Apple Computer 2.0

AppleMacintosh2

Si chiamerà iPad, alla fine. Se ne era parlato molto negli ultimi mesi, ed ancora di più dal momento in cui era ormai certo che qualcosa doveva accadere. Il 27 gennaio 2010 potrebbe venire ricordato come la data in cui il CEO più famoso al mondo si è seduto su una poltrona di pelle sul palco dello Yerba Buena Center for the Arts di San Francisco e, con fare disinvolto, ha rivoluzionato il concetto stesso di computer. Nonostante l’inclinazione fortemente commerciale, le assurde limitazioni di utilizzo (mancano porte USB, memory card, fotocamera…) ed il design estetico meno che eccezionale, il nuovo shiny gadget del carismatico Steve Jobs sta già facendo parlare il mondo intero, mentre persino alcuni dei più convinti sostenitori dell’open source si preparano a prenotarne uno.
Riuscirà questa scommessa ad avere lo stesso travolgente successo del suo insigne predecessore, l’ormai ubiquo cellulare iPhone? Potrà realmente costituire l’anello mancante tra gli ingombranti laptop ed i compatti smartphone? Di certo contribuirà ad allargare e rafforzare i presupposti monopolistici della già colossale e sempre più potente compagnia informatica di Cupertino, California. Questo dispositivo non è infatti un computer in senso tradizionale, anche se naviga su Internet, riceve e-mail e visualizza una buona parte dei video e degli e-book. Un iPad non potrà in alcun caso essere programmato, personalizzato o impiegato in processi puramente creativi. Ogni applicazione che venga realizzata dai suoi utenti andrà singolarmente valutata ed approvata da Apple stessa, per poi essere resa disponibile in esclusiva tramite le stesse infrastrutture web utilizzate dall’iPhone e dall’iPod Touch. Il termine forse più adatto a definire iPad è quello di information appliance, una dicitura creata per Apple dal teorico Jef Raskin verso la fine degli anni ’70, liberamente traducibile in “elettrodomestico informatico”. Sarebbe la più nuova ed affascinante realizzazione di un’ideale vecchio quanto il concetto stesso di Personal Computer: un dispositivo facile da usare, privo delle astrazioni tipiche connesse all’esecuzione ed alla gestione di programmi  o contenuti digitali. Sempre acceso, sempre connesso ed utilizzabile in pochi minuti da chiunque e con qualsiasi grado di esperienza, come un televisore o una radiosveglia. Ma sottile quanto uno shoji e largo come un libro di storia. Praticamente, un computer stampato su un foglio di carta… metaforicamente refrattario a qualsiasi tipo di inchiostro.

[youtube iEiUlf9BAYU]

Il passaggio al nuovo millennio doveva portare molti e significativi cambiamenti nelle nostre vite.  Secondo gli autori di fantascenza della così detta new wave, gli esseri umani avrebbero abitato grandi stazioni spaziali, o esplorato le lune di Marte e di Giove per poi attraversare l’Atlantico su automobili volanti simili a Buick o Chevrolet prive di ruote, per poi raggiungere il luogo di lavoro sfruttando la spinta di un pratico quanto compatto zaino a razzo. La tecnologia futura doveva essere travolgente, fisicamente ponderosa ed estremamente pervasiva. Gli eroi spaziali delle riviste pulp, pistola a raggi nella mano, avrebbero contattato a distanza il computer della loro astronave attraverso ingombranti comunicatori da polso, per poi venire teletrasportati a bordo grazie al tipico quanto inscrutabile fascio di luce tecno-mantica. La tipica casalinga del futuro poi, giustamente simile a quella delle commedie cinematografiche del dopoguerra, conversava  amabilmente del clima con androidi o robot dalla foggia di aspirapolveri ed altri elettrodomestici vivacemente colorati.

