellulare hanno iniziato a fare l’incredibile comparsa i numerosi video e fotografie, in cui i visitatori che avevano pagato un biglietto dall’equivalente di circa 70 euro venivano traghettati dall’intraprendente proprietario con veicoli rigorosamente elettrici e privi di sportelli (presumibilmente, per non introdurre alcun rumore potenzialmente molesto) entro i circa 32 ettari della sua riserva personale, quindi lasciati scendere, tranquillamente, in mezzo agli oltre 100 grandi felini tra leoni e tigri tenuti liberi nel territorio, per accarezzarli e coccolarli come fossero adorabili e pacifici gattoni. Quando non erano proprio questi ultimi, senza nessun tipo di problema, a salire a bordo veicolo e strofinarsi con animalesca enfasi contro le schiene, teste, spalle e braccia del pubblico pagante, estatico e felice di una simile esperienza. Luci ed ombre, luci ed ombre sotto il sole ardente di un’insolita Ucraina…

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Duga-3: la fortezza elettromagnetica contro i missili nucleari

Il 26 aprile 1986, durante un test sulla sicurezza condotto a tarda notte, il mondo fu svegliato bruscamente alla scoperta di una nuova terribile verità: il reattore della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, si era surriscaldato bruscamente, e nulla sarebbe mai più stato lo stesso. Ma mentre le onde radio venivano saturate dai notiziari televisivi, dai messaggi delle istituzioni di risposta ai disastri, dalle comunicazioni tra i diversi enti preposti alla definizione di una zona d’esclusione, qualcuno si rese conto all’improvviso di un nuovo, inspiegabile silenzio. Per la prima volta da esattamente 10 anni, tra le frequenze tra i 7 e 19 MHz, il Picchio Russo taceva. I radioamatori increduli di mezzo mondo, più stupiti che preoccupati per gli eventi avvenuti in un paese tanto lontano, iniziarono a scambiarsi commenti sulla linea di: “Allora vuoi vedere che…” oppure “Possibile…” seguito dal risolutivo “Ecco dov’era!” Questo perché una delle basi militari più segrete e tecnologicamente avanzate di tutta l’Unione Sovietica, che si trovava a poca distanza dal centro dell’area radioattiva, era stata evacuata. E il possente impianto metallico da cui prendeva il nome, nome in codice assegnato dalla CIA – STEEL YARD, spento a tempo indeterminato. Probabilmente nessuno ne avrebbe sentito la mancanza.
Per molte persone, per molto tempo, tutto questo fu soprattutto un suono: Il battere ripetuto, come di un becco di volatile contro il tronco, che oscillava sulle onde radio con una potenza tale da disturbare i dispositivi di ricezione casalinghi. Lo si sentiva ovunque soprattutto nel suo paese di provenienza, al punto che i migliori televisori sovietici iniziarono ad essere venduti con un apposito apparato di compensazione, in grado di smorzare almeno in parte l’effetto chiaramente udibile dalla provenienza misteriosa. Negli Stati Uniti, dove il segnale giungeva con potenza altrettanto costante, iniziarono naturalmente a sovrapporsi le teorie di complotto: il “Picchio” doveva chiaramente essere un apparato di controllo climatico, oppure un sistema russo per controllare la mente delle persone. Eppure, per essere un mistero tanto evidente alla scansione anche amatoriale delle onde radio, nessuno sapeva ufficialmente della sua esistenza. Secondo le guide cartografiche della regione di Chernobyl, tutto ciò che si trovava in quel luogo era un campo estivo dei giovani Pionieri, la versione sovietica dei Boy Scout. Gli abitanti del posto, naturalmente, sapevano: difficile non notare un assembramento di quelli che sembravano essere una ventina di pali della luce sovradimensionati, con un altezza massima di circa 300 metri, collocati nel bel mezzo della foresta ucraina settentrionale, dietro un attraente cancello verde militare con la stella rossa del Comintern. La voce quindi iniziò a girare. E ben presto, chi di dovere, venne informato della verità: gli scienziati russi avevano raggiunto una nuova vetta nella costruzione di radar OTH (Over The Horizon) e adesso, per la prima volta, avrebbero ricevuto l’informazione sul lancio di un eventuale missile balistico americano ancor prima che questo riuscisse a lasciare il bunker, potendo quindi prepararsi ad intercettarlo e se ritenuto opportuno, contrattaccare. Il nome dell’impianto, invece, fu reso noto soltanto al momento della sua chiusura definitiva nel 1989, due anni prima del crollo dell’Unione Sovietica: Duga, la parola in russo che significa “arco”. La ragione della sua fine non fu una mancanza di fondi o una disgregazione anticipata delle istituzioni, tutt’altro: finalmente, il governo centrale era riuscito a portare a termine il programma per il lancio in orbita dei sette satelliti US-KS (Upravlyaemy Sputnik Kontinentalny Statsionarny) dotandosi di un sistema di rilevamento perfettamente in pari con quello statunitense. La guerra fredda, a quel punto, non aveva più bisogno di titaniche antenne.
Eppure finché restò in funzione, nessuno avrebbe mai messo in dubbio l’efficacia del sistema Duga, di cui furono costruite tre versioni, l’ultima delle quali trovò l’impiego per il periodo più lungo e sull’area maggiore. Si trattava di un’evoluzione estremamente più funzionale del progetto statunitense/inglese denominato Cobra Mist, che aveva visto il posizionamento di una gigantesca antenna da 10 MW di potenza nella regione del Suffolk, senza sapere che una fonte non identificata di disturbo radio, iniziata nel 1972, era destinata a renderlo del tutto inutilizzabile pochi giorno dopo la sua accensione. Nessuno dei tre impianti Duga, con estrema fortuna dei loro costruttori, fu mai condizionato da un simile problema. Il principio di funzionamento, tuttavia, era lo stesso…

