Fu da principio l’invenzione dei veicoli a motore, a evidenziare un fondamentale problema delle ruote in ferro o in legno rigido che per tanti secoli avevano costituito l’unico punto d’appoggio di carrozze costruite in base ai logici bisogni degli spostamenti da un lato all’altro degli spazi comunitari. Resistenti, certo, utili a condurre i passeggeri a destinazione. Ma non propriamente ideali per quanto concerne l’ammortizzazione ed il mantenimento di un alto livello di comfort per i residenti temporanei in questa provincia semovente dell’ingegno umano. Soprattutto ai ritmi consentiti dai nuovissimi, potenti motori a combustione interna. Almeno finché il facoltoso veterinario di Belfast, John Boyd Dunlop, non si trovò a dover risolvere nel 1889 un problema di primaria importanza: i mal di testa che suo figlio di 10 anni accusava per i contraccolpi, ogni qual volta usciva col triciclo consigliato come forma d’esercizio fisico dal suo dottore. Del preoccupato genitore fu dunque l’idea di rivestire lo pneumatico con gomma preventivamente vulcanizzata. E suo il brevetto, in seguito ripreso con emulazione commerciale dalla Michelin, che lo mise a frutto nella propria storica auto da corsa del 1895, l’Eclair. Per la prima volta, quello stesso tipo di sostanze straordinariamente utili, gli idrocarburi, assumevano una forma solida capace di dare l’ausilio a quegli stessi mezzi di cui tali sostanze combustibili si apprestavano a diventare il carburante ideale. Con la forma in qualche maniera necessaria di un anello, simbolo ancestrale del potere, via d’accesso a un grado più elevato di compatibilità tra gli apparati semoventi e l’asfalto delle strade a venire. Orpello la cui implicita natura, fin dai prototipici poemi dei predecessori, è quello di finire a un certo punto abbandonato. Ospitando il preoccupante potenziale di giungere a liberare la propria energia segreta. Fuoco nero ed inquinante. L’esalazione di un mero tubo di scappamento, moltiplicata molte volte nel giro di pochissimi, catartici minuti di evidente potenziale ritornato un alito di fumo evanescente. Ma che dire dell’eventualità sempre possibile, in un universo dedito ai bisogni dell’imprenditoria individuale, in cui simili ruote cerchino altre come loro? Accatastandosi l’una sull’altra, fino ad altitudini potenzialmente vertiginose… In attesa della rapida scintilla, in grado d’invocare il cupo fumo dell’apocalisse sulle teste di coloro che si trovano negli immediati dintorni. E non solo.
Questa è la storia di due grandi incendi, sviluppatisi nel 1983 ed ’84, in due angoli letteralmente opposti degli Stati Uniti. Precorrendo quella che sarebbe diventata, nelle decadi a venire, un’occorrenza regolare nonostante il rischio implicito e le precise leggi implementate come ostacolo al ripetersi di simili disastri generazionali. Visione molto poco pratica, allorquando si realizza come il disuso non implichi per forza o necessariamente un’effettiva perdita di valore. Così come aveva compreso Paul Rhinehart della contea di Frederick, in Virginia Occidentale, proprietario del deposito ad est della cittadina di Winchester, che nel corso degli ultimi 11 anni si era procurato a basso prezzo un gran totale di circa sette milioni di pneumatici. Il suo piano: riciclarli come materia prima per la costruzione di battistrada, parabordi per i moli, suole per le scarpe e tappetini. Approccio ineccepibile e senz’altro responsabile dal punto di vista dell’ecologia, se non che il diavolo (versione umana) in quel fatidico 13 ottobre venne a metterci la sua zampa caprina. O per meglio dire, il proprio metaforico accendino…
Ora la questione da comprendere in merito agli incendi di pneumatici, è che essi non risultano nei fatti tanto facili da condurre all’effettiva quanto esiziale combustione viva. Avendo la gomma trattata, in condizioni normali, un punto d’accensione pari a circa 400 gradi Celsius (757 Fahrenheit) semplicemente irraggiungibili in assenza di un qualche tipo d’intervento doloso. Eventualità a seguire della quale, tuttavia, possiedono le implicite caratteristiche di un tipo di oggetto virtualmente inestinguibile per assoluta e imprescindibile natura: il potere calorifico molto elevato. La conduttività termica bassa, tale da impedire il raffreddamento complessivo dell’oggetto con un singolo getto d’acqua o schiuma antincendio. La presenza del metallo incandescente all’interno, sotto forma di cavi e tele, che una volta riscaldato può fungere da miccia differita, tale da riaccendersi anche in seguito allo smorzamento delle fiamme esterne. La stessa forma geometrica col vuoto in mezzo, che offre alle pompe una barriera insuperabile, oltre la quale il nucleo può continuare ad ardere indefesso, per giorni, settimane o mesi. Fatto sta che nonostante il coinvolgimento pressoché immediato delle autorità federali, il falò di Winchester raggiunse presto proporzioni troppo grandi per essere spento, tanto più che i 700.000 galloni d’acqua utilizzati nella prima fase del disastro, inclini a saturarsi di sostanze oleose ed inquinanti, andava inevitabilmente a contaminare il vicino torrente Massey, portando i vigili del fuoco all’ardua decisione di limitarsi a contenere l’espansione del fronte fiammeggiante, piuttosto che tentare per quanto possibile farlo cessare del tutto. Il che prolungò la grave circostanza fino al luglio del 1984, quando finalmente con l’ultimo pneumatico tornato ad inquinare il grande ciclo dell’atmosfera terrestre, l’incendio si spense da solo, lasciando gli abitanti a dover gestire una delle più complesse operazioni di bonifica nella storia del proprio stato. Allorché tutti giurarono, sulla base di quanto avevano appena vissuto, che nulla di simile sarebbe mai successo nuovamente. Un visione destinata a dimostrarsi, nel giro di appena tre mesi, eccessivamente ottimista.
