Silenziosa e immobile, la ciambella che minaccia di cambiare il paradigma del volo aerostatico

Il ciclo vitale di molte specie di ragni, durante lo stadio più giovane prevede una modalità di spostamento utile a disperdere il proprio patrimonio genetico a distanze sorprendentemente significative: gli aracnidi attaccati, individualmente, a piccoli pezzi di ragnatela, del tutto simili a piccole mongolfiere, si lasciano trascinare via dal vento, in maniera analoga a quanto avviene per i semi o le spore di creature vegetative. Con una significativa differenza: l’essere dotati del fondamentale dono del movimento. Allorché aggrappati saldamente a quelle fibre appiccicose, agitano le proprie zampe, spostano le masse fluide nel tentativo di dirigere la propria traiettoria, quasi come stessero nuotando. Non è forse immaginabile, a questo punto, una speciale circostanza in cui tre di questi esseri si trovassero ai lati equidistanti della propria pseudo-sfera? Ed agendo con esperto sincronismo, riuscissero a efficientemente ad effettuare delle vere e proprie manovre, incluso il volo librato per guardarsi attorno… E se invece il loro mezzo fosse, guarda caso, una ciambella?
Questa l’effettiva configurazione, con dodici motori elettrici distribuiti su quattro propulsori, ciascuno di essi un effettivo quadrupede del tutto in grado di articolare un piano di volo individuale. E che avrebbe anche potuto farlo, se non fosse per il piccolo dettaglio di essere stato integrato saldamente all’interno di un giunto cardanico, a sua volta parte della struttura esterna di quel misterioso artefatto volante. Oggetto molto facile da identificare, grazie al nome orgogliosamente impresso lungo il fianco della propria parte di maggior preminenza: l’aérOnde, gioco di parole in lingua francese che vede confluire in appena tre sillabe i termini aria, onda e ronde (rondella, cerchio). La sovrastruttura fabbricata in materiale tessile, per entrare nel particolare, che ricorda a tutti gli effetti il pallone di una mongolfiera. Pur avendo un maggior numero di punti in comune, a conti fatti, con le aeronavi del conte Zeppelin e tutto quello che è venuto dopo. Con riferimento alla maniera in cui una simile invenzione, frutto della startup omonima fondata nel 2022 dall’ingegnere e docente universitario Jérôme Delamare, riesce a raggiungere la meta designata dal suo pilota. Proprio come fosse, dal punto di vista meramente utilitaristico, la versione sovradimensionata di un moderno assemblaggio plurimo di droni, sebbene tali quadricotteri non siano di lor conto sufficienti a sollevare il peso complessivo del velivolo. Essendo tale compito in effetti attribuito ai quattrocento metri cubi di gas elio contenuti nella sacca toroidale. La prova pratica che tanto spesso, in tecnologia come in natura, soluzioni ibride possono portare al coronamento del progetto iniziale…

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L’ambizioso progetto sovietico del biplano in grado di cambiare in volo il numero delle sue ali