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I ragni saltatori e la magia di Natale

Nell’opinione di milioni di bambini, il momento migliore delle festività associate al finire dell’anno è quello in cui si aprono i regali: terminata l’attesa, dimenticate le grandi abbuffate, al risveglio di buon’ora con il fiato accelerato, nella consapevolezza che ogni desiderio, per il momento, sarà finalmente soddisfatto, la scuola è ancora distante, la vita volge temporaneamente per il meglio. È importante ricordare, ricordargli, tuttavia, che non tutto il bene e le soddisfazioni di questa vita sono meramente materiali, relativi alle regioni del possesso. E che nel tronco dell’abete, sotto cui comparvero quei i doni, potrebbe albergare ancora una sorpresa inaspettata. Passa un giorno, il freddo sembra diminuire. Qualche altro ago precipita sul pavimento. Verso l’ora del crepuscolo, con al famiglia intenta a venerare il dio televisore, l’albero comincia ad agitarsi. E dicendo questo, non intendo che vibra, trema e si agita in un mare di fruscii: per quello, serve il vento. Non intendo che si piega per il peso degli uccelli, che le radici prendono ad estendersi cercando nutrimento. Ma le uova sotto la corteccia, centinaia, migliaia di esse, per l’effetto del riscaldamento casalingo si aprono in un magico momento. È il miracolo meraviglioso della vita. È l’invasione aracnide del benedetto appartamento.
Che succede, a quel punto? Dipende dalla specie. Se dovesse trattarsi di ragni lupi, o piccole tarantole, gli animaletti inizieranno a divorare ogni traccia di mosca, moscerino o inconsapevole formica. Davvero invidiabile, il dono concesso a questo nucleo familiare! Se erano Segestridi, ogni stipite verrà graziato dalla sfolgorante tela, costruita con i crismi necessari a rilevare il transito degli sgraditi volatori. Ragazzi, che fortuna! E se invece sono le temibili vedove nere, coi puntini sopra il dorso gonfio simile all’uvetta del panettone, allora, ecco, potrebbe esserci qualche problema. E che dire, d’altra parte, qualora la colonia ottopode accolta assieme all’alto vegetale fosse del tipo appartenente alla famiglia dei Salticidae? Piccoli, compatti (neanche 15 mm di lunghezza) predatori, che non fanno danni in casa, non sporcano costruendo grandi trappole di tela, non disturbano lo sguardo degli umani… C’è un’ottima ragione, dopo tutto, se su Internet la loro effigie viene spesso usata come antonomasia dell’amabile personaggio Spiderbro, l’artropode chelicerato che incorpora elementi del gattino, del fedele cane domestico e del supereroe, come esemplificato dalle macro realizzate in un progetto collaborativo dagli aspiranti grafici del Web. Ragni memetici, sono costoro, se mai abbiamo avuto l’occasione di conoscerne su questo mondo. E non soltanto al tempo d’oggi: poiché fin dall’epoca remota, in Ucraina c’era una leggenda, che verteva sulla storia del pavuchky, il ragnetto di carta o fil di ferro che secondo la tradizione, in quel paese aveva un posto riservato sullo yalynka, l’aberello di Natale. Un’usanza, va ricordato, che giunse in tale luogo tramite i drudi itineranti provenienti dalla Germania, e che non era più nativa o caratteristica, di quanto non lo sia quaggiù da noi. Eppure beneamata, quasi quanto quella del didukh, il fascio di grano offerto annualmente dai nativi al Fato e alle ragioni di un magnifico raccolto in primavera.C’era addirittura la leggenda: di una povera vedova, che viveva coi suoi due figli in una capanna in mezzo alla foresta. Finché una pigna, cadendo nella casa, non causò la nascita di un tenero virgulto d’abete. Che custodito ed annaffiato dai bambini, crebbe e crebbe ancòra, fino a diventare un albero perfetto per la festa del Solstizio invernale. E fu allora, dunque, che i ragnetti che si erano introdotti all’interno scaturirono trionfali, industriandosi ad agevolare l’atmosfera di un Natale tanto atteso! Ragnatele da ogni dove, e se vogliamo credere alla fantasia del nostro video di giornata, anche pacchetti, vischio, piccoli pupazzi di neve multi-oculari… Fu a quel punto, ciò si narra, che fra quelle mura apparve il Salvatore: lui in persona, oppure l’Angelo venuto per rappresentare l’incrollabile misericordia. Che con un sol gesto, abracadabra alakazam, fece della seta una ghirlanda e quella sacra decorazione, quindi per buona misura, la trasformò in oro ed altri metalli preziosi. Così da quel giorno, la vedova ucraina non conobbe più la povertà. Né il ronzio sgradito delle mosche o del loro Signore. Ma la leggenda dei ragni saltatori non finì certo così…