apple-invite-cropped

Gli sforzi notevoli compiuti nell’era post-moderna per progredire nei campi dell’esplorazione spaziale e della robotica, ed ancor più nell’improbabile controllo a volontà delle leggi stesse della fisica non ebbero tuttavia un seguito significativo, in particolare dopo il decennio degli anni ‘70: in un certo senso, era come se il progresso tecnologico avesse gradualmente abbandonato il mondo materiale per dirigere la sua piena attenzione verso tutto ciò che poteva definirsi intangibile e virtuale. Piuttosto che nello sforzo congiunto di un gotha di scienziati stoici e idealisti, il progresso umano trovò così i suoi principali fautori nei dirigenti di alcune compagnie private dalle finalità puramente oggettiviste.
La prima rivoluzione informatica si concretizzò in effetti attraverso lo spirito imprenditoriale di alcuni studenti delle grandi università americane, che a partire dal dopoguerra investirono grandi risorse finanziarie in una zona rurale presso San Francisco, allora nota come Santa Clara Valley. Al tempo stesso ingenieri tecnologici, dirigenti di azienda e fautori della controcultura New Age, conoscitori di chip, transistor e delle filosofie dell’India… Nel mezzo di questo maelstrom di idee ed opportunità, mentre i vigneti lasciavano gradualmente posto agli stabilimenti industriali di produzione di microprocessori al silicio (silicon), nacque la compagnia della Mela ad opera di Stephen Wozniak e Steve Jobs. Dopo i successi ottenuti nella produzione di alcuni dei primi sistemi dotati di connessioni per lo schermo, l’azienda non tardò a reinvestire nella ricerca e sviluppo di interfacce di controllo semplici ed all’avanguardia: il loro grande obiettivo commerciale era creare il primo computer dotato di interfaccia grafica che fosse accessibile a tutti, sia nel prezzo che nell’utilizzo. L’ingeniere matematico, nonchè musicista e filosofo, incaricato di  progettare il nuovo sistema Apple fù Jef Raskin, lo stesso che nel 1979 aveva immaginato per primo il concetto di information appliance (IA).
Il suo ideale realizzativo, estremamente prematuro ed ancora oggi largamente irrealizzato, vedeva il superamento del concetto stesso di computer in quanto tale. L’IA doveva essere un dispositivo informatico pensato per un singolo utilizzo, esattamente come un frullatore o un tostapane. Sarebbe stato dotato esclusivamente dei pulsanti necessari per il suo compito designato, ciascuno collocato in posizione intuitiva e chiaramente identificabile. Già configurato e pronto all’uso al momento dell’uscita dalla fabbrica, l’IA sarebbe così diventato parte integrante della vita dei suoi utilizzatori, fino al punto di non essere più percepibile in alcun modo come un sistema informatico. Allora non era neanche concepibile che si arrivasse ad avere bisogno degli IA anche fuori di casa o per la strada, e quindi l’ingombro dato dal fatto di doverne utilizzare una grande quantità non era un fattore determinante. Raskin lasciò la Apple nel 1981 fondando una sua compagnia, si dice per problemi nel relazionarsi con lo stesso Steve Jobs.

mac128k

Nel 1984, a seguito di una imponente campagna pubblicitaria, la Apple lancia infine i primi Macintosh da 128k, ma senza poter pensare di integrare in alcuna misura le idee più radicali di Raskin. Questi sistemi ed i loro successori arriveranno per gradi a riscuotere un significativo successo commerciale. Verso l’inizio degli anni ’90 tuttavia inizieranno a venire superati dal predominio dei PC IBM e degli OS Microsoft. Quello fù l’inizio del periodo più difficile ed oscuro, quando i computer Apple divennero appannaggio esclusivo di alcune nicchie di utenza ben definite, in particolare limitate al settore della grafica e dell’impaginazione tipografica.
Nel 1985 lo stesso Steve Jobs era stato allontanato dagli azionisti, e scelse così di dedicarsi ad altri passatempi, acquistando da George Lucas una certa Pixar Animation (per appena 5 milioni di dollari!) Due anni dopo anche l’altro fondatore, Stephen Wozniak, lasciava l’azienda a tempo indefinito. Dopo un lungo periodo in passivo, la Apple si rassegna nel 1996 a richiamare Jobs, per qualche tempo come CEO solamente ad interim. Ma i suoi successi sono straordinari: Jobs, come una sorta di figura messianica (ruolo che è quasi certamente convinto di ricoprire) crea una nuova immagine per Apple, che porta l’azienda ad essere percepita come sinonimo di stile ed eleganza. Attraverso il rilascio successivo di alcune serie di prodotti sempre più alla moda e di successo, come il player MP3 iPod, i riconoscibili computer all-in-one iMac ed i laptop di fascia alta MacBook la Apple raccoglie intorno a se un vasto pubblico di appassionati disposti a spendere parecchio, tanto elitario quanto compatto e fedele.

