Famelico è il serpente che trangugia la murena. Là dove la tenebra ricade sul terrore degli anfratti corallini

Mistico ed oblungo essere che si agita vistosamente sul fondale, circondato dalla polvere creata dal suo stesso stato persistente d’agitazione. Ormai da più di una ventina di minuti, all’apice di un’immersione sulle coste filippine dell’Oceano Pacifico, la comitiva osserva tali spire che si annodano e contorcono con enfasi terribile che allude a un qualche sforzo che non sembra naturale. Di quella creatura chiaramente serpentina, la cui coda a strisce chiaroscure non potrebbe essere più differente dalla testa, grande, triangolare e di color grigio-marrone. Allorché nel proseguire dei momenti, tale parte monocromatica diviene progressivamente più piccola, venendo sostituita dal corpo contrastante che si estende gradualmente a ricoprirlo, facendosi tutt’uno con il resto del groviglio prossimo alla furia. Finché l’occhio bianco non scompare tra le fauci gialle che si chiudono d’un tratto, rimpiazzando quel drammatico dualismo con l’aspetto residuale di una cosa sola. Ed è palese, a questo punto, che si tratta di un serpente. Rigido e rigonfio, perché dentro c’è qualcosa che ne amplifica e ingoffisce le normali proporzioni. Il mostro si è nutrito ed ora, in un succedersi di spire armoniche, inizia a dirigersi con metodo letargico verso le spiagge antistanti.
Oh, terrore degli abissi! Oh, violenza di una giungla senza alberi, cespugli o corde di liana! Ma che non per questo può permettere a chiunque di estendere la propria linea della vita oltre il destino prefissato dal destino ed il volere sempiterno di Poseidone. Laddove soltanto un mente fervida ed incline alla perfidia nei confronti dei suoi sudditi, potrebbe aver creato una creatura tanto in linea con il Tartaro od un’altra percezione dello stato punitivo dell’esistenza. Tramite la strategia di un qualsivoglia appartenente al genere dei Laticauda o krayt, la cui vittima perfetta della predazione può essere il malcapitato e grosso pesce, il cui peso complessivo è facilmente superiore al proprio, parimenti a quell’innata predisposizione all’aggressività inerente. Allorché il sinuoso predatore, prima di procedere a fagocitarlo, usa la più temibile delle sue armi evolutive: il veleno neurotossico che provvede a indurre il blocco delle contrazioni muscolari. Impedendo alla sua vittima di contrastare più di tanto il profilarsi di un drammatico destino. Ma lasciandola cosciente, per tutto il tempo necessario ad inglobarla, nel suo corpo striato dalle scaglie prive del concetto meramente umano della compassione nei confronti di chi è vittima opportuna, almeno per gli schemi laboriosamente posti in essere dalla natura…

La scena tipica che tende tanto spesso a diventare virale su Internet ritrae dunque un membro delle specie L. colubrina, laticaudata, o semifasciata (alcune delle più comuni) che nei mari d’Oriente si trovano alle prese con l’impresa in apparenza titanica che rientra nonostante questo nella semplice routine di questo predatore. La cui dieta si compone, in via meramente collaterale, di piccoli pesci della barriera corallina ma che per sopravvivere necessita, per lo meno una volta al mese, di fagocitare la sua principale preda elettiva, dotata di caratteristiche anatomiche chiaramente definite dal punto di vista delle dimensioni. Una murena o grongo in altri termini, anch’essi predatori che d’altronde preferiscono nascondersi in agguato tra le rocce, anche per proteggersi dagli sguardi del nemico che li vede nonostante tutto come commestibili spaghetti che non possono proteggere la propria la coda. Ed è proprio in questo modo che il krayt colpisce, cercando attivamente il punto debole del suo nemico acerrimo ed avendo cura di piantarvi le sue zanne acuminate per inoculare la miscela paralitica prodotta dal proprio metabolismo ben collaudato. Ancorché molte delle murene dei fondali limitrofi, tra cui ad esempio le Gymnothorax del Pacifico parrebbero aver sviluppato lungo il corso delle generazioni pregresse un’innata quanto rara resistenza parziale alle α-neurotossine, permettendogli di agitarsi e contrastare per quanto possibile il proprio crudele destino. Ma una volta che la mandibola si è aperta fino al punto necessario a far sparire la parte posteriore della preda, è già troppo tardi per salvarsi, ormai. Interessante a tal proposito risulta in modo in cui le nicchie ecologiche occupate dai maschi e dalle femmine di krayt siano totalmente diverse, con soltanto il gentil sesso, più imponente ed aggressivo, che sceglie di aggredire le murene più grandi, mentre i potenziali partner preferiscono cacciare in superficie gli esemplari sub-adulti o altre prede d’occasione per la maggior parte del tempo. Un raro caso di diversificazione trofica sessuale, in natura.
Non dei veri serpenti marini, contrariamente a quanto potrebbe sembrare dall’agilità con cui si muovono nel proprio ambiente elettivo, facendo uso della punta della coda simile a una pinna caudale, i Laticauda sono esponenti anfibi della famiglia degli Elapidi, il che fa di loro dei lontani parenti del temibile e notevolmente più imponente cobra reale. Con caratteristiche paragonabili nell’efficienza del veleno posseduto, in grado di costituire un pericolo medico per l’uomo sebbene i morsi siano estremamente rari, a causa del comportamento naturalmente schivo e non troppo aggressivo dell’animale. Soprattutto quando si trova nelle circostanze che maggiormente potrebbero portarlo a contatto con l’uomo, quando è ritornato sulla terraferma ed impegnato nella laboriosa quanto lunga digestione di una murena.

Non ancora inseriti in alcuna lista internazionale causa l’assenza d’informazioni sulle due specie considerate rare dei L. schistorhynchus ed L. crockeri, rispettivamente endemiche di Vanuatu e le isole di Salomone, i serpenti krayt presentano cionondimeno una dipendenza imprescindibile da specifiche circostanze ambientali. Relative tra le altre cose allo stato dell’oceano e dei suoi fondali, con particolare attenzione delle barriere coralline dove praticano i propri principali approcci alla predazione, ma anche spazi sulle terre emerse necessari a riposarsi e al fine di deporre le uova. Creature totalmente ovipare, essi necessitano infatti di spazi all’asciutto dove metterle al sicuro, per di più vicini a pozze di acqua dolce per abbeverarsi, che tendenzialmente vanno scomparendo causa il progressivo aumento della temperatura planetaria mediana. Con un futuro largamente difficile da prevedere, lo stato prossimo di questi esseri mostra ad oggi implicazioni incerte che avrebbero urgente necessità di approfondimenti ulteriori. Opzione non sempre accessibile, quando gli ecosistemi coinvolti sono multipli e le circostanze caratterizzate da fattori tutt’altro che palesi. Possa risultare utile, in tal senso, l’interesse generato dalle plurime testimonianze online che mostrano una delle scene più inquietanti e spaventose degli ambienti marini. Affinché l’unicità di tali esseri accidentalmente insoliti contribuisca a dare basi formidabili, per le province esplorative della nostra ben collaudata immaginazione.

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