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Quanto è forte l’Italia nello sport delle battaglie medievali?

Battle of Nations 2016

Risposta breve: molto. Risposta lunga: davvero molto, ma purtroppo ancora non abbastanza per sconfiggere Russia, Bielorussia, Ucraina e Polonia, il manipolo di paesi che ha fondato nel 2010 questa particolare forma di competizione tra singoli ed a squadre, a partire dalla passione locale per le ricostruzioni storiche che vanno, per così dire, dritte al punto. È una metodologia piuttosto originale di onorare la Storia, questa, che antepone all’accuratezza estrema degli aspetti per così dire, esteriori, così relativamente facile da ottenere purché si abbia la giusta documentazione (e materiali, studiosi, costumisti…) Con un approccio che potrebbe facilmente essere definito “sperimentale”.
La questione è molto semplice, volendo. Sappiamo bene, dalla letteratura coéva, dalla storia dell’arte e dai resoconti delle cronache delle famiglie nobili, che nell’Europa di una buona parte del Medioevo del Rinascimento, diciamo almeno tra il XII ed il XVI secolo, sia esistita la diffusa tradizione (se non vogliamo addirittura definirla “moda”) di far cozzare le proprie armi senza l’intenzione di ferire o uccidere l’avversario, ma sotto lo sguardo appassionato di un nutrito pubblico talvolta addirittura popolare, accorso sugli spalti o presso le pareti dell’arena per tifare i propri beniamini. Che erano, doverosamente, i signori del territorio di residenza, mentre i loro avversari provenienti da fuori dovevano fare affidamento sul proprio seguito di scudieri e servitori, trasformati per l’occasione in una sorta di primordiali cheerleaders, pronti a battere con forza sugli scudi di ferocia e d’entusiasmo. Una situazione, nel complesso, che non pochi sono giunti a definire come antesignana dei moderni sport più seguìti, in cui squadre attentamente definite si combattono inseguendo un qualche tipo di pallone, innalzando metaforicamente il vessillo della propria maglia rigorosamente nazionale. Così noi oggi, sappiamo tutto del torneo. Ma sappiamo veramente TUTTO del torneo? Perché un conto è leggerne sui libri, tutto un’altro, invece, calarsi sulla testa il rigido cimiero, ed avanzare verso la controparte di giornata stando bene pronti a ricevere qualche abbondante dozzina di colpi di mazza, azza, spada e scudo, trasformato per l’occasione nell’equivalenza pratica della proverbiale sedia degli incontri di wrestling, sarebbe a dire, l’arma dell’ultima spiaggia eppure tanto, tanto dolorosa. Perché qui, credo siano in pochi a voler dubitarne, si fanno veramente male, come testimoniato anche dalla presenza di un intero staff medico contemporaneo, appropriatamente tenuto nascosto in una tenda periferica del grande accampamento, ma sempre pronto ad intervenire per far fronte a contusioni, graffi sanguinanti, l’occasionale micro, oppure macro-frattura. Detto questo, veniamo a noi.
O per meglio dire a loro, gli atleti italiani che hanno gloriosamente partecipato alla recente edizione della Battle of Nations 2016, tenutasi durante la prima metà del mese di maggio a Praga, benché sia chiaro che l’evento si sposta ogni anno tra i diversi paesi dell’Est Europa ed in un caso anche in Francia, senza mai restare legato alle tradizioni e modalità di uno specifico territorio. Risultando dunque tanto più internazionale e significativo. La nostra delegazione di 36 guerrieri e guerriere (si, c’è anche la categoria femminile), capeggiata da Antonio De Zio del club di rievocazione di Livorno “La Vergine di Ferro” era tra i più numerosi ai banchi di partenza, con delegazioni e distaccamenti preparate in modo specifico per quasi tutte le categorie: il duello 1vs1, lo scontro 5vs5 e la grande rissa 21vs21. Mancavamo, purtroppo o meno male, unicamente di un partecipante per la categoria degli scontri individuali con le armi lunghe, tra i più pericolosi implementi bellici impiegati nel corso dello sfaccettato evento.

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