Per Panthalassa, il futuro dell’A.I. è una sfera galleggiante. Ma il grosso del suo iceberg resta sotto il mare

Difficile non esserne profondamente consapevoli. Di come alla stessa maniera in cui, nell’epoca del nucleare, il potere risiedeva nel controllo di quelle installazioni o gruppi di ricerca in grado di spaccare l’atomo, ora che siamo a pieno titolo in un mondo devoto all’informazione e l’elaborazione dei dati, lo stesso possa avvenire con i grandi cluster di computer, letterale mente logica destinata a controllare le politiche e i conflitti del nostro domani. Con una singola, importante differenza: la possibilità per singoli individui o compagnie private, questa volta, di competere ad armi pari con interi gruppi di nazioni o superpotenze. Ormai nei fatti dimostratesi ostinate, nel reagire lentamente alla vigente direzione del Maestrale. Alcuni l’avevano da tempo immaginato.
In almeno due dei punti culminanti della saga multi-generazionale e pluri-continuum di Terminator, il gruppo formidabile di guerriglieri guidati da John Connor e assistito dal fedele robokiller, riprogrammato a fin di bene, riesce a fare il proprio ingresso nell’installazione VLA, il “nodo” che protegge il cervello supremo del sistema Skynet, intelligenza suprema che da secoli tentata di portare all’estinzione sistematica della razza umana. Con una battaglia combattuta fino all’ultimo respiro, e molte vite spese per la causa, il conflitto si risolve con una vittoria più o meno decisiva, a seconda della prospettiva filosofica che si può avere in merito alle implicazioni del viaggio nel tempo. Una cosa, d’altro canto, resta significativa: il fatto stesso che sia stato possibile raggiungere il gigantesco computer e annientarne le sinapsi positroniche è un’opportunità piuttosto fortunata. Laddove nel mondo che tangibilmente costituisce il nostro luogo di appartenenza, appare ormai possibile che nessun tipo di opportunità paragonabile potrebbe presentarsi come ultima risorsa dei nostri discendenti futuri. Almeno a giudicare dal discorso perseguito a più riprese, nei discorsi dei cosiddetti tecnoligarchi dei nostri giorni, in merito a quale dovrà costituire il posizionamento dei futuri centri di controllo del loro spropositato potere. Ed è impossibile, per chi percepisce nel profondo le distopiche visioni di un certo tipo di fantascienza popolare soprattutto nell’ultimo ventennio del Novecento, non provare un certo senso d’inquietudine e contrarietà latente, ogni qual volta una figura dell’influenza e il calibro di E. Musk auspica “il futuro dei data center” come auspicato al compiersi di un’epocale lancio di missioni missilistiche, finalizzato a costruire irraggiungibili installazioni orbitali. Laddove ad oggi il suo periodico rivale o controparte nel gotha degli ultra-miliardari visionari, P. Thiel, ha deciso negli ultimi giorni di farsi il portavoce di una soluzione simile, ma speculare: porre simili strutture sotto le onde stesse dell’oceano del pianeta Terra. E farlo tramite il finanziamento di 140 milioni di dollari, subito seguìto da oltre un miliardo concesso per il tramite di un gruppo d’investitori alleati a Panthalassa, una startup con sede, tra tutte le alternative possibili, nella progressista ed ecologista città di Portland, nel Northwest americano. Fautrice di un progetto in fieri dall’ormai remoto 2016, in tempi non sospetti quando l’obiettivo dichiarato era, occorre ammetterlo, di un tipo certamente meno problematico nelle sue vigenti implicazioni…

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600 metri quadri in 140 ore: i parametri di un data center nato dalla stampa tridimensionale

