Salamandra Robotica II, un progetto del politecnico di Losanna

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Serpeggia, serpeggia, quadrupede… Condotta con l’ausilio di meccanismi elettrici e una fedele ricostruzione del sistema nervoso animale da cui è stata ispirata. Gialla e nera, silenziosa, completamente artificiale. Chi non vorrebbe averne una a casa? Da sempre tutti amano le graziose, gioviali, dannatamente adorabili salamandre. Creature urodeli che assomigliano alla comune lucertola, ma dall’aspetto variopinto e brillante, in grado così di apparire nocive o velenose agli occhi di un potenziale predatore. Le abbiamo ammirate per la loro lingua estroflessibile, usata per catturare piccoli invertebrati o molluschi. In molti hanno apprezzato le sostanze, alcaloidi o lievemente tossiche, che secernono dalle ghiandole paratoidi per mantenersi ben idratate ed avere un cattivo sapore, come i rospi. L’affascinante moto ipnotico strisciante, ideale per muoversi sia sulla terra che in acqua… Tutte doti acquisite attraverso secoli o millenni di evoluzione, teoricamente precluse, quindi, a noi ponderosi discendenti dei primati bipedi della preistoria. A meno di costruire un apposito robot. Abbiamo avuto il cane robot. Il gatto robot. Il merlo, il verme, il topo, la mosca, la trota (robot). Ciascuno dominatore di un preciso, singolo, ambiente: l’acqua, il suolo oppure l’aria, eppure nessuno che ne occupasse diversi, almeno mantenendo la stessa scioltezza di movimenti. Fino ad ora.

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Le creature meccaniche dello scultore Bob Potts

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Mosche steampunk giganti, navi cosmiche, motociclette alate e pesci scheletrici metallizzati. Le creazioni animate, aliene e surreali dello scultore newyorkese Bob Potts trascendono un qualsiasi tentativo d’immediata comprensione, risultando più simili a straordinari esercizi di stile nel campo dell’industrial design. Eppure, contravvenendo al primo comandamento di tale branca della tecnica, ovvero “costruisci qualcosa di utile”, sembrano quasi provenire da una dimensione parallela, in cui lo svolgimento di un gesto ripetitivo, come il remare o battere le ali, costituisse di per se il più fondamentale merito di tutto ciò che possa dirsi vivido e significativo. Ed è proprio questa la forza di tali entità: qui non c’è sfoggio di complessità bizantina puramente finalizzata a stupire, come nelle illustrazioni del fantasy post-moderno, ma un’essenziale immediatezza realizzativa che si richiama alle dinamiche dell’evoluzione naturale. Sembra quasi di osservare degli animali, ma guarda caso fatti d’acciaio, legno intagliato e lame d’alluminio. Perfettamente coerenti, proprio nell’assenza logica di un’obiettivo; almeno uno che non sia, semplicemente, esistere.

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Il ristorante sexy-robot nei sotterranei di Shinjuku, a Tokyo

Robot Restaurant

L’estetica variopinta dei manga e cartoni animati, l’antica cultura giapponese dell’arte come intrattenimento in divenire, il caos totale del Carnevale di Rio e quattro torreggianti, discinte valchirie in plastica e acciaio, controllate con un sistema non dissimile da quello di Goldrake, Gundam o Mazinga. Sulle ginocchia di una di queste mega-virago virtuali, un turista occidentale. Inebriato dall’atmosfera inimmaginabile e assordato dal frastuono, sfoggia spensierato il sorriso di chi sta facendo un’esperienza nuova. La folla mangia e beve tutto intorno. Dove si trova costui, come ci è arrivato? Pianeta Terra, metropoli di Tokyo, quartiere di Shinjuku, zona di Kabuki-cho. Sotto terra. Nella mecca dell’elettronica e delle avanguardie giovanili, c’è una zona dedicata ai divertimenti per adulti, costantemente illuminata dai neon e patria di attrazioni più uniche che rare. Fra tutte queste, probabilmente, la più straordinaria è il paradossale Robot Restaurant. L’esperienza inizia con la discesa di una folle scalinata, fra milioni di luci e vetri colorati, verso quello che sembrerebbe un piccolo scantinato. Disposti ordinatamente ai lati dello stretto corridoio, distratti dalla musica, s’incomincia a bere e mangiare appoggiati a scomode seggioline, arredi tipici delle aule di università. Dopo qualche minuto, la terra trema. Tempo che passi il primo carro armato.

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L’eroica palla che polverizza campi minati

Mine Kafon

>Giorno 56: il deserto brucia di 360 straordinarie possibilità. Ieri ho rotolato tutto il giorno verso Est, direzione del Levante variabile tra gli 89 e 91 gradi. Il mio nome è Mine Kafon, sono la palla spiniforme con placche a pressione concepite per causare l’esplosione delle mine antiuomo. Il vento mi spinge attraverso le dune sabbiose che assediano Kabul, nel turbinoso Afghanistan. Il mio inventore, Massoud Hassani, ha raccolto online i fondi per costruire me e centinaia delle mie sorelle, vivaci e imprevedibili creature di bambù dotate di ricevitore GPS, con l’obiettivo di liberare il mondo da un nemico orribile e silenzioso. Non abbiamo volontà, non siamo amichevoli e giovali robot asserviti agli scopi più meritevoli della società umana; ma abbiamo una missione. E continueremo a rotolare finché non l’avremo assolta.
>Giorno 57: si dice che non ci sia più grande gioia che il vivere facendo ciò che si ama. Una semplice mina non basterà certo a eliminarmi: sono una struttura leggera e sacrificabile, ma il mio nucleo elettronico è sempre ben lontano dal pericoloso suolo su cui vagherò ancora a lungo, in cerca della mia esplosione. Quando verrà il momento, lo scoppio mi solleverà in aria, separandomi forse da una buona parte dei miei bastoni locomotòri e scagliandomi a metri di distanza. Ma so che per ciascuna stecca di bambù perduta centinaia di chilometri di deserto, individuati a distanza grazie all’aiuto di satelliti geostazionari, saranno stati registrati a beneficio dei creatori come privi di pericolo. Alle bombe non basta esplodere per essere appagate; sono state costruite per causare dolore e paura, finalità tortuose e più complesse da realizzare. Non sono come me. Felici, nell’attesa.

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