L’ingegner Creativo che colloca i suoi macchinari sul confine tra l’umanità e il respiro dell’infinito

Educativo può essere osservare, da un’angolazione frutto di pensiero filosofico ed illuminato, la costante progressione rotativa di un orologio. Poiché la prima tra le macchine, intesa come produttrice del suo stesso movimento al costo di ripetere i suoi stessi presupposti, è la perfetta concretizzazione di un effetto manifesto, singolo principio antropogenico della percezione ed assunzione intellettiva dei minuti. Tutto cambia, di suo conto, quando il meccanismo opera un effetto alla ricerca presuntiva di un sistema di presupposti. Ovvero la costellazione di pignoni dentellati, molle, calibri e così via a seguire osservino una logica del tutto arbitraria. Figlia inusitata del proprio singolo ed irrepetibile demiurgo generativo. Poiché nessun uomo è un’isola… Salvo eccezioni. E la barriera che si pone tra i diversi spazi del ragionamento può essere all’origine di multipli sentieri per raggiungere l’implicito obiettivo di partenza: dare un senso comprensibile a ciò che normalmente non lo è. Chiamare con un nome l’effettivo spazio dell’imponderabile, come convergenza di segmenti multipli e concatenati tra loro. Pezzi come quelli che compongono la “Piccola Sedia di Cory” esposta presso il museo tecnologico del MIT di Cambridge, Massachusetts, implemento giallo non esattamente adatto a riposare le sfiancate membra; giacché incapsulato, come il nucleo di una macchina pensante, all’interno di un sistema di asticelle semoventi, reciprocamente interconnesse al fine di animarsi come fossero lancette. Ma dotate di uno scopo differente: separare zampe, seduta e spalliera in sei diverse direzioni. Per poi ricomporle al centro, puntualmente, al termine di ciascun ciclo in grado di durare esattamente una decina di secondi. La realizzazione pratica di quello che potremmo definire il tipico pensiero intrusivo, emerso nel bel mezzo di una semplice giornata di Arthur Ganson, scultore cinetico, o inventore meccanico creativo che dir si voglia, originario di Hartford nel Connecticut, Stati Uniti. Egualmente responsabile del variegato e multiforme catalogo di opere parte dell’esposizione permanente di quel singolare spazio. Tra cui la “Macchina con 11 pezzi di carta” costituita dall’eponima costellazione di ritagli, ciascuno posto in cima a un’asta verticale, e indotto a muoversi imitando il battito di un paio d’ali di gabbiano. O la “M. con catena a rulli” consistente in un sostegno a forma di calice o clessidra, entro cui risulta incorporato e fatto transitare in modo caotico il titolare componente per la trasmissione di una bicicletta. Dimostrando in questo modo la notevole complessità di forme raggiungibile da quel familiare implemento. Oggetti semplici e facenti parte della vita di ogni giorno, dunque, così come nella prototipica corrente duchampiana del ready-made, sebbene trasferiti in un contesto eclettico ed al tempo stesso molto personale. In cui l’ingegno operativo è parte stessa del messaggio implicito e sovrano. Liberamente affidato, come da ben collaudata prospettiva del post-moderno, all’imprevedibile spirito d’osservazione del fruitore di turno…

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