Mai più le ricche carovane cariche di merci, provenienti dalle più recondite stazioni della Via della Seta, si sarebbero fermate nell’accogliente centro cittadino nei giorni comandati in Rajasthan. Mai più l’acqua raccolta dentro gli argini di terra, proveniente dalle fonti occulte, sarebbe stata fatta defluire tramite le chiuse dell’ingegnoso khadin, sistema agricolo da lungo tempo perfezionato. Nessun canto sarebbe stato udibile dai grandi templi di Ganesha, Durga e Khandi, cui i devoti vishnuiti erano soliti rivolgere le proprie invocazioni, perseguendo le preziose usanze dei propri antenati. Le invidiabili prerogative di opulenza, sicurezza e tempo dedicato allo studio dei testi e pratica delle arti, così centrali nella società costituita ormai da cinque secoli presso il confine del deserto del Thar cessavano quel giorno, senza appelli né alcun tipo di latente esitazione. Così come deciso dall’assemblea civile della lok-panchayat, incaricata nella risoluzione quotidiana degli affari collettivi o come in questo caso, porre la parola fine ad ogni cosa costruita dal compatto popolo dei Paliwal, giunti da Marwar nel Jodhpur, le cui discendenze tanti veggenti e guru avevano donato al mondo ed ora, dopo tanto tempo, avevano determinato fosse il tempo di scomparire. Parola, quest’ultima, non sempre facile da interpretare, in quanto connotata dalla sussistenza di particolari condizioni. O come in questo caso, l’inarrestabile entropia che giunge a un punto critico. Portando a scelte estreme, le cui conseguenze, semplicemente, non potranno mai essere dimenticate. C’è in effetti qualcosa di profondamente simbolico e interconnesso alle leggi universali karmiche, in quanto successe in quel particolare giorno del 1825, nella notte agostana che seguiva l’importante ricorrenza del Raksha Bandhan, festa dedicata al legame sacro tra fratelli e sorelle. Il momento esatto in cui le circa 1.500 persone che costituivano l’intera popolazione del villaggio di Kuldhara semplicemente aprirono l’uscio di casa, per lasciarselo alle spalle senza i presupposti di un ripensamento ulteriore.
Il che costituisce, in maniera forse non troppo palese, soltanto il primo capitolo di una lunga vicenda. Giacché costituisce una diffusa credenza popolare nei territori limitrofi, che al compiersi di tale contingenza i più devoti ed ascoltati membri di quell’esodo spesero il tempo necessario per un’ultima preghiera sempiterna: affinché nessuno, nei secoli dei secoli, avrebbe mai potuto ritornare ad insediarsi entro i confini della loro città. E ad osservarla oggi, quasi totalmente in rovina, gli edifici privi di tetto e parzialmente ricoperti dalla sabbia secolare, così come migliaia di turisti giungono per visitarla ogni anno, non sembra difficile qualificare tale pronunciamento come totalmente in grado di centrare il bersaglio auspicato. Un atto di ribellione straordinariamente significativo, nei confronti del destino ascritto a queste genti dalle circostanze sfavorevoli di un tempo indifferente ai loro sogni e alle precipue aspirazioni comunitarie…
La questione misteriosa del villaggio di Kuldhara rappresenta, d’altro canto, un capitolo molto apprezzato della narrazione storiografica e turistica di questo ambito territoriale, all’inizio dell’Era Moderna ancora disseminato di un gran totale di 84 insediamenti di varie grandezze, costruiti al termine di un lungo viaggio dalla casta dei più abbienti che avevano lasciato la loro patria jodhpuriana nell’ormai remoto XIII secolo, non potendosi più difendere dalle razzie dello Shah islamico Firuz. Per l’approdo di un nucleo demografico composto dunque in larga parte dal collettivo dei bramini con i loro diretti sottoposti, dichiaratamente dediti alla pratica e approfondimento religioso del Dharma. I quali giunsero a seguito di quel frangente, con armi e bagagli, entro i confini del potente stato principesco di Jaisalmer, governato dalla dinastia dei Rajput del clan dei Bhati. Entità politica capace d’imporre la sua autorità in un ampio territorio, tramite la costruzione d’imponenti fortezze e la temibile potenza delle proprie armate, tanto che nei secoli immediatamente successivi avrebbe più volte resistito ai poderosi assalti dell’impero dei Mughal, arrendendosi e cedendo parte della propria autonomia soltanto nel XIX secolo, in seguito all’arrivo della Compagnia britannica delle Indie Orientali. Nel periodo grosso modo corrispondente all’improvviso spopolamento del territorio periferico e lo stesso, inspiegabile abbandono di Kulhdara. Questione di notevole importanza nel