Verso l’inizio degli anni ’30 dello scorso secolo, la rutilante corsa in parallelo dei diversi metodi per far volare un aeroplano aveva visto primeggiare nella maggior parte delle circostanze, inclusa quella militare, una specifica soluzione al di sopra delle altre: quella della doppia coppia d’ali sovrapposte, giudicato il più efficiente compromesso tra superficie in grado di generare portanza e resistenza dell’aria. Mentre i motori continuavano a diventare più potenti, tuttavia, il ruolo della velocità tendeva ad acquisire sempre maggiore importanza nell’impostazione dei duelli aerei, portando i progettisti a prediligere sistemi per meglio inseguire, o eludere i piloti nemici. Da qui l’entrata in produzione di un sempre maggior numero di velivoli dotati di una sola coppia d’ali, che pur portando notevoli vantaggi e semplificazioni avevano i significativi svantaggio di allungare i tempi di decollo e diminuire la capacità di manovra. Non furono perciò poi tanto positivi i risultati ottenuti dagli squadroni della Fuerzas Aéreas della Repubblica durante la guerra civile spagnola, forniti dai sovietici degli avveniristici Polikarpov I-16 alias Rata (“Topo”) durante la guerra civile del 1936, alle prese con gli italiani inviati a supporto di Francisco Franco a bordo dei loro ben collaudati Fiat C.R.32. Da una parte il monoplano instabile, compatto e aerodinamico e dall’altro un potente biplano da caccia sul modello della grande guerra, dando luogo all’espressione di un tipo di conflitto asimmetrico letteralmente sconosciuto dalla storia. Giacché i primi avrebbero potuto facilmente eludere i secondi, colpendoli e sfrecciando via a velocità maggiori, ma in assenza di addestramento e dottrina specifica, gli utilizzatori si limitavano a fare ciò che aveva sempre funzionato fino a quel momento, in un girotondo della morte con il fine ultimo di collocarsi in coda all’avversario di turno. Allorché al concludersi delle crudeli ostilità, lo stesso Stalin diede l’ordine ai dipartimenti della sua nazione di concentrarsi sul perfezionamento di quanto già esisteva, piuttosto che spendersi in pindarici visioni irrealizzabili di un altro modo per trionfare nei duelli aerei. Il risultato di maggior successo in base al parametro degli esemplari prodotti fu negli ulteriori il biplano Polikarpov I-153 Čajka (“ad ala di gabbiano”) fatto decollare nel ’38 a partire dal precedente I-15, già fatto sviluppare dal dispotico premier dopo aver imprigionato l’eponimo creatore per gli ingiustificati, inaccettabili ritardi. Fu dunque in questo clima di latente preoccupazione, che il pilota sperimentale ed ingegnere dell’OKB-30 alias “scuola di volo” moscovita, Vladimir Vasiloyevich Shevchenko, si avvicinò ai propri superiori con un’idea del tutto priva di precedenti. L’introduzione di un nuovo paradigma meccanico, capace di occupare entrambi i lati della divisione progettuale in essere, decollando in configurazione dotata di quattro ali, per poi passare a due soltanto, con la semplice pressione di una leva situata nella cabina di volo…

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I molti benefici dello Sputnik elitrasportato che rimbomba per svegliare la neve di primavera

Nulla è maggiormente immoto ed invitante che la candida montagna, qualche giorno dopo che è caduto l’ultimo fiocco di neve. Sotto il manto spesso della coltre soffice, panna montata soffice che chiama gli sciatori, a raccolta, l’uno accanto all’altro, discendendo in eleganti diagonali verso con il tiepido sentore diurno del sole alle spalle. Sparito il gelo dell’inverno, non più soltanto il canto rigido del pettirosso ad accompagnarlo, ma l’orchestra che trillando annuncia l’ora del sopraggiunto risveglio. Ma è proprio in questo clima lieto e la crescente sensazione che i giorni duri sono ormai passati, che l’accumulo latente di un gravoso potenziale attende silenziosamente l’occasione di lasciarsi andare. Quando il vento e il caldo e la parziale liquefazione, di quel mistico cappello, si distacca giù dal capo dei massicci del nostro mondo. Diventando, col terrore a fargli da vessillo, valanga, slavina, seppellimento della vita e tutto ciò che essa comporta. Previa noncuranza, ciò è palese, allorché l’impiego di tecniche specifiche può prevenire almeno in parte l’insorgenza di quei problemi. Approcci consistenti, per l’appunto, nel prendere il controllo ed istigare, prima che subire, un così pericoloso evento. “Chi semina onde sonore, raccoglie annientamento” potrebbe essere il detto, ancor più maggiormente pertinente, quando nell’espletamento di una simile funzione riesce ad essere coinvolta la fervente rotazione di quell’assemblaggio di pale volanti. Elicottero impiegato, tanto spesso in precedenza, per portare in posizione gli appositi sistemi fissi di dispersione facenti affidamento sull’impiego di deflagrazioni nei punti critici. E che ancor prima, perseguendo quello stesso fine, lanciavano direttamente gli esplosivi dai finestrini. Ma che dalla seconda metà della decade partita con l’anno 2000, hanno trovato un progressivo impiego nello schieramento di un tipo di dispositivo in grado d’incarnare i principali vantaggi entrambi i mondi; da ogni punto di vista, un pezzo d’artiglieria fluttuante, pronto a percuotere il bersaglio che necessità dell’opportuna stimolazione al movimento. Creato in origine dalla compagnia francese TAS – Technologie Alpine de Sécurité, che si dice avesse collaborato all’epoca con i due avieri di soccorso italiani Gabriel e Marco Kostner operativi nella zona della Val Gardena, il sistema DaisyBell è dunque una campana collegata con un lungo cavo alla struttura portante dell’apparecchio in grado di effettuare il volo librato. Finché la pressione di un apposito pulsante, da lassù nella cabina di guida, intervenga scatenando la funzione per cui è stato concepito: evocare, in senso perpendicolare al suolo, la furia esplosiva dello spazio della propria cavità svasata. Per trasmetterne il significato implicito alla neve sottostante: “Cadi adesso, non domani.” Diventa inerzia e quindi giaci nella valle, inerte. Affinché l’estate possa scioglierti, senza far danni…