Il caso relativo alla città di Everett, sul corso del fiume Snohomish a nord di Seattle, stato di Washington, aveva di suo conto radici ancor più profonde e interconnesse alla storia specifica di tale luogo. Per l’esistenza di una fiorente industria della produzione della carta, destinata a sfociare nel ’79 nella fondazione della Scott Paper Company, origine del marchio Scottex che tutt’ora è ospite di molte delle nostre dimore. Grande venture commerciale che ad un altro intraprendente investitore del posto fece venire un’idea in apparenza priva di alcun difetto: mettere a frutto i riciclo di pneumatici in un processo di combustione e smaltimento del legname di risulta, prodotto collaterale della produzione su larga scala. Il che portò alla fondazione dell’eponima Rubber Resources Inc, ben presto destinata a raccogliere un potenziale patrimonio di ben quattro milioni di pneumatici soprannominati dagli abitanti delle zone limitrofe con il nomen-omen di Mount Firestone, senz’altro meno di quelli di Winchester, ma comunque rappresentanti l’origine di una potenziale, monumentale calamità. Destinata a palesarsi puntualmente nel settembre del 1984, di nuovo a causa di un piromane, di nuovo ignoto e destinato a rimanere impunito. Ancorché lo scenario conseguente, questa volta tanto prossimo al centro abitato, fu da subito apocalittico ed assolutamente esiziale. I locali raccontano di un cielo rosso attraversato dal pennacchio nero dell’incendio, mentre fuliggine cadeva come cenere vulcanica sulle strade e le abitazioni della cittadina. Le contromisure, questa volta gestite unicamente dal corpo dei vigili del fuoco locali, si dimostrarono fin da subito inefficaci, mentre nel cumulo centrale privo di ossigeno, a causa dei processi chimici della pirolisi, le fiamme ormai smorzate venivano sostituite da accumuli di gas metano. Che periodicamente scoppiava, proiettando gomme fiammeggianti in tutte le direzioni. Lo storico cittadino David Dilgard riassume la questione con la saliente similitudine: “Era come avere per vicino di casa Godzilla. È terribile e talvolta mangia le persone, ma non c’è niente che puoi fare per mandarlo via. Semplicemente eviti di disturbarlo, e ti sposti altrove.”
Il vulcano di gomma continuò così a bruciare per un ulteriore periodo di sette mesi. Ancora una volta le tossine nell’aria superavano la soglia accettabile, mentre l’acqua utilizzata dai pompieri rischiava di contaminare il fiume adiacente. La gente si rassegnò, dolorosamente, ad accettare l’esperienza di chi vive all’ombra di un cono vulcanico in periodi di attività parecchio intensa, fatta eccezione, almeno, per il pericolo del magma che avanza.
Questi due clamorosi incendi all’inizio degli anni ’80, rilevanti per la copertura mediatica quanto l’effetto sulla cultura pubblica, furono d’altronde soltanto l’inizio, nonostante il tentativo soprattutto negli Stati Uniti di far rispettare le ferree limitazioni vigenti. Giacché in una società imprenditoriale come il mondo moderno, è difficilissimo, se non letteralmente impossibile, fermare sul nascere qualsiasi attività capace di arrecare un qualche tipo di profitto. E questo anche senza entrare nel merito della vigente corruttibilità degli individui, anche o soprattutto se risiedono a livelli rilevanti dell’amministrazione politica dei rispettivi paesi. Nel 1989 ad Heyope, nel Galles. Nel 1990 ad Hagersville, provincia canadese dell’Ontario. Nel 2012 a Sulaibiya, in Kuwait. Nel 2017 a Taoyuan, isola di Formosa… Di nuovo gli anelli forgiati nel fuoco dell’industria ritornarono in maniera rovinosa al proprio aspetto primordiale. Soltanto alcuni esempi del tipo di disastro generazionale oggetto della nostra breve disquisizione. Tanto accettato sul piano della cultura Pop da aver costituito notazione ricorrente nell’eterno show a cartoni animati dei Simpson, nella cui vasta Springfield un immaginario monte di pneumatici arde ormai dal remoto 1987, nell’evidente incapacità autorale di chiudere alcun tipo di filone narrativo vigente. Piccola notazione autobiografica, possibilmente, dell’autore Matt Groening, la cui madre crebbe proprio nella città di Everett, qualche anno prima della nube tossica e l’annerimento dovuto all’incoscienza individuale di alcuni facoltosi concittadini. Storia fin troppo nota e ancora pregna nello schema generale degli eventi. Per quello che in molti si ostinano, con enfasi, a chiamare il supremo Sogno Americano.