180px-Jef_Raskin_holding_Canon_Cat_model

Raskin continuò in ogni caso negli anni a teorizzare la sua interfaccia ideale, fino a giungere nel 2000 alla pubblicazione del suo The Human Interface, un testo in cui le moderne tecnologie vengono messe in relazione con il concetto fondante della sua ricerca trentennale, l’Information Appliance. Il punto chiave, sostanzialmente, era il ruolo degli schermi sensibili al tocco, o touch-screen. Questi rendevano in effetti possibile la realizzazione di un nuovo tipo di IA, versatile come un computer tradizionale ed allo stesso tempo dotato della massima immediatezza di utilizzo.
I suoi pulsanti chiari ed evidenti, simili a quelli del già citato tostapane, sarebbero quindi stati puramente virtuali ed utilizzabili con un semplice tocco sullo schermo stesso del dispositivo, in grado di riconfigurarsi in in un IA differente sulla base delle necessità del momento:  fotocamera, GPS, web browser, programma per le e-mail… ciascuno dotato unicamente dei pulsanti e delle funzioni strettamente necessarie in quel contesto.
In un dispositivo di questo tipo, naturalmente, il multi-tasking non trova posto. Non ci sono neanche metafore largamente note come le finestre dei programmi, il desktop o le cartelle per contenere i documenti ed i file. Solo qualche pagina di icone, ciascuna utilizzata per accedere ad una funzione differente, e ciascuna di queste autosufficiente ed intuitiva nelle sue potenzialità.
É difficile dire se nel 2007, con l’iPhone e l’iPod Touch, la Apple stesse recuperando e proponendo infine le idee del suo geniale ex dipendente.  Di certo Raskin, se non fosse deceduto esattamente cinque anni fa a soli 61 anni avrebbe avuto molto da dire su tali prodotti, e forse il rimpianto di non averne registrato lui i brevetti…
Ma naturalmente, Jobs non si sarebbe fermato a questo. Quando la tua idea di base è tanto buona che ci sono nel mondo oltre 30 milioni di utenti con un cellulare dotato di funzioni inferiori alla concorrenza, che non naviga sui siti in Adobe Flash, nonchè limitato dal DRM per le applicazioni più feroce e restrittivo sul mercato, non è neanche più una questione meramente commerciale: con un altro colpo fortunato si può allargare il proprio monopolio de-facto ad altre classi di dispositivi.

[nggallery id=12]

Il messaggio di marketing principale è semplice ed immediato, ma a mio parere fuorviante: l’iPad sarà una soluzione intermedia, per quando un laptop sarebbe troppo ingombrante ed uno smartphone troppo limitato.  Non stiamo certamente parlando del primo tablet PC sul mercato – Bill Gates ci aveva provato anni fà – ma piuttosto del dispositivo destinato in teoria a rendere di largo consumo questa eclettica tipologia di prodotti.  L’input di testo però avverrà solo attraverso una tastiera a schermo utilizzabile con le dita, quindi senza pennino ed OCR per un uso realmente veloce ed efficiente, ed è proprio quello il punto. iPad non è certo un computer pensato per la creatività o l’inserimento di dati; tutto quello che deve fare è favorire l’acquisto di contenuti approvati da Apple e permetterne la fruizione migliore. In questo va considerato piuttosto come una sorta di mezzo di intrattenimento passivo on-demand, in cui l’utente sceglie cosa vuole vedere, come su YouTube, ma lo fa all’interno di confini precisi e con limitazioni definite.