comprendere l’effettiva portata dell’evento, è dunque il modo in cui questo particolare luogo avesse un peso economico e politico sproporzionato alle sue proporzioni relativamente ridotte, soprattutto in funzioni delle fiorenti attività collaterali perseguite dai bramini, che oltre alla devozione possedevano notoriamente una predilezione per gli scambi commerciali e l’organizzazione sistematica dell’agricoltura. Il che rende tanto maggiormente arduo comprendere l’effettiva ragione della loro repentina scomparsa dalle pagine della storia dell’India moderna. Previo il dialogo da lungo tempo sussistente, in merito alla concorrenza di svariate cause ed almeno una singola, diffusa leggenda popolare. Come ogni altro centro cittadino in territorio arido, d’altronde, Kuldhara dipendeva per la propria sussistenza da una fonte d’acqua affidabile, in questo caso offerta dalla falda acquifera della formazione giurassica di Bhadasar. Avendo dato adito in campo accademico, soprattutto a seguito di uno studio scientifico pubblicato nel 2017 su Current Science (A. B. Roy et al.) alla teoria che tale fonte avrebbe potuto andare incontro ad esaurimento, possibilmente per la modifica delle circostanze geologiche dovuta all’evento sismico effettivamente teorizzato sulla base dello stato di alcune muraglie ed edifici tra le rovine residuali dell’insediamento. Il che non preclude, d’altro canto, l’idea che tale condizione possa aver avuto un decorso più graduale lungo il corso di lunghe generazioni, mentre i bramini si trovavano di fronte all’impossibilità di continuare le attività agricole necessarie alla propria sopravvivenza. Un altro gruppo di cause mantenute in alta considerazione, di contro, vedrebbero lo spopolamento come decisione dell’ultima spiaggia, necessaria per lasciarsi alle spalle il regime di tassazione diventato ingestibile imposto dai sovrani successivi dello stato di Jaisalmer, sconfinato ormai verso la tirannia nell’ultimo capitolo della sua lunga storia. Condizione, quest’ultima, attribuita in modo particolare al potentissimo diwan (Primo Ministro) Salim Singh, che governò di fatto la nazione per l’intero quarto del XIX secolo, durante il regno nominale di Maharawal Mulraj II. Spendendo in larga parte il proprio capitale autoritario nel dominio dei villaggi dei bramini, fino all’episodio lungamente ripetuto che nel resoconto popolare avrebbe costituito, idealmente, il caso scatenante dell’esodo di massa e l’abbandono di Kuldhara. Si narra infatti che tale figura d’oppressore, ad un certo punto non troppo lontano dalla firma del trattato con la compagnia britannica, avesse iniziato a bramare come moglie la figlia di un influente capo dei Paliwal. La quale, nelle versioni più drammatiche della leggenda, si sarebbe in seguito tolta la vita, motivando la scelta solidale di lasciarsi indietro quanto i propri insigni predecessori avevano costruito, andando a cercare fortuna in altri luoghi del vasto subcontinente indiano.
Uno studio in merito alla consequenzialità di cause ed effetti, quest’ultimo, non senza precedenti nel ricco repertorio culturale di quel contesto. Vedi i casi simili narrati in relazione al forte maledetto di Bhangarh, nel deserto di Alwar. O l’antica capitale abbandonata di Talakadu, un tempo appartenuta alla dinastia dei Ganga occidentali. Luoghi similmente interconnessi ad un declino accompagnato dalla partenza dei propri abitanti e la dichiarazione conseguente di augurio di sventura o formula magica. Da cui consegue, inevitabilmente, la persistente reputazione dei contesti relativi a carico delle generazioni a venire. Così notoriamente cresciuta, negli anni, per Kuldhara fino alla famosa visita di una troupe del canale Zee News nel 2013, che armata dei classici strumenti sfruttati nelle cosiddette indagini del sovrannaturale, tra cui l’immancabile quanto pseudo-scientifico rivelatore elettrico di campi elettromagnetici, si sono messi ad elencare una lunga serie di eventi incluse strane presenze, senso di oppressione e cambiamenti improvvisi di temperatura. Condizioni chiaramente riferite alla presenza di “almeno 40 presenze” di spiriti dei bramini scomparsi, a quanto pare alla ricerca delle ricchezze abbandonate all’epoca della loro precipitosa partenza, venendo prevedibilmente sepolte da qualche parte sotto i palazzi del villaggio residuale. Una buona storia, tutto considerato, perché utile ad accrescere la fama di quel luogo. Affinché nulla possa essere, in tempi ragionevoli, completamente accantonato tra le disordinate pagine della memoria generazionale.


