Nell’intreccio che costituisce il sottofondo, in mezzo a quel groviglio edificato sul principio degli angoli retti ed archi di circonferenze, foglie caduche ricoprono un segreto spazio affine al regno onirico di un tempo sconosciuto. Ivi morte o vita si confondono e i vampiri, pallidi come la luna piena, osservano col capo chino gli ultimi residui di una pioggia estiva. Cosa simboleggiano gli steli verticali di una pianta come questa? Niente d’ordinario, per l’assenza di qualcosa che comunemente avremmo dato per scontato: non c’è necessità di clorofilla, invero, quando il corso della propria cupidigia viene rafforzato per l’effetto di un sistema evolutivo particolarmente antico. Di colui o colei che prende tutto quello che desidera. Senza restituire nulla in cambio.
Narra una leggenda Cherokee di come al tempo dei primi uomini, non esistesse il desiderio di arrecare danni agli altri. E in quella terra priva di egoismo, le tribù vivessero in tranquillità senza impugnare altro che la sacra pipa usata per i diplomatici discorsi. Questo almeno finché una serie di capi, intenzionati a far fare un passo avanti nella vita ai proprio sottoposti, permisero di andare a foraggiare negli spazi delle altrui pertinenze. Smisero i colloqui, ed iniziarono gli scontri. Conflitti non solo verbali, subito aborriti dal Supremo Spirito che aveva creato le persone, scegliendo suo malgrado di concedendogli il libero arbitrio. Così che Egli, agitando il proprio scettro, trasformò i colpevoli a misura di una pianta, facendo si che la sua forma ricordasse il calumet dimenticato. Per circondare con il fumo di un tabacco eterno gli alti monti e le profonde valli di quelle che oggi definiamo le Great Smoky Mountains. Visitare quel confine tra Tennesse e North Carolina, allora, può costituire un viaggio nelle conoscenze di un’eredità profonda. La cui presenza viene cementata dallo scorgere d’un tratto l’esistenza della cosa stessa oggetto di una simile vicenda: Monotropa uniflora, o il fiore della pipa fantasma, è una vera pianta che sussiste nello spazio sottostante. Imparentata coi mirtilli, europei ed americani, non potrebbe risultarne maggiormente diversa. Per il modo in cui riesce a crescere, non soltanto da un tipo di suolo privo di sostanze nutrienti, ma facendo totalmente a meno di una tale fonte, ed ignorando pure il tiepido lucore della stella terrestre. Bensì affondando le proprie radici con la forma di un ombrello nello spazio interstiziale tra gli arbusti e i loro storici alleati fungini: la rete micorrizica degli apparati radicali, dove ognuno è solito poter contare su una controparte: i porcini ed i castagni, le querce ed i tartufi, i faggi e le vivaci russule con i propri gambi friabili e gessosi. Funghi qualche volta commestibili (la prudenza è d’obbligo) ma la cui sopravvivenza è nella maggior parte dei casi appesantita dalla presenza dello spettro immanente…
Indubbiamente la più studiata e celebre tra tutte le specie del genere Monotropa, fin da quando la poetessa Emily Dickinson ne custodì un esempio all’interno del proprio celebre erbario, la pianta della pipa fantasma presente un areale insolito con diffusione discontinua in mezzo ai boschi nordamericani e, casistica piuttosto insolita sebbene non inaudita, nell’Estremo Oriente tra il Giappone e l’Himalaya. Nessuna attestazione, invece, nella vastità residua del Vecchio Mondo. Il che chiarisce la particolare sussistenza di fattori ambientali precisamente calibrati, affinché l’insolito ciclo vitale di questa stranezza vegetale possa compiersi e permetterne l’efficace riproduzione ulteriore. In una storia che comincia in seguito a una pioggia sufficientemente intensa, allorché i gambi bianchi spuntano in assembramenti assai riconoscibili, previa la presenza di ospiti capaci di fornirgli le sostanze nutritive di cui hanno bisogno. Ciascuna escrescenza una singola e diversa pianta, ancorché la vicinanza dell’insieme tenderebbe a far pensare l’opposto. Non ci vuole dunque molto affinché una volta raggiunta l’altezza tra i 15 e 25 cm inizi a formarsi il fiore caratteristico, che inizia immediatamente a ripiegarsi in avanti, puntando verso il basso con i propri petali lattiginosi. È in questa guisa, allora, che la pianta inizia a liberare le sostanze chimiche nell’aria dal profumo lievemente muschiato, in grado di attirare insetti impollinatori come le api solitarie ed il bombo. Il quale viaggiando dall’uno all’altro fiore ermafrodito, ne feconda i rispettivi pistilli, dando inizio alla formazione della capsula fruttifera contenuta all’interno. Evento a seguito del quale la Uniflora si raddrizza, passando all’ultimo capitolo della propria esistenza: il riempimento del suo fermo calice di una massiccia quantità di semi, sottili ed infinitesimali quasi quanto le spore dei funghi da cui ha tratto la vita. Il vento, come spesso avviene, si occuperà del resto.
Concettualmente definita un iper-parassita, sebbene il fungo micorrizico non danneggi mai la pianta ospite, il fiore della pipa trae vantaggio dalla dote d’inserirsi in un rapporto mutualistico tra gli alberi e il sostrato del micelio, prendendo ciò di cui ha bisogno senza restituire alcunché in cambio. Questa strategia gli permette di prosperare nella quasi totale assenza di luce, all’ombra di quegli alberi che impedirebbero a qualsiasi altra pianta da fiore di raggiungere la stagione riproduttiva. Modo molto valido per attraversare senza sforzo l’infinita marcia dei trascorsi millenni. Almeno finché lungo il corso delle interminabili generazioni si è stagliata l’ombra problematica della mano dell’uomo.
Ragionevolmente rara nell’intero estendersi del proprio areale, per quanto considerata stabile nel numero complessivo di esemplari, la pianta della pipa è andata incontro nelle ultime decadi ad una problematica non necessariamente prevedibile: l’idea, non particolarmente solida, che possa avere un qualche tipo di effetto benefico sul piano medicinale. Per gli effetti calmante ed ansiolitico, nonché anti-infiammatorio, ottenibili da un infuso preparato in base a metodi (apparentemente) tradizionali, come conseguenza del contenuto di monotropeina, un tipo di glicoside iridoide. Ciò sebbene la prudenza resti d’obbligo, vista la mancanza di test clinici approfonditi in comunione con l’idea mai confermata, risalente al XIX secolo, che la pianta potesse risultare lievemente neurotossica in particolari circostanze o dosaggi.
Ottimo pretesto, in ultima analisi, per scrutare da lontano l’incredibile presenza degli spazi avìti. E per quanto possibile, lasciarla indisturbata a beneficio delle prossime generazioni. Affinché costoro traggano l’insegnamento del grande e possente Spirito, avvezzo ad associare l’egoismo esistenziale con la scarsa possibilità di sopravvivenza. A meno di essere una pianta, s’intende.