Recita un famoso detto americano, utilizzato anche in ambito militare dai Navy Seals “Lento è fluido e fluido, è veloce.” Così come in edilizia, risparmiare sui materiali può significare spendere di più alla fine, per risolvere i problemi in corso d’opera, tamponare i barcollamenti, effettuare l’opportuna manutenzione. Non si tratta di sillogismi bensì conseguenze molto pratiche del cosiddetto triangolo della gestione del progetto: “Veloce, economico, efficace: scegline due” giacché vi sono compiti per cui non è possibile trovare scorciatoie; a meno di riscrivere, sostanzialmente, le palesi regole immanenti della situazione. Eliminando alla radice ostacoli, ancor prima di tentare d’aggirarli. Molti meno potranno essere gli imprevisti, ad esempio, in un lavoro d’importante caratura se le persone coinvolte dovessero essere di meno. Il che suscita l’imprescindibile domanda: chi sarà, a quel punto, ad occuparsi delle mansioni? Automatizzazione, la risposta. Robotizzazione il punto fermo. “Tridimensionale” l’aggettivo attribuito in modo per lo più arbitrario alla necessità di fare bene le cose. Che è poi quel tipo di effettivo termine ad ombrello, come virtuale, artificiale e innumerevoli altri utilizzati in modo comprensivo nei confronti di un’industria. Destinata, come non sempre capita, a lasciar diffondersi cerchi concentrici nell’increspata superficie del commercio contemporaneo. Strutture costruite, neanche a dirlo, con una sorta d’efficace “miscela” cementizia. Gentilmente offerta nel presente caso dalla Heidelberg Materials, compagnia del centro urbano omonimo, situato nello stato del Baden-Württemberg, ove alcun bisogno può sussistere ancor più di questo: l’anelito moderno, a più livelli, per edifici privi di finestre ma efficientemente refrigerati. Ovvero Data Center, l’imprescindibile forziere dei computer, punto di partenza delle informazioni o l’energia di calcolo impiegata per la grande maggioranza di quel mondo parallelo ed online. Ma costruito in modo differente, caso vuole, da qualsiasi altro che sia stato inaugurato nel presente ambito globale. Proprio perché in termini di mero utilizzo, l’unica forma economicamente sensata per simili strutture di un singolo piano è il rettangolo. A meno che per realizzarle ci si trovi a utilizzare lo strumento che costituisce al tempo stesso capocantiere, bassa manovalanza ed architetto intento a supervisionare. Da ogni punto di vista rilevante, un ugello sopra dei binari perforati. La puntina del giradischi, ove un simile strumento sia piuttosto figlio del bisogno di portare a compimento la materialistica sinfonia. Di un palazzo nato dal bisogno di risolvere l’idea…

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Apriti Google: un viaggio a 360° nel covo segreto del web

