Il lungo braccio del ronzante punteruolo in grado di afferrare il tronco di un remoto destino

Attrezzi autonomi perfezionati dall’evoluzione con lo scopo di affrontare mansioni estremamente particolari: ciò costituiscono, in nella stragrande maggioranza delle circostanze, gli insetti ed ancor più i ronzanti curculionidi, la cui caratteristica riconoscibile è senz’altro l’evidente protrusione curvilinea volta verso il basso del complesso mandibolare, definita gergalmente rostrum dalla quale si discostano le antenne ad angolo retto. Strutturalmente simile alla punta di una lancia, ma dotata di funzioni allineate alla proboscide delle zanzare, per l’uso idoneo alla perforazione di una scorza ben più solida della normale pelle umana. Della lunghezza esatta, della precisa forza necessarie, a oltrepassare le vigenti protezioni di alberi specifici o tronchi precisamente definiti, strettamente interconnessi a una particolare specie dei loro fluttuanti, instancabili parassiti. Nella maniera agevolmente individuabile dai loro scopritori, comunemente inclini a includere l’arma e il bersaglio nella descrizione tassonomica di ciascuna delle numerosissime varietà di questo coleottero cosmopolita. Un qualcosa che l’entomologo Coenraad Ritsema mancò di annotare nel suo studio del 1913 “Un nuovo genere e potenziale nuova specie di coleottero simile ai Rhynchophorus” aprendo in tal modo la limitata quanto frammentaria storia scientifica del Mahakamia kampmeinerti, da lui osservato tra i campioni ricevuti dal Rijksmuseum di Leida, provenienti per l’appunto dalla regione di Mahakam Ulu nella provincia del Kalimantan, sull’isola del Borneo. Il che spiega in larga parte la mancanza di osservazioni specifiche sulle sue abitudini, caratteristiche comportamentali e strategia di sopravvivenza. Ma non l’unicità morfologica, che lo vede caratterizzato con particolare evidenza da una coppia di zampe frontali eccezionalmente ipertrofiche, la cui lunghezza angolare supera di molto in lunghezza i 4-5 cm del resto dell’animale, amplificando ulteriormente una bizzarra analogia con le sgradite succhiasangue delle nostre caldi notti estive. Eppur dotate di finalità del tutto differenti, quando si considera l’incapacità dei tronchi di reagire all’atterraggio di questi selvaggi sfruttatori, fatta eccezione per creature immaginifiche come il Barbalbero dell’Arda tolkeniana. Lasciandoci come unica scelta giustificativa il ricorso alla cognizione già lungamente acquisita, delle formidabili tenzoni tra maschi nei periodi riproduttivi tra molte specie di coleotteri, dotati proprio a tal fine di potenti “armi” incorporate, simili a corni di rinoceronte o creste di feroci dinosauri in miniatura… Allorché a quale altro espediente avrebbe mai potuto ricorrere, colui il cui cranio è già precisamente dedito allo scopo già descritto di suggere, o altresì deporre dentro il legno le feconde uova?

Bastano del resto le limitate documentazioni videografiche disponibili online, al fine di comprendere il dispendio significativo in termini di risorse biologiche che tale particolarità fisica comporta per un insetto arboricolo, la cui forma adulta necessita di disegnare traiettorie volanti tra gli angusti spazi della foresta, lasciando intendere una funzionalità primaria nelle proporzioni che a tal punto lo distinguono dalle specie cognate. Fornendo ad ulteriore sostegno dell’ipotesi della funzione collegata la confronto riproduttivo, il dimorfismo limitatamente evidenziato nelle fotografie reperibili online, ivi inclusa quella comparativa di Michel Candel del 2014 in cui è possibile osservare il dimorfismo della femmina, le cui zampe si presentano con una lunghezza del tutto conforme alla normalità. E fattore non meno distintivo considerata la categoria di appartenenza, un rostro del tutto comparabile a quello del maschio, laddove normalmente è proprio colei che depone le uova a possederne una versione più sviluppata, proprio al fine di raggiungere le profondità legnose del meristema, affinché le proprie larve possano ottenere il nutrimento necessario successivamente alla schiusa prevista nel giro di appena 3 o 4 giorni. Osservazione di suo conto compatibile alle piante monocotiledoni cui è considerabile per inferenza l’associazione del Mahakamia, ivi incluse palme oppure, eventualità persino più probabile, il bambù largamente diffuso nelle foreste pedemontane della regione di Kalimantan. Offrendoci di nuovo, come spunto alla speculazione priva di dati effettivamente raccolti, la ragionevole ipotesi di un ciclo di vita simile a quello del temibile Rhynchophorus palmarum, curculionide perfettamente in grado d’infestare e uccidere gli alberi da cocco, nel giro di appena un paio di generazioni, riassumibile come segue: circa un paio di mesi perché il verme scavatore possa raggiungere lo stadio di pupa, 8-23 giorni necessari per la metamorfosi ed infine 40-45 vissuti come adulti, alla primaria ricerca di un partner riproduttivo. Ed altresì nessuno meglio di noi abitanti dei paesi temperati del Mediterraneo ben conosce il pericolo rappresentato da siffatte creature spesso importate dall’Oriente, capaci d’infestare le piantagioni di palme, fichi e le derrate di grano. Ulteriore fattore che permette, in assenza di letteratura specifica per una creatura dalla massa considerevole come il nostro amico dalle lunghe braccia d’Indonesia, l’ipotesi di una sostanziale rarità di questa specie, chiaramente poco diffusa anche in assenza di studi specifici che vertano sull’argomento. Un pericolo senz’altro significativo per la futura conservazione di questo insetto, già valutato sul mercato dei collezionisti con cifre superiori alla media, per di più endemico di una regione geografica notoriamente soggetta alla riduzione progressiva dell’habitat per la coltivazione intensiva della palma da olio. Difficile, d’altronde, immaginare un rischio d’estinzione per creature tanto prolifiche nella maggior parte delle circostanze a noi note.

Un altro curculionide con zampe anteriori sovradimensionate è il Cyrtotrachelus longimanus, sebbene si tratti di un caso di gran lunga meno estremo della specie titolare. Con finalità documentate, anche in questo caso, di competizione intraspecifica e conquista della partner riproduttiva.

Mistico folletto della giungla inesplorata, il Mahakamia kampmeinerti compare oggi in molte collezioni private ed in almeno un caso documentato online, il terrario di alcuni orgogliosi proprietari ed allevatori. Il che conferma, come somma minima, la sua esistenza fuori da un contesto che rimane essenzialmente oggetto di enfatiche congetture e innumerevoli speculazioni. Come una creatura delle circostanze in essere, fluttuante abitatore di uno stadio onirico intermedio, nello spazio tra chimerica presenza e sacrosanta verità della Natura. Ostinatamente incline, nonostante i processi compiuti dall’inizio dell’Era moderna, a mantenere ben nascosti alcuni dei suoi antichi misteri.

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