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Kruunuvuori, ponte curvo che rifiuta le automobili, portando Helsinki nel nuovo mondo della sostenibilità urbana

Strategicamente posizionata sulla costa settentrionale del lungo e stretto Golfo di Finlandia, la capitale nonché più popolosa città di quel paese ha sempre avuto una complessità territoriale inerente dovuta alla natura stessa delle coste nord-europee, con le loro insenature o preminenze disegnate dalle risultanze d’intercorse glaciazioni, nonché i sommovimenti territoriali che tendenzialmente ne derivano attraverso l’estensione degli eoni trascorsi. Combinare dunque tale presa di coscienza con la tendenza dei recenti secoli all’aggregazione abitativa, intesa come costruzione dei contesti urbani dalla densità elevata dei nostri giorni, ha creato dunque una costante giustapposizione tra esigenze di spazio latenti e l’effettiva disponibilità di questi. Necessitando non soltanto l’estensione periferica verso l’accidentato e non sempre malleabile entroterra; bensì anche, o soprattutto, la piccola costellazione d’isole antistanti, che un tempo avevano costituito unicamente la rimessa per i pescatori del popolo dei Sami, chiamati fin dal Medioevo con l’esoetnonimo di Lapponi. Che usavano liberalmente, fin dai tempi avìti, la terra emersa di 16,5 Km quadrati nota come Laajasalo, trasformata ai tempi dell’egemonia svedese in sito di pregevoli miniere di zinco, argento ed ametista. Ciò almeno finché nel XIX secolo, con il riempimento del canale che la separava dalla terraferma, non divenne parte della soluzione abitativa stessa, cominciando ad ospitare un certo numero di ville e lussuose dimore. Da qui l’inarrestabile tendenza a farne, già verso l’inizio dell’epoca contemporanea, un quartiere da circa 20.000 abitanti. Forse troppi, per la via d’accesso a quattro corsie di Laajasalontie, ampliamento del sentiero risalente all’epoca del conflitto di Crimea. O almeno tale aspetto è desumibile, dal dispendioso e complicato progetto dei cosiddetti Kruunusillat (“Ponti della Corona”) incorporati nel budget delle infrastrutture pubbliche a partire dal 2016: tre viadotti di attraversamento, rispettivamente di 299, 422 e 1.228 metri, pensati al fine di accorciare le distanze tra il centro cittadino ed il nuovo quartiere di Kruunuvuorenranta. Strutture avveniristiche da molti punti di vista, così come ci è stato dato ad intendere prima e durante l’inaugurazione della scorsa settimana, per il notevole Kruunuvuori, ponte più lungo ed alto della nazione. Interessante soluzione strallata con un singolo pilone di 135 metri, da cui si estendono i cavi di sospensione con la caratteristica disposizione romboidale, da cui il soprannome popolare di “diamante”. Occasione di festa e aggregazione pubblica, anche alla presenza del sindaco Daniel Sazonov, benché una domanda fosse destinata a profilarsi in modo significativo: come mai mancavano del tutto sopra quella striscia di cemento e acciaio della larghezza di 19 metri, in qualsiasi forma o quantità apprezzabile, le automobili?

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