Data center 360

Dev’esserci stato un momento, in un’epoca lontana ma non troppo, in cui si è creduto che l’intelligenza dei computer fosse priva di un limite di contesto. E che le variabili fossero unicamente la quantità e il tempo: così come nella celebre novella teorica delle infinite scimmie, che battendo a caso su altrettante macchine da scrivere, “prima o poi” avrebbero molto probabilmente riscritto l’Amleto (dove tale intervallo poteva anche richiedere generazioni), qualcuno, o per meglio dire qualche entità aziendale, ad un certo punto ha preso tutti i suoi computer. Grandi, piccoli, potenti oppure no; quindi li ha portati in una stanza e collegati assieme. E al momento di accenderli, dopo una lunga pausa davanti alla macchinetta del caffè, ha pregato con un’enfasi importante. Che l’interfaccia del monitor usato per parlare col sistema, all’improvviso, scomparisse di sua propria iniziativa. Per essere sostituita da un volto divino, perché no, pronto a pronunciare la risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’universo e…Si, è una vecchia storia. Di pura, sconfinata, incommensurabile e completa fantasia. Perché un PC, per non dire la sua versione inamovibile dei primi anni dell’informatica, o la sua evoluzione iper-specializzata dell’odierna sala server, non è mai stato una creatura poco intelligente. Ma piuttosto, un semplice oggetto, in qualche modo capace di simulare il quantum dell’autocoscienza, ovvero una sorta di sfuggente raziocinio. Il che non significa, del resto, che metterne assieme tanti, sia stata un’impresa priva di significato. Giacché, come nel celebre romanzo umoristico dell’autore inglese Douglas Adams, la Guida Galattica per Autostoppisti parte II, non è possibile arrivare alla domanda. Ma se la risposta è un numero…I computer… Ora, ovviamente, nella realtà dei fatti fuori dalla quarantaduesima pagina del quarantaduesimo volume, sarà una cifra molto grande. Talmente lunga da calcolare, e quasi inavvicinabile, che soltanto una quantità infinita degli uomini più intelligenti del pianeta, rinchiusi in una stanza, potrebbero giungere a comprenderne una parte pressoché infinitesimale. E ciò, se pure gli va bene. Ma che dire, di quell’altra metodologia…
Così ebbe ad evolversi, l’occulto e misterioso Sancta Sanctorum delle odierne compagnie, fino al raggiungimento di uno stato di coscienza (di prescienza) superiore. E chiunque abbia frequentato, anche soltanto per un breve periodo, il mondo dell’IT aziendale, ben sa che ce ne sono di ogni tipo. Talvolta un semplice armadietto, con dentro qualche router o un paio di switch. Oppur nel caso opposto, un’intera stanza, rigorosamente priva di luce e rimbombante del ruggito dell’aria condizionata, onde evitare il surriscaldamento dell’intero ambaradàn. Il data center è spesso totalmente buio, per risparmiare la corrente. La sua porta viene raramente aperta. Occasionalmente, tra gli alti cabinati carichi di cavi, si aggira la figura di un custode pallido, l’addetto alla manutenzione informatica, che nessuno ha visto in volto fin dall’ultima riunione sindacale. E se c’è un aspetto interessante di una tale cosa, un luogo addetto al calcolo della somma sapienza, è il suo essere naturalmente modulare, in quanto scalabile sulla fondamentale base del bisogno. Da un singolo ambiente a tutto un piano, quindi una pluralità di questi, infine, interi edifici. Così, di pari passo alla salita di un titolo borsistico determinante, un’altra stanza che poteva essere usata dagli umani viene assimilata, resa buia e messa sotto chiave. Per contribuire alla ricerca senza fine della cifra complessiva degli angeli, o dei diavoli del mondo. Ma tutto questo, è naturale, avviene all’insaputa della collettività. Ed è anzi, totalmente ignoto addirittura ai progettisti e agli ingegneri stessi di un simile meccanismo arcano, che di esso sfruttano soltanto la funzione meramente basica, l’utilità senza significato. E così: “Vedi, Sandeep…” Il nostro Virgilio in questo caso è un dipendente di etnia indiana: “Questo è il nostro data center. Ce ne sono molti come lui. Ma questo è migliore.” Apoteosi. Anzi, l’opposto: anti-deificazione (per non dir defecazione) sul concetto mistico e sacrale di cui sopra, per mostrarci, con finalità probabilmente pubblicitarie (in effetti è poco chiaro) la realtà di un tale luogo, e nello specifico l’installazione di Dalles, Oregon, proprietà niente meno che di Google, l’azienda per cui tutti vorrebbero lavorare. Senza neppure conoscere quello che fa. Il tutto per di più assistito, tra il probabile entusiasmo collettivo, dall’impiego di un sistema nient’affatto nuovo, ma che negli ultimi tempi sta minacciando di farsi preponderante. Il video ruotabile a 360°, tramite gesti saettanti del mouse, oppure ancora meglio, ri-orientando il proprio sguardo grazie all’uso di un visore virtuale. Va pure bene, anzi viene addirittura consigliato, il semplice Cardboard, il sostegno di visualizzazione adatto a molte tipologie di cellulare. Giacché tali dispositivi, nell’era contemporanea, sono già dotati degli adatti ausili giroscopici e sensori. Mentre noi dovremmo credere che fosse un caso?

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