[youtube kprwIGYMxJw]

Ciò che iPad farà bene sarà riprodurre video, mostrare il contenuto di libri, navigare sul web offrirsi come piattaforma elettiva per un vasto assortimento di applicazioni e videogames. Ancora una volta, non potrà utilizzare le funzionalità offerte dalle aziende viste come ostili da Apple: niente siti interattivi in Flash o Google Voice – potrebbero “confondere” gli utenti (ehm…)
App Store, il negozio online delle applicazioni per iPhone, ha già costituito una vera miniera da quest’ultimo punto di vista. Grazie all’accessibilità degli accordi contrattuali per proporre la propria applicazione su iPhone, nonchè all’enorme base installata di utenza, si è verificata più volte l’eventualità di piccoli sviluppatori che, trovando l’idea giusta, si sono arricchiti improvvisamente grazie al lavoro di poche settimane. App Store è in un certo senso la nuova frontiera della distribuzione software: il quindicenne che programma una soundboard con i versi degli uccelli si trova inerentemente allo stesso livello di visibilità di una mega-corporation come l’Electronic Arts. Sarebbe in effetti un errore trascurare le potenzialità ludiche del nuovo dispositivo Apple. Nonostante fosse altrettanto privo di tasti, l’iPhone oggi si è imposto come vero e proprio terzo polo del gaming portatile, con decine e decine di release alla settimana.
L’eventuale veto distributivo di Apple in questo caso non può realmente dirsi un fattore rilevante, visto il controllo anche più stretto che viene effettuato dalle compagnie produttrici di console per videogiochi propriamente dette, come Nintendo o Sony. Resta paradossale, e certamente non casuale, il fatto che proprio nel campo dei giochi portatili non esista un sistema hardware ad ampia distribuzione realmente open come i PC o Mac tradizionali; su questi piccoli schermi, dove gli investimenti per lo sviluppo sono meno onerosi, sarebbe davvero possibile confrontare alla pari le produzioni delle grandi compagnie con l’enorme quantità e qualità dei prodotti delle nuove sofware house indipendenti.

new-article-15_460x0w

iPad sarà compatibile al 100% con  tutte le applicazioni ed i giochi per iPhone, con la possibilità di scalarne le immagini all’intero schermo da 9,7 pollici del nuovo sistema. L’alternativa, un piccolo display attivo al centro di un enorme letterbox, non sembrerebbe nemmeno utilizzabile nel caso in cui le immagini vadano toccate o manipolate con i pollici, come appunto avviene nel 90% dei casi. Un altra problematica potrebbe essere rappresentata dal ruolo “sterzante” dell’accelerometro nei giochi di guida, visto l’ingombro e peso notevolmente superiore rispetto ad un cellulare. Per questi ed altri motivi probabilmente andranno tenuti d’occhio soprattutto i giochi realizzati in esclusiva per iPad, ed in particolare, se Apple vorrà finalmente puntare ad un pubblico più smaliziato e di settore, a quelli di ruolo o strategia. Qui, utilizzando il processore molto potente (A4 da 1Ghz), lo schermo maggiorato e le potenzialità molto interessanti del multi-touch, game designer abili potrebbero fare di questo oggetto una vera e propria console, con presupposti molto più rivoluzionari che nel settore dei laptop e netbook propriamente detti. Quelli non sono information appliances, media player, e-book reader o videogame consoles, ma semplici computer.
Possono fare ciascuna di queste cose, ovviamente, e molte altre… ma sarebbe come dire che un’utilitaria può percorrere il circuito di Monza insieme ad auto da competizione, ed in più andare al centro commerciale.

Lascia un commento